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Attività stragiudiziale. Il conferimento dell’incarico può essere provato a mezzo di testimoni?

La prima sezione della Cassazione, con la sentenza n. 29614/2018, pubblicata il 16 novembre 2018, ha concluso rispondendo affermativamente al quesito, ovverosia che “il mandato professionale per l’espletamento di attività di consulenza e, comunque, di attività stragiudiziale non deve essere provato necessariamente con la forma scritta, ad substantiam ovvero ad probationem, poiché può essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti e il giudice, in sede di accertamento del relativo credito nel passivo fallimentare, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza, può ammettere l’interessato a provare, anche con testimoni, sia il contratto che il suo contenuto”.

Inoltre, hanno concluso gli Ermellini, non “osta all’ammissione di una simile prova il disposto dell’art. 2233, comma 3, cod. civ., che prescrive la forma scritta per i patti che stabiliscono i compensi professionali degli avvocati, in quanto questa prescrizione riguarda non l’esistenza del mandato professionale, ma la sola misura del compenso”.

A riguardo, utile ricordare anche altra giurisprudenza di legittimità secondo cui “il rapporto di prestazione d’opera professionale, la cui esecuzione sia dedotta dal professionista come titolo del diritto al compenso, postula l’avvenuto conferimento del relativo incarico in qualsiasi forma idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà di avvalersi della sua attività e della sua opera da parte del cliente convenuto per il pagamento di detto compenso” (Cass. Civ., Se. II, 24.01.2017, n. 1792). In altri e più chiari termini, il professionista può dimostrare il ricevimento dell’incarico – presupposto del diritto al compenso – anche attraverso la produzione di e-mail o di fax, perché il conferimento può avvenire in qualsiasi forma, inclusa quella verbale, purché idonea a esplicitare il consenso delle parti sullo stesso.

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Compenso professionale. Il professionista deve provare la relativa pattuizione.

Il professionista che agisce per il pagamento del proprio compenso, conseguente allo svolgimento di una prestazione d’opera, nel caso in cui vi sia contestazione in ordine all’avvenuto conferimento dell’incarico, deve provare la relativa pattuizione, la quale può sì rivestire qualsiasi forma, sempreché risulti idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà del committente di avvalersi dell’attività e dell’opera del professionista.

E’ quanto emerge dalla sentenza 701/2018 pubblicata dalla Sezione XI del Tribunale Civile di Roma[1] che ha respinto, siccome infondata, la domanda del praticante avvocato che aveva chiesto (con ricorso ex art. 702 bis c.p.c.) il pagamento dei compensi maturati in relazione alla attività professionale prestata in favore della convenuta che si era costituita in giudizio contestando decisamente l’espletamento delle attività giudiziali di cui l’attore richiedeva il pagamento, ed adducendo di aver incaricato il praticante avvocato soltanto di assisterla stragiudizialmente in seguito ad un incidente stradale alla stessa occorso.

Non è emerso alcun elemento probatorio, spiega il giudice, vòlto a dimostrare un accordo intervenuto tra le parti del giudizio, «nemmeno verbale», in ordine alle richieste delle ulteriori voci indicate nel prospetto di parcella, oltre a quelle corrisposte per l’espletamento della attività stragiudiziale sul quale il convenuto concordava («All’esito delle emergenze istruttorie, dalla documentazione in atti versata nonché dalle prove testimoniali, non è emerso alcun elemento a sostegno della tesi prospettata da F in ordine all’espletamento dell’attività di cui oggi chiede il compenso»).

In sintesi, il professionista che agisce in giudizio, in caso di contestazione, per ottenere il soddisfacimento del credito professionale ha l’onere di dimostrare tanto l’avvenuto conferimento dell’incarico quanto l’effettivo espletamento della prestazione.

[1] 11.01.2018

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Parcella avvocato. Contestazione generica insufficiente.

La parcella del difensore è assimilabile ad rendiconto in relazione al quale le contestazioni del cliente non possono essere generiche, ma devono riguardare specificamente le singole voci esposte, sorgendo solo in caso di contestazione l’obbligo del professionista di fornire una più appropriata dimostrazione delle sue pretese, le quali in caso contrario devono ritenersi provate nel loro fondamento di fatto.

Lo precisa la Corte di Cassazione con la ordinanza di ieri[1].

Il caso riguarda un avvocato che, a fronte della attività svolta, su incarico e per conto di un Comune, di rappresentanza e di assistenza in un giudizio dinanzi al T.A.R. ed in quattro giudizi dinanzi al Tribunale, si vedeva negato il compenso. Il professionista, dunque, chiedeva ed otteneva in danno dell’ente locale un decreto ingiuntivo. Il Comune proponeva opposizione, accolta in parte dal Tribunale. Interposto appello da parte del professionista, la Corte territoriale, in riforma della statuizione di primo grado, rigettava l’opposizione in prime cure esperita dal Comune, anzitutto esplicitando che non era necessario un contratto scritto tra Comune e legale per il conferimento dell’incarico, il requisito restando soddisfatto, nel contratto di patrocinio, con il rilascio al difensore della procura ai sensi dell’art. 83 c.p.c.; inoltre, “l’omessa specifica contestazione di ciascuna delle attività processuali allegate come svolte dall’attore in senso sostanziale, esonera quest’ultimo da provare lo svolgimento delle stesse, in applicazione del principio della <non contestazione>“.

Il Comune proponeva ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi.

In diritto. La Corte, d’accordo con giudice del merito, ha rigettato il ricorso.

La Seconda Sezione ha infatti spiegato che “la parcella del difensore è assimilabile ad rendiconto in relazione al quale le contestazioni del cliente non possono essere generiche, ma devono riguardare specificamente le singole voci esposte, sorgendo solo in caso di contestazione l’obbligo del professionista di fornire una più appropriata dimostrazione delle sue pretese, le quali in caso contrario devono ritenersi provate nel loro fondamento di fatto (cfr. Cass. 11.1.1997, n. 242; Cass. 23.7.1979, n. 4409)”.

Del tutto ingiustificata, secondo gli Ermellini, è la prospettazione del Comune secondo cui il deposito delle sole parcelle vistate dall’Ordine non ha consentito all’Ente comunale di verificare l’attività professionale che sarebbe stata svolta in concreto in suo favore e che rendeva possibile solo una contestazione in toto; del pari ingiustificata è la prospettazione del ricorrente secondo cui dalla documentazione depositata non risulta neppure la procura conferita dal Sindaco.

La Corte territoriale, precisa il Collegio, «ha dato atto specificamente della “presenza di valide delibere di conferimento di incarico professionale, con previsione di impegni di spesa e successivo conferimento di mandato a margine dei singoli atti processuali”, firmato dal rappresentante dell’ente comunale».

La Cassazione rigetta così il ricorso del Comune, condannato a corrispondere il compenso al professionista, oltre alle spese del giudizio di legittimità.

[1] Sez. II, 31.05.2017  n. 13786

Genova - ospedale San Martino - lavori in corso e nuova viabilitˆ e nuovi parcheggi - primo giorno, fioccano le multe - diverse automobili bloccate con ganasce, sanzionate dalla societˆ privata che gestisce la nuova viabilitˆ

Fermo amministrativo illegittimo se l’auto è utilizzata per lavoro

Fermo amministrativo illegittimo se l’auto è utilizzata per lavoro

Commissione Tributaria Provinciale di Napoli, n. 20789/27/16

La vicenda riguarda un libero professionista, nella specie un avvocato, e il fermo amministrativo disposto, per inottemperanza alla cartella esattoriale, dall’Agente della riscossione sull’automobile utilizzata dal legale nell’esercizio della professione, indicata nel registro dei beni ammortizzabili.

Come noto, la procedura del fermo amministrativo di veicolo e di tutti i beni mobili registrati è la più utilizzata da Equitalia, e da qualsiasi altro agente della riscossione, per ottenere il pagamento coattivo delle cartelle esattoriali, nel caso di mancato pagamento di tasse, tributi, sanzioni amministrative da parte del cittadino.

Con il Decreto del Fare (D.L. n.69/2013, articolo 52, comma 1, lettera m-bis), è stato previsto che, ove il contribuente eserciti attività di impresa o professione, una volta che gli è stata notificata la comunicazione preventiva secondo cui, decorsi 30 giorni, in caso di mancato pagamento verrà iscritto senza ulteriori avvisi il fermo nei registri mobiliari, egli potrà impedire l’iscrizione del fermo medesimo recandosi presso lo sportello dell’agente della riscossione e dimostrando che il veicolo è strumentale alla propria attività d’impresa, professionale o di lavoratore autonomo (si pensi, a titolo esemplificativo, agli agenti di commercio).

Con la decisione in commento i giudici partenopei di primo grado hanno accolto il ricorso proposto da un avvocato il quale aveva dedotto la nullità della misura cautelare non preceduta dalla notifica del preavviso e, comunque, essendo il veicolo bene strumentale all’esercizio della sua attività. Secondo le ragioni avanzate dal ricorrente, e poi accolte dal collegio, la strumentalità del bene risultava esaustivamente dimostrata dall’iscrizione dello stesso nel registro dei beni ammortizzabili.

«Pertanto», si legge in sentenza, «l’auto di un avvocato che, come nel caso di specie, sia inserita nell’elenco dei beni ammortizzabili non può essere sottoposta al fermo che è misura cautelare propedeutica alla successiva espropriazione. Il provvedimento di fermo va quindi annullato e cancellata a cura e spese di Equitalia la relativa annotazione».

Certo, definire esattamente il concetto di “strumentalità all’attività di impresa o della professione” non è questione di poco momento. Utili, a riguardo, le diverse Circolari emanate nel tempo dall’Agenzia delle Entrate (Circolari n. 37/E/1997, n. 48/E/1998, n. 1/E/2007, n. 11/E/2007), secondo cui il requisito della strumentalità deve essere comunque circoscritto ai soli casi in cui il conseguimento dei ricavi caratteristici dell’impresa e/o del professionista dipende direttamente dall’impiego del veicolo (regolarmente riportato nei registri contabili).

Sarà quindi necessario provare in maniera adeguata che il veicolo oggetto di fermo amministrativo non è sostituibile con altro mezzo e che il relativo utilizzo è funzionale all’esercizio dell’attività professionale e alla produzione dei relativi proventi.

Una importante pronuncia della Ctp di Lodi n.124/2/2015 ha stabilito che «relativamente alla possibilità, da parte di Equitalia, di poter provvedere a un fermo amministrativo dell’autovettura della società ricorrente, ancorché annunciato, deve subito dirsi che esso non può concretizzarsi; l’autovettura, in quanto bene di proprietà e utilizzato da una società, non può essere assoggettato, infatti al fermo amministrativo. Per questo sarebbe il caso che Equitalia, piuttosto che attendere una ‘dimostrazione che tale bene è strumentale all’attività d’impresa o della professione’, eviti di inviare una comunicazione preventiva di fermo a un soggetto, una società, contro la quale non potrà mai procedere». In altri e più chiari termini, non è più onere del contribuente dimostrare che l’auto sia effettivamente strumentale all’attività di impresa, in forza di una “presunzione oggettiva” che il bene riguardi l’attività espletata.

Da ultimo, giova ricordare che, con l’ordinanza n. 15354 depositata il 22.07.2015 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno individuato la natura del fermo amministrativo, vero e proprio strumento di minaccia per i contribuenti, definendolo “una misura afflittiva” che nulla ha a che vedere con la procedura esecutiva per il recupero dei crediti.