Tenere legati gli animali con catene è reato

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Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 03.03/22.06.2016, n. 25805

Anche questa volta il servizio di Striscia la Notizia di alcuni anni fa – che mostrava, all’interno di un Circo, la condizione in cui erano tenuti due elefanti, legati con corte catene, limitative dei più elementari movimenti, in una situazione produttiva di gravi sofferenze – ha avuto i suoi risultati.

A seguito di quel servizio, infatti, la LAV aveva denunciato un Circo nel 2012 ed il Tribunale di Milano, con sentenza resa nel dicembre 2014, aveva condannato il titolare del Circo stesso alla pena dell’ammenda, per il reato di cui all’art. 727, secondo comma, cod. pen., per avere, nella sua qualità di gestore, detenuto, in condizioni incompatibili con la loro natura e le loro caratteristiche etologiche, due elefanti, legati in modo continuativo a catene corte. Con la stessa sentenza, l’imputato veniva altresì condannato al risarcimento dei danno nei confronti della parte civile costituita, LAV – Lega Antivivisezione, liquidato in via equitativa in euro 6000,00.

La LAV aveva accolto con soddisfazione la decisione del Tribunale, affermando che «Questa condanna conferma, laddove ce ne fosse bisogno, che la vita degli animali dei circhi è sofferenza. Il Circo Darix Togni, peraltro, non è l’unico sul quale pende una denuncia in relazione alle condizioni di detenzione degli elefanti. A breve, infatti, si aprirà un processo penale contro l’ American Circus proprio per la detenzione a catena di 5 elefanti asiatici».

Avverso la sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando, con un primo motivo di doglianza, l’erronea applicazione della disposizione incriminatrice. Si richiama, in particolare, la normativa di settore, costituita dalle Linee guide per il mantenimento degli animali nei circhi e nelle mostre itineranti, predisposte dalla Commissione scientifica CITES (10 maggio 2000), secondo cui l’uso di catene per il contenimento degli elefanti deve essere evitato, ma è concesso nei casi in cui occorra provvedere ad esigenze di cura sanitaria e di benessere dell’animale, oltre che di sicurezza degli operatori e, comunque, per il solo periodo nel quale a tali incombenze si debba procedere. In secondo luogo, l’imputato ha denunciato vizi della motivazione in relazione alla responsabilità penale in quanto fondata sulla produzione di un video girato dalla trasmissione televisiva «Striscia la Notizia», che faceva riferimento ad un isolato accesso effettuato da una troupe televisiva. Sarebbero state omesse le considerazioni svolte dalla veterinaria del circo che aveva precisato che la struttura era regolare e che, in ogni caso, non vi era prova dell’effettivo superamento della soglia di sopportabilità; cosicché la disposizione incriminatrice non avrebbe potuto essere ritenuta applicabile, in presenza di una situazione di disagio per gli animali del tutto temporanea e contingente.

La Suprema Corte, con sentenza depositata ieri 22 giugno, ha confermato la decisione del Tribunale, dichiarando la inammissibilità del ricorso «perché basato su una ricostruzione alternativa dei fatti del tutto avulsa da puntuali riferimenti critici alla motivazione della sentenza impugnata e al compendio istruttorio».

In motivazione. Gli Ermellini anzitutto premettono, come si legge nella sentenza in commento, che: «l’art. 727, secondo comma, cod. pen. punisce la condotta di chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, avuto riguardo, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali (sez. 3, 17 dicembre 2014, n. 6829, rv. 262529; sez. 3, 4 giugno 2014, n. 37859, rv. 260184). Va altresì ribadito che la disposizione in questione non si riferisce a situazioni contingenti che provochino un temporaneo disagio dell’animale, in considerazione della sua formulazione letterale, che fa riferimento al duplice requisito delle condizioni di detenzione dell’animale e della produzione di gravi sofferenze (sez. 3, 24 febbraio 2014, n. 8676)».

Quindi gli Ermellini si sono trovati in perfetto accordo con quanto deciso dai giudici di merito, a nulla valendo le tesi del circense; il Tribunale aveva avuto, infatti, ritengono i Giudici di Piazza Cavour, ben chiara la situazione in cui si trovavano gli elefanti, certamente non passeggera e non contingente, come confermato non solo dal servizio televisivo ma, altresì, dalle dichiarazioni dei responsabili del circo che, nella immediatezza, avevano affermato di essere convinti di poter mantenere gli animali legati con catene corte che ne impedivano i movimenti per l’orario notturno nonché dalla stessa struttura del circo che rendeva inverosimile che gli animali potessero essere tenuti in altro modo. Né può valere a scagionare il circense la testimonianza della veterinaria del circo, che aveva smentito tali circostanza di fatto, «essendosi limitata a richiamare le normative tecniche in astratto applicabili e ad evidenziare la regolarità della struttura circense sotto un profilo meramente burocratico-amministrativo».

La Suprema Corte prosegue affermando che «Quanto alla riconducibilità della condotta dell’imputato all’ambito di applicazione della disposizione incriminatrice, deve rilevarsi che la detenzione degli elefanti in catene quale condizione abituale nelle ore notturne appare assolutamente incompatibile con la natura degli animali, perché realizza una compressione intollerabile della possibilità che l’elefante ha di muoversi, sia pure nello spazio limitato di un recinto. Tale condizione è anche produttiva di gravi sofferenze, perché consente al più movimenti minimi, quali dondolii, inibendo del tutto la deambulazione. E Io stesso ricorrente richiama quale parametro di valutazione le Linee guide per il mantenimento degli animali nei circhi e nelle mostre itineranti, predisposte dalla Commissione scientifica CITES (10 maggio 2000), secondo cui l’uso di catene per il contenimento degli elefanti deve essere di norma evitato, ma è consentito, in via eccezionale, nei soli casi in cui occorra provvedere ad esigenze di cura sanitaria e di benessere dell’animale, oltre che di sicurezza degli operatori e, comunque, per il solo periodo nel quale a tali incombenze si debba procedere».

La condanna è quindi confermata e non resta al ricorrente che pagare le spese processuali e mille euro in favore della Cassa delle ammende, nonché rifondere le spese sostenute nel grado dalla parte civile LAV-Lega Antivivisezione.

Come sostenuto dalla LAV, si tratta di una pronuncia importantissima, a sostengo della circostanza che detenere un animale in catene sia incompatibile con la sua natura, così come che la vita degli animali dei circhi è sofferenza.

Giova rammentare cosa scriveva dall’Africa Albert Schweitzer, padre della medicina e dell’impegno missionario, Premio Nobel per la Pace del 1952: «A poco a poco si formò in me l’assoluta convinzione che noi non abbiamo nessun diritto d’infliggere sofferenze e morte a un’altra creatura vivente a meno che non ve ne sia una inevitabile necessità e che tutti noi dobbiamo renderci conto di che cosa orribile sia provocare sofferenza e morte per mancanza di riflessione. Non vado mai al giardino zoologico perché non posso sopportare la miserevole vista degli animali in cattività. Aborro l’esibizione di animali ammaestrati. Quante sofferenze e crudeli punizioni le povere creature devono sopportare per dare pochi momenti di piacere a uomini privi di ogni riflessione e sensibilità per loro”.

Gli animali assumono un ruolo sempre più importante nella nostra società e nella nostra vita. Basta prenderne atto, se ancora non lo abbiamo fatto!

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