Stalking anche quando la vittima non cambia abitudini di vita

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Corte di Cassazione, Sez. V Pen., sentenza 30.08.2016 n. 35778

Come ormai noto, subìre stalking significa vivere quotidianamente nell’ansia e nell’angoscia: lo stalker, infatti, si insinua in ogni attimo della vita della vittima, provocando timore e paura. E anche se pensiamo ad esso come un fenomeno lontano da noi, i dati ISTAT del 2012 ci dicono, invece, che circa la metà delle donne in età 14-65 anni (esattamente 10 milioni 485 mila, pari cioè al 51,8%) hanno subìto comportamenti persecutori: dalle telefonate a tutte le ore, ai pedinamenti, alle attenzioni ripetute, ai regali non graditi, agli sms, alle molestie verbali e fisiche, quando poi non sfocia nel femminicidio, triste ma vera emergenza sociale.

In Italia lo stalking è diventato un reato grazie alla legge n. 38 del 2009, di conversione del decreto-legge 23 febbraio 2009 n. 11, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori, che sancisce la pericolosità appunto di un tal genere di atti. Esattamente al secondo capo (dall’art. 7 all’art. 12), l’art. 7, non modificato in sede di conversione, ha introdotto nel codice penale il nuovo art. 612-bis (dopo il 612 che definisce la minaccia) in tema di “Atti persecutori”, che punisce «chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita».

Ed ecco la rilevanza della sentenza ora in commento che ci dice c’è, peraltro in coerenza con altra giurisprudenza della stessa Corte, perché possa configurarsi il reato di stalking (art. 612-bis c.p.), non è essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, «essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità».

Gli Ermellini poi tornano a ribadire che la sola testimonianza della persona offesa, nel caso non vi siano elementi idonei a porre in dubbio detta ricostruzione, può essere sufficiente per una declaratoria di colpevolezza, così al riguardo argomentando: «la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata».

In conclusione, la decisione del Tribunale del riesame di disporre la misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa nei luoghi dalla stessa frequentati nei confronti del ricorrente, indagato per stalking, è stata confermata.

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