Tag: risarcimento

A.T.I.

A.T.I. costituita. La mandataria rinuncia unilateralmente alla partecipazione alla gara. Conseguenze.

Citata, la mandataria, in giudizio, dalle mandanti che chiedevano il risarcimento dei danni cagionati dalla rinuncia alla partecipazione alla gara, unilateralmente comunicata all’Amministrazione appaltante dalla stessa mandataria, mentre il Tribunale accoglieva le domande delle attrici, la Corte di Appello accoglieva invece l’impugnazione della mandataria, rigettando dunque le domande delle mandanti alle quali non restava altro che proporre ricorso in Cassazione, a cui era seguito il controricorso della mandataria.

La Suprema Corte[1] ha negato il risarcimento del danno a carico della mandataria, seppure responsabile, come appresso si dirà, a fronte della impossibilità di ricollegare alla condotta tenuta da quest’ultima i danni lamentati dalle attrici, in virtù di un ragionamento controfattuale imperniato da un lato sull’incoercibilità della volontà della mandataria stessa e sulla conseguente immodificabilità della sua determinazione di ritirarsi dalla gara, e, dall’altro, sulla mancata dimostrazione, sia pure in via prognostica, dell’idoneità dell’offerta formulata dalle imprese riunite ad ottenere il punteggio più alto in sede di valutazione da parte dell’Amministrazione, e quindi a determinare l’aggiudicazione dell’appalto in favore del raggruppamento.

E ciò nonostante, come cennato, la responsabilità della mandataria che ha comunque violato l’obbligo di diligenza che le avrebbe imposto di comunicare preventivamente le proprie intenzioni alle imprese associate, interessate alla partecipazione alla gara, e di concordare con le stesse le iniziative da assumere, tenuto conto che alla data in cui aveva comunicato alla Stazione Appaltante la propria intenzione di svincolarsi dalla partecipazione alla gara le relative operazioni erano ancora in corso, benché il termine di efficacia delle offerte fosse scaduto da oltre otto mesi.

Il risarcimento è escluso in virtù della facoltà della mandataria di svincolarsi unilateralmente dalla gara e perché non risulta dimostrato il danno da perdita di chances: è il creditore, infatti, che deve provare la «realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato ed impedito dalla condotta illecita, della quale il danno risarcibile deve rappresentare una conseguenza immediata e diretta».

Spese compensate per la reciproca soccombenza.

[1] 1^ Sez. Civ., 16.05.2018 n. 11940

cane

Risarcimento del danno da perdita di animale d’affezione

Con la pronuncia in esame il Tribunale di Vicenza[1] riconosce la risarcibilità anche del danno non patrimoniale patito dagli attori, derivato dalla perdita dell’animale d’affezione, nonostante il noto pronunciamento delle Sezioni Unite (26972/2008) che avevano affermato che non può essere accordato il ristoro del danno non patrimoniale al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge in quanto solo la lesione di un diritto inviolabile della persona concretamente individuato è fonte di responsabilità risarcitoria non patrimoniale.

In primo piano, la perdita del cane da parte di una Clinica Veterinaria a cui l’animale era stato affidato dagli attori per essere sottoposto ad un intervento chirurgico a seguito della lesione del legamento crociato della zampa sinistra. Il Direttore Sanitario della Clinica, però, nella tarda serata del giorno successivo al ricovero del cane contattava gli attori per informarli “che già dal mattino F. era fuggita dalla struttura”. Nonostante le varie denunce di smarrimento e le approfondite ricerche il cane non veniva più ritrovato. “Rilevavano gli attori”, si legge in sentenza, “che la fuga e la presumibile morte di F., considerate le sue precarie condizioni di salute legate all’intervento chirurgico appena effettuato, dovevano essere ricondotte all’omessa vigilanza e negligenza del personale di turno, preposto alla custodia del cane, che era stato lasciato libero di circolare all’interno dei locali dell’ambulatorio durante la pulizia della cuccia e di uscire dalla porta d’ingresso rimasta aperta”.

La sentenza in commento richiama, aderendovi, le pronunce della giurisprudenza di merito che ripropongono una rimeditazione della decisione della Cassazione a Sezioni Unite del 2008, «molte delle quali elevando al rango di “diritto inviolabile” ex art. 2 Cost. la tutela dell’animale d’affezione, anche sulla scorta dei recenti interventi legislativi (prima fra tutte la legge n.189/2004) tendenti ad assicurare speciale protezione agli animali mediante lo strumentario repressivo penalistico. Nel dettaglio si è osservato che i diritti inviolabili della persona non costituiscono un numero chiuso, in quanto, come affermato dalle stesse Sezioni Unite, “la tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell’apertura dell’art. 2 Cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complessivo sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana”. In tal senso, proprio tenendo conto delle indicazioni fornite dalle SS.UU., l’accostamento della morte dell’animale di affezione a fattispecie come la rottura del tacco di una scarpa da sposa o l’errato taglio di capelli, non può ritenersi fedele alla realtà sociale. Il rapporto con gli animali domestici non può essere paragonato a quello con una cosa, trattandosi di una relazione con esseri viventi, prevalentemente fonti di compagnia e nella maggior parte dei casi considerati dai loro padroni come “membri della famiglia”».

Ai danneggianti non resta che pagare, financo le spese di giudizio.

 

 

[1] 03.01.2017 n. 24

acqua-non-potabile-risarcimento-assistenza-legale-roma

Acqua non potabile. Risarcimento all’utente. Sussiste

Cass. Civ., Sez. I, 04.02.2016 n. 2182

Storica sentenza, questa, della Suprema Corte, dopo varie emesse dai giudici di primo grado, con riferimento ai disservizi che gli utenti sono costretti a sopportare, talvolta se non spesso, specie in Sicilia in cui è accaduto di non poter contare su un flusso idrico costante e di buona qualità, con riferimento appunto ad un bene, l’acqua, di prima necessità, primario per ogni forma di vita esistente al mondo.

Storica sentenza, come detto, che l’avvocato difensore, nella specie, del presidente della Confcommercio di Gela [che aveva agito per il risarcimento dei danni causati al suo ristorante per i disservizi patiti nel periodo in cui il Comune di Gela aveva ordinato ai cittadini di astenersi dall’uso potabile dell’acqua], definisce come una «Una vittoria finale che si preannunciava sin dalle prime battute benché la battaglia giudiziaria sia stata difficile. Ma al terzo giudizio abbiamo mantenuto il trend della ragione che ci ripaga di tanto impegno professionale ma soprattutto sociale verso i cittadini che hanno riposto e nei legali del mio studio, la loro fiducia».

Ebbene, in caso di disservizi nell’erogazione dell’acqua potabile, il gestore dell’acquedotto, essendosi impegnato nell’adempimento delle prestazioni con il contratto di somministrazione, non può motivare l’impossibilità della prestazione stessa per fatto imputabile alla locale raffineria, estranea al richiamato contratto di somministrazione, ma deve provare di aver impiegato la necessaria diligenza per rimuovere gli ostacoli frapposti all’esatto adempimento. Diversamente, il gestore deve risarcire l’utente del danno correlato alla mancata fornitura di acqua potabile nel periodo in cui, nella specie, alla cittadinanza era stato fatto obbligo di astenersi dall’uso potabile dell’acqua in quanto i parametri chimici e i caratteri organolettici erano difformi da quelli previsti dalla legge.

È quanto emerge dalla sentenza ora in commento che ha condannato il gestore dell’acquedotto al risarcimento dei danni per un importo liquidato, secondo equità, dal giudice di pace e confermato dal Tribunale in sede di appello.

A nulla sono valsi i tentativi del gestore di far ricadere la responsabilità sulla raffineria alla quale spetterebbe il compito di «captare l’acqua marina e procedere alla sua dissalazione», mentre era riservato all’ente il compito «di miscelare l’acqua, una volta dissalata, in modo da renderla potabile». Il punto è che, si legge in sentenza, «Non può dubitarsi, sulla base della ricostruzione operata nella sentenza impugnata e dello stesso contenuto del ricorso, della ricorrenza, fra EAS e vari utenti della fornitura di acqua, fra i quali le odierne parti controricorrenti, di un contratto di somministrazione, avente natura privatistica (Cass., Sez. un., 10 marzo 2005, n. 5191), ed assolutamente autonomo dai rapporti intercorrenti fra la stessa EAS, la S.p.a. Raffineria di Gela e l’ente territoriale». Pertanto, l’acquedotto non può essere esonerato dalla responsabilità per l’asserito e presunto inadempimento della raffineria dopo il provvedimento adottato dal Comune nei confronti dei cittadini di astenersi dall’uso potabile dell’acqua perché i parametri chimici e i caratteri organolettici erano difformi da quelli previsti dalla legge. Ritengono gli Ermellini si sia correttamente richiamato il principio secondo cui, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., il debitore, in quanto tenuto a dimostrare di non aver potuto adempiere la prestazione dovuta per causa a lui non imputabile, non può limitarsi a eccepire la semplice difficoltà della prestazione o il fatto ostativo del terzo, ma deve provare di aver impiegato la necessaria diligenza per rimuovere gli ostacoli frapposti all’esatto adempimento. Gli Ermellini, infatti, affermano che: «In realtà, le stesse circostanze enunciate nel ricorso inducono ad escludere che ci si trovi in presenza di un rapporto unitario; infatti EAS sostiene che la Raffineria di Gela avrebbe dovuto “captare l’acqua marina e procedere alla sua dissalazione”, mentre era riservato all’ente ricorrente il compito di “miscelare l’acqua, una volta dissalata, in modo da renderla potabile”. Non risultando che il contratto di somministrazione prevedesse esclusivamente la fornitura di acqua dissalata, manca qualsiasi riferimento ad un’attività doverosamente diligente per superare le difficoltà che si frapponevano all’esatto adempimento, così come non è stata neppure dedotta l’oggettiva impossibilità di ricorrere ad approvvigionamenti alternativi per eseguire le prestazioni dovute».

Non resta all’Ente gestore che pagare le spese processuali.

Cancellazione viaggio pacchetto turistico. Spetta risarcimento

Tribunale di Roma, Sez. IX Civ., 06.05.2015 n. 9757

Alla attenzione del Giudice capitolino la vicenda occorsa a due coniugi i quali, acquistato un pacchetto turistico da una agenzia di viaggi, si vedevano costretti a ricercare una vacanza alternativa, con conseguente notevole aggravio dei costi, per l’improvvisa cancellazione dell’originario viaggio, comunicata telefonicamente soltanto due giorni prima della partenza prevista, per sopravvenuti motivi [scoppio della guerra in Georgia] asseritamente non imputabili al tour operator né in alcun modo prevedibili o risolvibili». «Gli attori lamentavano, dunque, [si legge nella sentenza] di non essere stati informati con congruo anticipo da parte del tour-operator della cancellazione del pacchetto turistico e di non aver ricevuto alcuna proposta alternativa ai sensi dell’art. 92 del d.lgs 206/2005 [Codice del Consumo]», di talché si vedevano costretti a proporre azione civile per ottenere il risarcimento dei danni contrattuali ed extracontrattuali sopportati, quantificati nell’importo di più di 20 mila euro per danni patrimoniali e di 15 mila euro da vacanza rovinata.

Il Giudice ritiene fondata la richiesta degli attori sulla base delle seguenti motivazioni.

Il giudizio ha ad oggetto un’ipotesi di annullamento del pacchetto turistico non dipendente da colpa del viaggiatore/consumatore di talché trova nella specie applicazione l’art. 92 del D.Lgs. n.206/2005 (Codice del Consumo) «medio tempore vigente e oggi integralmente trasfuso nel Codice del Turismo di cui alla L. n. 79 del 2011, che prevede specifiche garanzie e protezioni a favore del consumatore, nel caso di recesso o annullamento del servizio. In particolare il consumatore, in caso di annullamento del pacchetto turistico, ha diritto, in via alternativa, a usufruire di un altro pacchetto turistico di qualità equivalente o superiore senza supplemento di prezzo, oppure di un pacchetto turistico qualitativamente inferiore previa restituzione della differenza del prezzo, oppure al rimborso, entro sette giorni lavorativi dal momento del recesso o della cancellazione, della somma di danaro già corrisposta. L’art. 93 del Codice del Consumo prevede, inoltre, fermi gli obblighi di cui all’art. 92, in caso di inesatto o mancato adempimento degli obblighi contrattuali, la responsabilità dell’organizzatore per il risarcimento del danno patito dal viaggiatore, anche qualora l’inadempimento del tour operator sia dipeso a sua volta dall’inadempimento del prestatore di servizi di cui l’organizzatore si sia avvalso nell’esecuzione del contratto di viaggio».

Risulta pertanto evidente che la cancellazione del viaggio ha fatto sorgere in capo alla agenzia non soltanto l’obbligo di effettuare, in favore degli attori, una delle prestazioni ricordate dall’art. 92 del Codice del Consumo, ma altresì l’obbligo di risarcimento dei danni.

Tenuto conto che l’art. 7 delle Condizioni di contratto di vendita di pacchetti turistici, allegate al contratto stipulato tra le parti, prevedeva, in caso di annullamento del pacchetto turistico prima della partenza «immediato avviso in forma scritta»¸ tenuto altresì conto che il quarto comma dello stesso articolo prevedeva «a carico dell’organizzatore che annulla il viaggio per motivi diversi da quelli causati da forza maggiore, caso fortuito e dal mancato raggiungimento del numero minimo di partecipanti, … l’obbligo di restituire il doppio di quanto pagato dal consumatore», essendo pacifico che il viaggio è stato annullato soltanto due giorni prima della partenza, e che l’agenzia non ha dato prova che il recesso è avvenuto per forza maggiore o per causa non imputabile all’organizzatore, «compete al turista il doppio del prezzo versato».

Il Giudice capitolino ha altresì riconosciuto agli attori il risarcimento del danno da vacanza rovinata, in ossequio alla giurisprudenza consolidata che riconosce tale danno rientrante nella previsione di cui all’art. 92 del Codice del Consumo, come quel «pregiudizio che si sostanzia nel disagio e nell’afflizione subiti dal turista-viaggiatore per non avere potuto godere pienamente della vacanza come occasione di svago e/o di riposo e per aver dovuto optare per una località totalmente diversa da quella scelta dagli attori e pattuita con il tour operator», danno da taluni individuato come voce di danno patrimoniale, da altri come voce di danno non patrimoniale, suscettibile comunque di essere provato in via presuntiva «in quanto, con l’improvviso annullamento del viaggio, gli attori hanno perso il beneficio che una vacanza serenamente goduta avrebbe assicurato e si sono trovati costretti ad organizzare, durante le non più rinviabili ferie estive, una nuova vacanza non equivalente a quella cancellata».

I coniugi sono stati dunque risarciti.