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L’IVA sulla quota delle accise nelle bollette di luce e gas è illegittima e va rimborsata

Giudice di Pace di Venezia, decreto del 09.05.2016

Clamoroso, non si può definire altrimenti, il principio di diritto espresso dal Giudice di Pace di Venezia con il decreto [ingiuntivo], ex art. 633 e ss. c.p.c., ora in commento, circa l’illegittimità del conteggio dell’Iva sulla quota delle accise nelle bollette di luce e gas, sulla base di un ricorso proposto da un utente, il cui coraggio e la cui tenacia hanno ottenuto risultati insperati e inaspettati per molti.

Ed allora, letto il decreto del Giudice di Pace, la prima cosa che la scrivente ha fatto è stata quella di andare a leggere una bolletta, in particolare dell’energia elettrica, per rendersi conto, in effetti, nel dettaglio fiscale, che nel totale della stessa è compresa l’Iva anche sulle accise.

Il decreto del 9 maggio 2016 è chiaro in proposito quando precisa che «ritenuto che “un tributo – non possa gravare – su un altro analogo … senza una espressa statuizione legislativa” (cass. sez. un. 3671/97)», ovverosia calcolare l’Iva delle bollette sul totale comprensivo di accise e di addizionali è illegittimo, in sostanza concretizzandosi in una tassa su una tassa.

In altri e più chiari termini: gli utenti hanno diritto di essere rimborsati, come è stato disposto, nella fattispecie, dal giudice di pace nei confronti del soggetto a favore del quale il Giudice ha ordinato a GSE S.p.A. e E S.p.A. Divisione Gas & Power di restituire le somme ingiustamente incassate – nella specie per l’Iva indebitamente pagata su 8 fatture per la fornitura di gas e 12 per l’elettricità – oltre ad interessi e spese legali. Peraltro, il decreto ingiuntivo è divenuto esecutivo non avendo Enel fatto opposizione. Si tratta di un importante precedente, sia per i giudici di pace che per gli altri tribunali ordinari, che potranno pronunciare sentenze inserendosi nel solco di detta decisione, ove condivisa.

Gli Avvocati difensori della parte ricorrente [Enrico e Livia Cornelio] sottolineano l’importanza della sentenza «perché apre un nuovo fronte nella difesa del consumatore dai balzelli casuali e non previsti da alcuna norma di legge. Sempre dal giudice di pace di Venezia – su applicazione della sentenza 238/09 della Corte costituzionale – è partita la causa che ha condannato Veritas a restituire agli utenti l’Iva indebitamente applicata sull’ormai soppressa Tia, la tariffa di igiene ambientale. Ora – nonostante i disagi per la grave carenza di personale di cui soffre l’ufficio giudiziario di Venezia – il giudice di pace accogliendo l’istanza di un utente ha aperto la strada a tutti gli utenti per far loro ottenere il rimborso dell’Iva, indebitamente applicata sulle accise di gas e corrente elettrica. La decisione è netta ed esplicita e chiunque richieda il rimborso, lo otterrà…[…]… È la norma comunitaria che ribadisce che l’Iva «vada pagata solo su un “prezzo”, sul corrispettivo di una prestazione, non sul trasferimento di un’imposta dal produttore all’utente». Lo stesso difensore precisa che «A contestare l’Iva sull’accisa dovrebbero essere le società energetiche e in quel caso la questione sarebbe competenza delle Commissioni tributarie. Però evidentemente non hanno interesse a farlo, anche perché possono riversarla sui consumatori finali. Nel momento in cui la controversia è tra chi emette la fattura e chi la riceve, si instaura un diritto civilistico al rimborso, per cui è competente il giudice ordinario, in questo caso il giudice di pace, dato l’importo limitato».

Certo, il rimborso di cui si discute non riguarda tutta l’Iva (comunque dovuta sui consumi) ma attiene soltanto alla quota pagata sulle imposte, quindi si parla di modiche cifre; ciò, unitamente al fatto che il ricorso potrebbe non essere accolto, ovvero opposto, con allungamento dei tempi processuali, potrebbe indurre a desistere.

Nonostante ciò, vale comunque la pena rifletterci, almeno per la scrivente, in linea con il pensiero del presidente dell’Adico [Associazione Difesa Consumatori] secondo cui «Le somme non sono altissime – si stima che ogni famiglia potrà recuperare circa 170 euro – ma stiamo parlando di soldi ingiustamente sottratti agli utenti».

 

Tariffa di Igiene Ambientale (TIA) non si applica l’IVA

Corte di Cassazione, Sez. Un., 15.03.2016 n. 5078

La sentenza ora in commento ha ad oggetto la TIA, sistema tariffario di finanziamento comunale della gestione dei rifiuti, introdotta in Italia dal c.d. ‘decreto Ronchi’ nel 1997. Il sistema è stato poi progressivamente superato con l’applicazione di Tari, Tarsu e Tares.

In realtà, l’Azienda V.E.R.I.T.A.S., società multiservizi del Veneto, odierna parte ricorrente, già in passato era stata condannata dai giudici della Sezione Tributaria a restituire il maltolto ritenendo, nel solco della giurisprudenza della Corte Costituzionale, che l’IVA sulla TIA che i cittadini hanno pagato in bolletta tra il 1999 e il 2012 non era dovuta in quanto la TIA, da considerarsi un tributo, come tale, non è assoggettabile ad altre imposte. Questa volta però la decisione è stata presa a Sezioni Unite.

Nel dettaglio, la sentenza ora in commento ha giudicato illegittima l’IVA al 10% sui rifiuti, rigettando così il ricorso della Veneziana Energie Risorse Idriche Ambiente Servizi – V.E.R.I.T.A.S. S.p.A. contro la decisione del Giudice di Pace, confermata per quel che qui rileva dal Tribunale, che aveva disposto il rimborso, a un cittadino, dell’IVA applicata alla TIA, ritenendo peraltro che la questione non deve essere rinviata alla Corte di Giustizia, come richiesto da parte ricorrente in sede di memorie.

Il Tribunale aveva affermato «la natura tributaria della Tia in quanto mera variante della Tarsu, in conformità alla giurisprudenza della Corte Costituzionale n. 64/2010 e delle successive pronunce di questa Corte; escluse l’assoggettabilità della Tia ad Iva sia per l’ assenza di una normativa specifica, sia per essere le relative entrate riconducibili ai diritti, canoni e contributi percepiti nell’esercizio di pubbliche autorità».

È stata dunque posta la parola fine ad una vicenda che va avanti dal 1999, anno in cui, a Venezia, è stata introdotta la TIA, sostituita poi dalla TARI nel 2012.

In realtà, non solo l’Azienda veneta ma tutte le aziende italiane che gestiscono la raccolta dei rifiuti hanno imposto il pagamento dell’IVA, nonostante le associazioni dei consumatori abbiano sempre contestato l’aggravio; tanto che molteplici sono stati i ricorsi a riguardo proposti dinanzi all’A.G.O.. Ora, con la sentenza in commento, si è fatta definitivamente chiarezza: i cittadini non dovevano pagare, con il conseguente diritto al rimborso, ad eccezione delle imprese che hanno potuto detrarla.

«La normativa a fondamento delle questioni sollevate» – si legge nella sentenza – «è costituita dall’art. 49 del d.lgs. 5/2/1997, n. 22 — con il quale venne soppressa a decorrere dal l° gennaio 1999, la cd. Tarsu, disponendo che i costi per i servizi relativi alla gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di qualunque natura o provenienza giacenti sulle strade ed aree pubbliche e soggette ad uso pubblico, fossero coperti dai comuni mediante l’istituzione di una tariffa (usualmente denominata Tariffa di Igiene ambientale)– composta da una quota determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi ammortamenti, e da una quota rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito, e all’entità dei costi di gestione, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio».

Un’eventuale applicazione dell’IVA sulla TIA, sostiene la Suprema Corte, sarebbe incompatibile sia con le norme nazionali sia con quelle comunitarie.

«Tale determinazione trova il suo fondamento negli elementi autoritativi che caratterizzano la cd. Tia 1, elementi costituiti dall’assenza di volontarietà nel rapporto fra gestore ed utente, dalla totale predeterminazione dei costi da parte del soggetto pubblico – essendo irrilevanti le varie forme di attribuzione a soggetti privati di servizi (ed entrate) pubblici- nonché dall’assenza del rapporto sinallagmatico a base dell’assoggettamento ad IVA ( artt. 3 e 4 del d.P.R. n. 633/1972)», precisano gli Ermellini con la sentenza in commento, in aderenza alla conforme giurisprudenza Ue.

In altri e più chiari termini, essendo la TIA pacificamente una tassa, non si applica l’IVA, di talché V.E.R.I.T.A.S. dovrà restituire ai cittadini cifre che, prese singolarmente, possono risultare modeste (il rimborso sul quale si sono pronunciati gli Ermellini è di 67,36 euro) ma, messe insieme, rappresentano una cifra considerevole se si pensa a tutti gli italiani che hanno pagato il servizio di igiene urbana attraverso la TIA.

In realtà, V.E.R.I.T.A.S. non ha mai contestato la restituzione dell’IVA, ma ha dichiarato di attendere, ed il discorso è quanto mai attuale con la pronuncia della Suprema Corte, le indicazioni dell’Erario su come effettuare i rimborsi tenuto conto che l’Iva è stata versata alle casse dello Stato, e che, almeno nella Provincia di Venezia, si aggira tra i 7 e gli 8 milioni di euro. Peraltro, mentre i veneziani non pagano l’Iva dal 31.12.2012 e possono recuperare gli arretrati dal 2006, ci sono però Comuni dove essa è ancora applicata. Si dovrà poi anche comprendere come restituire gli interessi maturati sui prelievi operati da V.E.R.I.T.A.S. e che i cittadini sono stati costretti a pagare all’Azienda.

Insomma, un boomerang per la casse pubbliche, ma inevitabile se si considerano le pronunce conformi già intervenute in passato, come sopra visto, trattandosi di un principio già da tempo inaugurato dai giudici della sezione tributaria.