Tag: responsabilità

incidente

Nessun risarcimento per il pedone che compare improvvisamente sulla traiettoria di marcia del veicolo

Nessun risarcimento per il pedone che compare improvvisamente sulla traiettoria di marcia del veicolo

Corte di Cassazione – Sez. Vi, ordinanza n. 4551 del 22.02.2017

In materia di responsabilità civile da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, in caso di investimento di pedone la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era da parte di quest’ultimo alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione questa ricorrente allorché il pedone tenga una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si trovi nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti; tanto si verifica quando il pedone appare all’improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro.

E’ quanto emerge dalla ordinanza ora in commento della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso dei familiari di una donna che aveva perso la vita a seguito del sinistro stradale in cui era stata coinvolta per effetto dell’investimento da parte di un furgone.

Il caso. Nell’anno 1999 un pedone perdeva la vita per effetto dell’investimento da parte di un furgone. I congiunti della donna, interessati ad ottenere il risarcimento dei danni, agivano in giudizio, citando dinanzi al Tribunale il responsabile del sinistro e la di lui compagnia di assicurazione. Si costituiva INA Assitalia s.p.a. chiedendo il rigetto della domanda. Il Tribunale, valutando la responsabilità del conducente del furgone nella misura del 60%, accoglieva la domanda con una sentenza che veniva invece riformata dalla Corte di Appello che preliminarmente rilevava, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, utilizzabile la documentazione concernente lo stato di salute mentale della vittima e quella relativa al giudizio penale conclusosi con l’assoluzione del conducente del furgone. Osservava, la Corte, che il limite di velocità era di 90 km/h e non di 70 km/h, come ritenuto dal Tribunale, e che il furgone viaggiava tutto al più ad una velocità di circa 90 km/h. La Corte territoriale, condividendo sul punto quanto affermato dal giudice penale, escludeva la responsabilità concorrente del conducente in quanto né lui né il passeggero a bordo avevano visto la donna, pur avendo una visuale di poco inferiore ai cento metri, segno che la stessa non si trovava in quel momento, al sopraggiungere del veicolo, sulla carreggiata, ma al lato della stessa. In altri e più chiari termini, il pedone aveva posto una condotta totalmente imprevedibile, parandosi improvvisamente dinanzi al furgone che sopraggiungeva, in una situazione di scarsa visibilità per l’ora, la pioggia e gli abiti scuri, tanto che il conducente non ebbe il tempo di fare alcunché.

A confermare il verdetto della Corte territoriale i Giudici di Piazza Cavour che rigettano il ricorso.

I motivi della decisione. Secondo gli Ermellini, congrua e logica la motivazione del giudice di merito che ha fatto applicazione del principio, espresso dalla giurisprudenza di legittimità, «alla stregua del quale in materia di responsabilità civile da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, in caso di investimento di pedone la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era da parte di quest’ultimo alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione questa ricorrente allorché il pedone tenga una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si trovi nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti; tanto si verifica quando il pedone appare all’improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro». Alla luce della citata giurisprudenza, la prova liberatoria di cui all’art. 2054 c.c. non deve essere necessariamente data in modo diretto, cioè dimostrando il conducente di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e di essersi trovato nell’effettiva impossibilità di evitare l’incidente, potendo risultare anche dall’accertamento del comportamento negligente del pedone quale fattore causale esclusivo dell’evento dannoso. Bene ha fatto il giudice del merito, sentenziano gli Ermellini, a concentrarsi sulla «improvvisa ed imprevedibile comparsa del pedone sulla traiettoria di marcia del veicolo». Una condotta del pedone imprevedibile e anormale, sicché il conducente del furgone si è trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo tempestivamente.

Quanto, infine, alla circostanza evidenziata dai ricorrenti, di cui asseriscono omesso l’esame, ovverosia la presenza di un alto muro di contenimento nel punto della carreggiata in cui era avvenuto l’investimento, i Giudici di Piazza Cavour ne escludono la decisività risultando la circostanza non incompatibile con l’accertamento del giudice di merito. «Lo stato di quiete al lato della carreggiata non è incompatibile con la presenza del muro laterale» e non emergono «le denunciate perplessità ed incomprensibilità della motivazione circa la condotta del pedone, avendo la Corte argomentato chiaramente nel senso della presenza di una visuale di cento metri, sicché la donna non poteva che essere apparsa improvvisamente sulla carreggiata».

Tutto quanto sopra considerato, da sfatare il noto detto popolare secondo cui ‘il pedone ha sempre ragione’.

caduta-accidentale-pioggia-assistenza-legale-roma

Caduta al panificio per il pavimento bagnato dalla pioggia responsabilità?

Caduta al panificio per il pavimento bagnato dalla pioggia. di chi è la responsabilità?

Il titolare del negozio deve risarcire il cliente caduto a terra a causa del pavimento bagnato dagli ombrelli sgocciolanti dei clienti, che lo hanno reso scivoloso, non avendo apposto materiali (ad es., tappetini) antiscivolo sul pavimento né dotato il locale di idoneo sistema di aerazione.

A sancirlo la sentenza della Suprema Corte (Sez. III, n. 13222 del 27.06.2016) con la quale gli Ermellini hanno accolto il ricorso di una donna [X] che aveva richiesto il risarcimento dei danni lamentati in conseguenza della frattura del collo femorale sinistro subita all’esito della caduta avvenuta all’interno del panificio, asseritamente provocata dalla presenza sul pavimento di grasso ed altre sostanze alimentari. E mentre il Tribunale aveva accolto la domanda della [X], la Corte di Appello, in accoglimento del gravame interposto dai proprietari del negozio, aveva rigettato la domanda avanzata nei loro confronti.

La Corte di merito, infatti, aveva ritenuto che se la Signora fosse stata “attenta” a dove metteva i piedi, come le circostanze di tempo e di luogo imponevano, così come peraltro avevano fatto tutti gli altri clienti, date le particolari condizioni della giornata, non sarebbe caduta, di guisa ravvisando, la Corte territoriale, la condotta colposa della cliente la causa esclusiva del danno, «ponendosi come interruttiva del nesso di causalità tra evento dannoso e cosa in custodia».

Di tutt’altro avviso i giudici di Piazza Cavour secondo cui è «accertato che la caduta all’interno del locale costituisce diretta conseguenza della condizione del pavimento reso scivoloso dall’acqua piovana introdotta dai numerosi clienti ivi entrati con gli ombrelli sgocciolanti […] e che  l’affollavano altresì impedendo al personale di poter provvedere ad asciugarlo, emerge evidente come a fronte di una situazione al custode ( e ai suoi preposti ) ben nota ed evidente non può invero escludersi, diversamente da quanto affermato dai giudici di merito nell’impugnata sentenza, la diretta derivazione del sinistro ( la caduta, con conseguente rottura del femore, della cliente ) dalla cosa ( l’affollata panetteria dal pavimento reso viscido dalla pioggia ), in ragione delle relative condizioni che l’avevano resa pericolosa e insidiosa determinate ( anche ) dalla condotta del custode non improntata alla diligenza, prudenza e cautela dovute in relazione alle concrete circostanze del caso».

Risultava dunque la responsabilità (oggettiva) del titolare del negozio che, avendo contezza che fuori del locale stesse copiosamente piovendo, e numerosi clienti si trovassero all’interno del locale con gli ombrelli sgocciolanti sì da bagnare il pavimento rendendolo ovviamente scivoloso, aveva il potere-dovere di relativa vigilanza e controllo da assolvere con diligenza, prudenza e perizia, e con l’adozione di tutte le misure idonee a prevenire ed evitare danni a terzi, in ossequio alla diligenza, prudenza e cautela dovute in considerazione delle concrete circostanze del caso; ad esempio, ben avrebbe dovuto il custode «regolamentare, e se del caso contingentare, l’afflusso dei clienti, pure al fine di evitarne un sovraffollamento che ne ostacolasse o impedisse il mantenimento in condizioni di sicurezza mediante la relativa asciugatura», impedendo ai clienti l’accesso con gli ombrelli sgocciolanti all’interno del locale, con utilizzazione di portaombrelli all’ingresso o al suo esterno, ovvero apponendo materiali (tappetini) antiscivolo sul pavimento o dotando il locale di idoneo sistema di aerazione. La condotta mantenuta dalla [X], priva di qualsivoglia carattere di eccezionalità ed imprevedibilità, non può invero certamente dirsi interruttíva del nesso di causalità, come aveva sostenuto la Corte di Appello.

La Suprema Corte ha dunque accolto il ricorso della Signora e la causa torna in Corte di Appello che dovrà determinare l’entità del risarcimento alla stessa dovuto.

Incidente: i reciproci rapporti tra automobilista e pedone, nella specie rappresentato da un podista che attraversa, correndo, sulle strisce pedonali

Corte di Cassazione, Sez. IV Pen., sentenza 10.11.2015 n. 51191

Alla attenzione degli Ermellini un incidente occorso ad una signora che, mentre faceva attività fisica di podista, attraversando la strada sulle strisce pedonali, veniva investita dall’auto dell’imputato proveniente dalla sua sinistra, e, colpita al ginocchio, riportava la frattura pluriframmentaria del piatto tibiale esterno con affossamento del ginocchio sinistro.

Il Giudice di Pace di [X] aveva assolto l’imputato dal reato di cui all’art. 590 cp, aggravato ex art. 191 C.D.S., perché il fatto non costituiva reato, per l’impossibilità, da parte del Giudice, di ricostruire con precisione l’incidente.

Investita della questione dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di [X], la Suprema Corte, inserendosi nel solco di una giurisprudenza uniforme e consolidata in tema di investimento di pedone (Sez. 4, 16.04.2008 n. 20027; Sez. 4, 02.07.2013, n.33207, Rv. 255995), ha precisato che, per escludere la colpa del conducente di auto occorre affermare la colpa esclusiva del pedone, che si realizza solo in presenza di una duplice condizione: a) la prima condizione è che il conducente si sia venuto a trovare, per motivi estranei al suo obbligo di diligenza e di prudenza, nell’oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservare tempestivamente i movimenti, attuati in modo inatteso; b) la seconda condizione è che nel comportamento del conducente non sia ravvisabile alcuna violazione sia delle norme del codice della strada sia di quelle di comune prudenza.

Secondo gli Ermellini, la sentenza del Giudice di Pace, “incentrando il proprio giudizio assolutorio solo sulla mancanza di certezza in merito alla esatta ricostruzione dell’incidente, non ha in alcun modo considerato il comportamento dei due utenti della strada, l’automobilista ed il pedone, nei reciproci rapporti“.

Le regole della circolazione stradale in centri abitati impongono al conducente di vigilare al fine di avvistare possibili situazioni di pericolo rappresentate anche dalla presenza di pedoni fuori dagli spazi ai medesimi riservati (strisce pedonali, piste ciclabili o percorribili a piedi per chi fa sport, etc.), e di tenere una condotta di guida adeguata alle concrete situazioni di luogo e di tempo, moderando la velocità secondo l’occorrenza ed arrestando la marcia del veicolo, al fine di prevenire il rischio di investimento, come spiegato dalla seguente motivazione: «Circa i doveri di attenzione del conducente nei riguardi dei pedoni, si è sottolineato che grava sul conducente l’obbligo di ispezionare continuamente la strada che sta per impegnare, mantenendo un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada stessa e del traffico e di prevedere tutte quella situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada (sez. 4, 13 ottobre 2005, Tavoliere). Al fine di escludere la responsabilità del conducente è, perciò, necessario che lo stesso si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne i movimenti, specie se attuati in modo rapido ed inatteso; occorre, inoltre che nessuna infrazione alla norme della circolazione stradale, che possa assumere rilevanza rispetto all’evento, ed a quelle di comune prudenza sia riscontrabile nel suo comportamento».

In conclusione, la Suprema Corte ha ritenuto che la sentenza impugnata dovesse essere annullata per non avere considerato tali rilevanti principi, rinviando così per nuovo esame al Giudice di Pace che aveva emesso l’impugnata sentenza.