Sequestro preventivo di cani non solo per i maltrattamenti ma anche se “abbandonati” nel giardino ad abbaiare e in cattive condizioni igieniche

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Sequestro preventivo di cani non solo per i maltrattamenti ma anche se “abbandonati” nel giardino ad abbaiare e in cattive condizioni igieniche

Corte di Cassazione, Pen., Sez. III, 20.10.2016, n. 54531

Piazza Cavour ritiene legittimo il sequestro preventivo dei cani “abbandonati” nel giardino ad abbaiare e in cattive condizioni igieniche, a prescindere dal sentimento che la proprietaria prova verso i propri animali, a fronte della primaria necessità di non arrecare disturbo al riposo delle persone dimoranti in abitazioni contigue così come di non arrecare molestie ai condomini confinanti a fronte delle esalazioni maleodoranti.

E’ quanto emerge dalla sentenza 54531/2016 pubblicata il 20.10.2016 dalla III Sezione Penale della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso proposto dalla proprietaria dei cani avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale del Riesame, in accoglimento dell’appello del P.M. avverso l’ordinanza del G.I.P. dello stesso Tribunale che aveva respinto la richiesta di sequestro preventivo dei cani, disponeva il predetto sequestro.

La ricorrente, proprietaria di tre cani, è indagata per i reati di cui agli artt. 674 e 659 cod. pen.: secondo un esposto dei vicini di casa, i rumori e i cattivi odori erano originati dagli stessi cani dell’indagata tenuti in cattive condizioni igieniche ormai da diversi anni (tanto che la Signora era già stata condannata in primo grado per gli stessi reati commessi fino al 2012). Il G.I.P. aveva respinto due volte la richiesta di sequestro preventivo, in considerazione del fatto che la condotta non era strutturalmente collegata alla disponibilità dei cani ma alla negligenza nella pulizia del cortile dove essi dimoravano e nel contenimento della loro pulsione ad abbaiare; il Giudice aveva negato che i cani potessero essere considerati una cosa pertinente al reato e aveva aggiunto che il loro sequestro avrebbe costituito una sorta di sanzione preventiva. Secondo il Tribunale, invece, sussisteva il fumus commissi delicti con riferimento ad entrambe le ipotesi di reato evocate dal P.M., come dimostravano le valutazioni espresse dalle Autorità Sanitarie e la motivazione della condanna in primo grado inflitta alla proprietaria. L’ordinanza riteneva i cani sottoponibili a sequestro preventivo nonostante la loro detenzione fosse, di per sé, legittima: essi sono “cosa pertinente al reato”, giacché danno concreta occasione all’indagata di reiterare le condotte di reato per cui si procedeva; sussisteva il pericolo che la libera disponibilità degli animali consentisse la reiterazione dei reati.

Nel ricorrere in Cassazione, il legale della proprietaria degli animali a quattro zampe rilevava la legittimità del sequestro preventivo dei cani solo in caso di loro maltrattamento; al contrario, gli animali di compagnia non possono essere considerati “cose pertinenti al reato”, in quanto esseri senzienti. Quanto alla contravvenzione di cui all’art. 659 cod. pen., il ricorrente precisava che l’abbaiare dei cani, di per sé, fosse un fatto naturale, frutto di istinto insopprimibile, con la sussistenza del reato solo se questo fosse continuo ed ininterrotto e tale da impedire il riposo notturno. Non sarebbero ricorsi neppure i presupposti dell’art. 674 cod. proc. pen., per la mancanza di pericolo per la salute pubblica; le emissioni, infatti, non superavano la normale tollerabilità. Si trattava, del resto, di singoli escrementi presenti nel cortile per un periodo di tempo ignoto, come confermato dal Veterinario Comunale che aveva negato che dalla mancata pulizia del cortile emergessero problematiche di carattere igienico.

La Cassazione è di avviso contrario.

Come si legge nelle motivazione degli Ermellini, «gli animali sono considerati “cose”, assimilabili – secondo i principi civilistici – alla res, anche ai fini della legge processuale, e, pertanto, ricorrendone i presupposti, possono costituire oggetto di sequestro preventivo». Gli stessi Ermellini proseguono affermando che «riconoscere i cani come “esseri senzienti” – qualunque portata si voglia attribuire a tale espressione – non muta affatto, in maniera vincolante sul legislatore nazionale e sul giudice, il loro regime giuridico, tenuto conto che, rispetto a determinate specie animali, l’uomo ha sempre riconosciuto una capacità, maggiore o minore, di comprendere e di relazionarsi con l’uomo stesso. Non è un caso, quindi, che il Trattato di Lisbona e la Convenzione di Strasburgo evocati dalla ricorrente altro non facciano che vietare l’inflizione agli animali di sofferenze non necessarie: divieto cui aveva già provveduto il Codice Zanardelli e nei decenni rafforzato sotto vari aspetti».

Per i Giudici di Piazza Cavour, la “necessità” cui parametrare la liceità della condotta violenta nei confronti dell’animale “senziente” è quella dell’uomo, e non quella dell’animale; «né è proponibile qualsivoglia equiparazione tra le esigenze lecite dell’uomo e quelle dell’animale, così da giungere addirittura a ritenere la condotta umana sproporzionata per essere l’interesse che la muove meno importante della garanzia di benessere dell’animale: gli uomini sono superiori agli animali, sono padroni degli animali e li utilizzano per le loro esigenze, sia pure tentando di evitare loro sofferenze superflue perché non collegate al soddisfacimento dell’interesse umano».

Di qui la conclusione della sentenza: «la – comunque non dimostrata e niente affatto “pacifica e indiscutibile” – sofferenza dei cani derivante dall’allontanamento dal luogo dove vengono custoditi dalla ricorrente è priva di rilevanza rispetto alle esigenze umane che le norme penali di cui agli artt. 674 e 659 cod. pen. tutelano». Per il Collegio, inoltre, il sequestro provocherebbe una minima sofferenza negli animali, peraltro non provata, poiché i cani «non vengono né uccisi, né feriti o maltrattati, ma soltanto trasferiti in un diverso luogo di custodia».

Da ultimo, anche il sentimento che la ricorrente prova verso i propri animali non impedisce la loro sequestrabilità: il sentimento di affetto non la giustifica a non prendersi cura degli animali e arrecare disturbo ai vicini.

In altri e più chiari termini, il sequestro preventivo dei cani è legittimo: si tratta di cose pertinenti ai reati contestati la cui disponibilità da parte dell’indagata può protrarre la loro consumazione. Ciò vale sia per il reato di cui all’art. 659 c.p. sia per la contravvenzione di cui all’art. 674 c.p.: la norma incriminatrice impone ai padroni degli animali di “impedirne lo strepito” (e non può essere invocato un “istinto insopprimibile” del cane per sostenere l’insussistenza del reato), in quanto per l’integrazione del reato è sufficiente l’idoneità della condotta ad arrecare disturbo ad un numero indeterminato di persone, non occorrendo l’effettivo disturbo alle stesse. Quanto, infine, alle emissioni olfattive, la giurisprudenza ha ritenuto che sia configurabile anche per quelle che superino il limite della normale tollerabilità ex art. 844 cod. civ. e non si richiede che la condotta contestata abbia cagionato un effettivo nocumento, essendo sufficiente che essa sia idonea a molestare le persone.

Secondo i principi civilistici, dunque, il cane va considerato come una cosa e può essere oggetto di sequestro preventivo se reca potenzialmente disturbo alle persone. Per i giudici, ad essere tutelato deve essere esclusivamente l’interesse del cittadino a non venire disturbato.

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