Tariffa di Igiene Ambientale (TIA) non si applica l’IVA

Corte di Cassazione, Sez. Un., 15.03.2016 n. 5078

La sentenza ora in commento ha ad oggetto la TIA, sistema tariffario di finanziamento comunale della gestione dei rifiuti, introdotta in Italia dal c.d. ‘decreto Ronchi’ nel 1997. Il sistema è stato poi progressivamente superato con l’applicazione di Tari, Tarsu e Tares.

In realtà, l’Azienda V.E.R.I.T.A.S., società multiservizi del Veneto, odierna parte ricorrente, già in passato era stata condannata dai giudici della Sezione Tributaria a restituire il maltolto ritenendo, nel solco della giurisprudenza della Corte Costituzionale, che l’IVA sulla TIA che i cittadini hanno pagato in bolletta tra il 1999 e il 2012 non era dovuta in quanto la TIA, da considerarsi un tributo, come tale, non è assoggettabile ad altre imposte. Questa volta però la decisione è stata presa a Sezioni Unite.

Nel dettaglio, la sentenza ora in commento ha giudicato illegittima l’IVA al 10% sui rifiuti, rigettando così il ricorso della Veneziana Energie Risorse Idriche Ambiente Servizi – V.E.R.I.T.A.S. S.p.A. contro la decisione del Giudice di Pace, confermata per quel che qui rileva dal Tribunale, che aveva disposto il rimborso, a un cittadino, dell’IVA applicata alla TIA, ritenendo peraltro che la questione non deve essere rinviata alla Corte di Giustizia, come richiesto da parte ricorrente in sede di memorie.

Il Tribunale aveva affermato «la natura tributaria della Tia in quanto mera variante della Tarsu, in conformità alla giurisprudenza della Corte Costituzionale n. 64/2010 e delle successive pronunce di questa Corte; escluse l’assoggettabilità della Tia ad Iva sia per l’ assenza di una normativa specifica, sia per essere le relative entrate riconducibili ai diritti, canoni e contributi percepiti nell’esercizio di pubbliche autorità».

È stata dunque posta la parola fine ad una vicenda che va avanti dal 1999, anno in cui, a Venezia, è stata introdotta la TIA, sostituita poi dalla TARI nel 2012.

In realtà, non solo l’Azienda veneta ma tutte le aziende italiane che gestiscono la raccolta dei rifiuti hanno imposto il pagamento dell’IVA, nonostante le associazioni dei consumatori abbiano sempre contestato l’aggravio; tanto che molteplici sono stati i ricorsi a riguardo proposti dinanzi all’A.G.O.. Ora, con la sentenza in commento, si è fatta definitivamente chiarezza: i cittadini non dovevano pagare, con il conseguente diritto al rimborso, ad eccezione delle imprese che hanno potuto detrarla.

«La normativa a fondamento delle questioni sollevate» – si legge nella sentenza – «è costituita dall’art. 49 del d.lgs. 5/2/1997, n. 22 — con il quale venne soppressa a decorrere dal l° gennaio 1999, la cd. Tarsu, disponendo che i costi per i servizi relativi alla gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico, fossero coperti dai comuni mediante l’istituzione di una tariffa (usualmente denominata Tariffa di Igiene ambientale)– composta da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi ammortamenti, e da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito, e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio».

Un’eventuale applicazione dell’IVA sulla TIA, sostiene la Suprema Corte, sarebbe incompatibile sia con le norme nazionali sia con quelle comunitarie.

«Tale determinazione trova il suo fondamento negli elementi autoritativi che caratterizzano la cd. Tia 1, elementi costituiti dall’assenza di volontarietà nel rapporto fra gestore ed utente, dalla totale predeterminazione dei costi da parte del soggetto pubblico – essendo irrilevanti le varie forme di attribuzione a soggetti privati di servizi (ed entrate) pubblici- nonché dall’assenza del rapporto sinallagmatico a base dell’assoggettamento ad IVA ( artt. 3 e 4 del d.P.R. n. 633/1972)», precisano gli Ermellini con la sentenza in commento, in aderenza alla conforme giurisprudenza Ue.

In altri e più chiari termini, essendo la TIA pacificamente una tassa, non si applica l’IVA, di talché V.E.R.I.T.A.S. dovrà restituire ai cittadini cifre che, prese singolarmente, possono risultare modeste (il rimborso sul quale si sono pronunciati gli Ermellini è di 67,36 euro) ma, messe insieme, rappresentano una cifra considerevole se si pensa a tutti gli italiani che hanno pagato il servizio di igiene urbana attraverso la TIA.

In realtà, V.E.R.I.T.A.S. non ha mai contestato la restituzione dell’IVA, ma ha dichiarato di attendere, ed il discorso è quanto mai attuale con la pronuncia della Suprema Corte, le indicazioni dell’Erario su come effettuare i rimborsi tenuto conto che l’Iva è stata versata alle casse dello Stato, e che, almeno nella Provincia di Venezia, si aggira tra i 7 e gli 8 milioni di euro. Peraltro, mentre i veneziani non pagano l’Iva dal 31.12.2012 e possono recuperare gli arretrati dal 2006, ci sono però Comuni dove essa è ancora applicata. Si dovrà poi anche comprendere come restituire gli interessi maturati sui prelievi operati da V.E.R.I.T.A.S. e che i cittadini sono stati costretti a pagare all’Azienda.

Insomma, un boomerang per la casse pubbliche, ma inevitabile se si considerano le pronunce conformi già intervenute in passato, come sopra visto, trattandosi di un principio già da tempo inaugurato dai giudici della sezione tributaria.

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