Stepchild adoption

Stepchild adoption per due uomini. Non sono né il numero né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano.

Tribunale per i minorenni di Roma, sentenza 23.12.2015/ n. 11914

La ‘stepchild adoption’ (l’adozione del “figliastro”) è un istituto non ancora previsto nel nostro ordinamento e proprio in questo periodo, nel pieno dibattito parlamentare, la sentenza storica, ora in commento, che ha riconosciuto una nuova ‘stepchild adoption’ nei riguardi di due padri. A pronunciarla, il giudice Melita Cavallo, Presidente del Tribunale per i minori di Roma fino al 31 dicembre dello scorso anno, che ha ritenuto opportuno riconoscere quel bimbo di 6 anni come figlio di entrambi i genitori, e ciò in virtù dell’art. 44 della legge 04.05.1983, n. 184, modificata dalla legge 28.03.2001, n. 149.

Si tratta della terza pronuncia dopo l’approvazione al Senato della legge sulle unioni civili dalla quale però è stata stralciata l’adozione del figlio acquisito. Il 1° ed il 9 marzo scorso, sempre il Tribunale dei minorenni di Roma aveva riconosciuto l’adozione a due coppie di mamme.

Della sentenza ora in commento, certamente storica, se ne ha notizia ora, essendo divenuta definitiva, per scadenza dei termini per l’appello, non avendo ritenuto opportuno, alcun pubblico ministero, procedere con l’impugnazione. Con essa, il bimbo di uno dei due padri, concepito in Canada con fecondazione eterologa e vissuto fino ad oggi con la coppia, è stato adottato dal compagno del padre biologico.

Il fatto. Due uomini si conoscono durante il periodo di studi all’Università e, dopo sette anni di convivenza, decidono di contrarre matrimonio in Canada. Avendo sentito fortemente il desiderio di un figlio, «si erano recati in Canada, al fine di concretizzare il loro progetto di genitorialità condivisa», paese che maggiormente garantisce i diritti alle coppie omosessuali, e soprattutto ammettendo la maternità surrogata non a fini commerciali ma solo su base volontaria. Il bambino è stato concepito con la cosiddetta “gestazione per altri” a titolo gratuito. I due papà, subito dopo la nascita, sono rimasti nella città natale del bambino per oltre due mesi, facendo poi rientro in Italia, «dove sono stati accolti con molta felicità da parenti e amici». Il piccolo ha sempre vissuto con la coppia che lo ha accudito fin dal primo momento. Le educatrici dell’asilo descrivono il bambino, si legge in sentenza, «dinamico, attivo, loquace, sereno e con un livello relazionale adeguato sia con i compagni sia con le educatrici stesse. Il bambino ha instaurato buone relazioni con le figure di riferimento, dalle quali è capace di tollerare anche il distacco». Entrambi i partner hanno modalità affettuose e, allo stesso tempo, rispettose dei tempi del bambino. Pareri conformi, e positivi, da parte di professionisti del Servizio sociale e della pediatra. «Nel corso della visita domiciliare il Servizio sociale ha potuto osservare che la casa offre spazi congrui al bambino, il quale dispone di una propria cameretta ben attrezzata, con i giochi adatti all’età. L’abitazione è apparsa accogliente, una collaboratrice domestica si dedica alla casa ed al bambino».

Il pubblico ministero si è dichiarato contrario durante il procedimento, ritenendo la domanda inammissibile in quanto afferente ad una fattispecie riconducibile ad un istituto, quello della ‘stepchild adoption’, non ancora previsto nel nostro ordinamento.

Motivi della decisione.

Il Collegio ha ritenuto il ricorso meritevole di accoglimento tenuto conto che «nella nostra normativa di settore non v’è divieto alcuno ad adottare per la persona singola, quale che sia il suo orientamento sessuale. Esclusivamente per l’adozione legittimante (nazionale ed internazionale) viene richiesto che ad adottare siano due persone unite da rapporto di coniugio riconosciuto dall’ordinamento italiano, ma nel nostro sistema il legislatore ha introdotto una seconda forma di adozione – l’adozione in casi particolari – in base alla quale, nell’interesse superiore del minore, la domanda di adozione può essere proposta anche da persona singola ai sensi del combinato disposto dell’art. 44, lettera d), e dell’art. 7 della medesima Legge n. 184/1983. Nessuna limitazione è prevista espressamente, o può derivarsi in via interpretativa, con riferimento all’orientamento sessuale dell’adottante o del genitore dell’adottando, qualora tra di essi vi sia un rapporto di convivenza». Il Collegio pertanto, considerata la richiesta di adozione in casi particolari del minore, valutato che tale adozione è disciplinata dal Titolo IV della legge n. 184/1983, come modificata dalla legge 28 marzo 2001 n. 149, agli artt. 44-57, rilevato che tale adozione «risponde all’intenzione del Legislatore di voler favorire il consolidamento dei rapporti tra il minore e i parenti o le persone che già si prendono cura del minore stesso, prevedendo la possibilità di un’adozione con effetti più limitati rispetto a quella legittimante, ma con presupposti meno rigorosi», ha ritenuto che nella fattispecie al suo esame, prevista dalla lettera d) del comma 1 dell’art. 44, il minore può essere adottato «anche quando non ricorrono le condizioni per l’adozione legittimante, quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo». Contrariamente a quanto sostenuto dal P.M. secondo cui nella fattispecie manca il presupposto – a suo dire ineludibile – della norma, costituito da una situazione di abbandono, il Collegio ritiene, in linea con la giurisprudenza di merito e soprattutto di legittimità, così come si è espressa la Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU), «che la norma sia molto chiara e inequivoca nel richiedere come presupposto l’impossibilità dell’affidamento preadottivo e non una situazione di abbandono ad esso prodromica», e ciò, si ripete, nell’interesse superiore del minore.

Il Collegio evidentemente sa che è oggetto di esame in Parlamento l’approvazione di una disciplina specifica regolante la materia ma ciò «non esclude che nelle more che questa venga approvata ed entri in vigore, si possano e si debbano applicare le norme in vigore. Anzi impone che esse vengano applicate secondo una interpretazione – in primis – costituzionalmente garantita e – tenendo conto anche della giurisprudenza di Strasburgo – convenzionalmente conforme in modo da poter tutelare il più possibile quelle posizioni giuridiche che il nostro ordinamento ritiene meritevoli di tutela».

Spetta la giudice ordinario operare una “interpretazione convenzionalmente orientata” delle norme nazionali. E il «Collegio ritiene che il desiderio di avere dei figli, naturali o adottati, rientri nell’ambito del diritto alla vita familiare, nel “vivere liberamente la propria condizione di coppia” riconosciuto come diritto fondamentale, anzi ne sia una delle espressioni più rappresentative».

Con riferimento all’orientamento sessuale degli adottanti, il Collegio precisa che, valutato il superiore interesse del minore ad essere adottato e l’adeguatezza dell’adottante a prendersene cura, «un’interpretazione dell’art. 44, co. 1, lett. D) della Legge n. 184/1983 che escludesse l’adozione per le coppie omosessuali solo in ragione della omosessualità, al tempo stesso riconoscendo la possibilità di ricorrere a tale istituto alle copie di fatto eterosessuali, sarebbe un interpretazione non conforme al dettato costituzionale in quanto lesiva del già richiamato principio di uguaglianza (art. 3 Cost.) e della tutela dei diritti fondamentali (art. 2 Cost.), fra cui la Corte Costituzionale annovera quello delle unioni omosessuali a vivere liberamente la propria condizione di coppia. Inoltre, la lettura dell’art. 44, co. 1, lett. d) che escludesse dalla possibilità di ricorrere all’istituto dell’adozione in casi particolari alle coppie di fatto omosessuali a motivo di tale orientamento sessuale si porrebbe in contrasto anche con l’art. 14 in combinato disposto all’art. 8 della CEDU».

Il Collegio, passando alla applicazione dei principi di diritto al caso di specie, ritiene illegittimo respingere la domanda solo a motivo dell’orientamento sessuale degli adottanti, in aperto contrasto con la lettera e la ratio della norma, nonché con i principi costituzionali e i diritti fondamentali garantiti dalla CEDU.

Il bambino è cresciuto con il ricorrente ed il suo compagno, suo padre biologico, «instaurando con loro un legame inscindibile che, a prescindere da qualsiasi “classificazione giuridica”, nulla ha di diverso rispetto a un vero e proprio vincolo genitoriale. Negare a questo bambino…i diritti e i vantaggi che derivano da questo rapporto costituirebbe certamente una scelta non corrispondente all’interesse del minore».

Il bambino, si legge in sentenza, «è apparso sereno, unito da un profondo legame affettivo ad entrambi i Sigg. […] e […] e assolutamente bene inserito nell’ambiente scolastico e  familiare che lo circonda, ove tra l’altro, grazie anche alla presenza costante dei nonni e della zia, può conoscere i diversi modelli di famiglia, non restando così in alcun modo isolato e/o pregiudicato a livello emotivo».

Il Tribunale ha quindi ritenuto «che il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altri termini, non sono né il numero né il genere dei genitori a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano»; in particolare il Tribunale ha evidenziato «come ciò che è importante per il benessere psicofisico dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano dello stesso sesso o che abbiano lo stesso orientamento».

In conclusione, il Tribunale ha dichiarato farsi luogo alla adozione.

Dal delineato contesto giova ulteriormente rilevare che la ‘stepchild adoption’, o adozione in casi particolari, è un istituto giuridico che consente al figlio di essere adottato dal partner (sposato o unito civilmente) del proprio genitore. Nel nostro ordinamento esiste dal 1983 ma ha riguardato solo le coppie eterosessuali. Infatti, la legge n.184/1983 permette l’adozione del figlio del coniuge, con il consenso del genitore biologico, se l’adozione corrisponde all’interesse del figlio che deve dare il consenso (se maggiore di 14 anni) ovvero esprimere la propria opinione (se di età compresa tra i 12 e i 14). Fino al 2007 era ammessa solo per le coppie sposate poi, intervenute due sentenze (prima Milano poi Firenze) questa facoltà è stata estesa anche ai conviventi eterosessuali.

Come visto, il Tribunale per i minori di Roma, nel solco di un principio giuridico consolidato nonché della conforme giurisprudenza di merito e di legittimità, ha stabilito che l’orientamento sessuale dell’adottante non può essere valutato come elemento ostativo alla stepchild.

E così, mentre il Parlamento ha ritenuto di lasciare in sospeso un aspetto così rilevante dei diritti civili per gli omosessuali, i giudici decidono, ed in senso affermativo, i casi concreti loro sottoposti. Dove non arriva la politica, arriva la magistratura.

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