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Compie il reato di abuso edilizio il gestore di un ristorante che realizza un “dehor” senza il permesso di costruire

Corte Cassazione,  III Sez. Pen., 26.05.2016, n. 21988

La massima. «E’ necessario il permesso a costruire per realizzare un’area esterna al ristorante con pedana, tavoli e sedie e copertura che, per dimensioni e caratteristiche costruttive determina senza dubbio un incremento volumetrico e di certo non si tratta di un intervento che possa definirsi precario: in assenza del titolo edilizio si configura l’illecito penale a carico del gestore del locale pubblico e deve essere confermato il sequestro preventivo del manufatto».

Il fatto alla attenzione degli Ermellini. All’esame della Suprema Corte il ricorso di un gestore di un ristorante contro l’ordinanza del Tribunale che aveva rigettato la richiesta di riesame del decreto di sequestro preventivo emesso dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale medesimo, avente ad oggetto una struttura consistente in una pedana delimitata da parapetti in ferro con pannellatura modulare e copertura sorretta da travatura orizzontale e verticale per la realizzazione della quale il ricorrente Sig. [X] risultava indagato per i reati di cui agli artt. 44 D.P.R. 380/01, 633. 639-bis c.p.. Il ricorso è sorretto da due motivi; in particolare, per quel che qui rileva, il ricorrente denuncia l’insussistenza del fumus del reato di abuso edilizio in quanto per le opere realizzate non era necessario il permesso di costruire.

In diritto. La Corte rigetta il ricorso, per infondatezza, e a nulla valgono le doglianze del ricorrente secondo cui le opere non sarebbero soggette al preventivo rilascio del permesso di costruire «non determinando alcuna trasformazione urbanistica permanente». Infatti, dagli atti ai quali la Corte ha accesso, dal tenore dell’ordinanza e del ricorso nonché dalla descrizione delle opere quale riportata dal Tribunale, gli Ermellini attestano che, attraverso la struttura realizzata, qualificata dal ricorrente come ‘dehor’, destinata ad accogliere i tavoli di un ristorante gestito dall’indagato, questi abbia anche invaso arbitrariamente il suolo pubblico, occupandolo senza titolo. La Corte precisa che, con riferimento alla contravvenzione edilizia, «opere aventi consistenza e caratteristiche costruttive quali quelle realizzate dal ricorrente devono senz’altro ritenersi soggette al permesso di costruire», trattandosi di una «struttura destinata, per dimensioni e caratteristiche costruttive, a non contingenti esigenze di esercizio dell’attività di ristorazione che determina, indubbiamente, un incremento volumetrico».

La Corte passa poi a ricordare in cosa consista la struttura, impropriamente qualificata ‘dehor’ dal ricorrente, trattandosi non già di «uno spazio esterno ad un pubblico esercizio attrezzato con arredi, bensì una nuova volumetria suscettibile di autonoma utilizzazione».

E così un intervento di tale consistenza non può definirsi precario atteso che, secondo gli insegnamenti costanti dei giudici di legittimità, «la precarietà non può essere desunta dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data all’opera dall’utilizzatore, sono irrilevanti le caratteristiche costruttive i materiali impiegati e l’agevole rimovibilità, l’opera deve avere una intrinseca destinazione materiale ad un uso realmente precario per fini specifici, contingenti e limitati nel tempo e deve, inoltre, essere destinata ad una sollecita eliminazione alla cessazione dell’uso».

La struttura in esame non possiede i requisiti descritti e la Corte rigetta il ricorso.