Reato di violenza privata

Integra il reato di violenza privata impedire la chiusura della porta di ingresso della abitazione con il piede

Corte di Cassazione, Sez. V Pen., sentenza 21.03.2016 n. 11914

Durante una lite tra ex coniugi, nel momento in cui la ex moglie aveva cercato di chiudere la porta di casa, l’ex marito aveva frapposto un ostacolo, il proprio piede.

«Integra il reato di violenza privata la condotta dell’agente che impedisce al proprietario di chiudere la porta d’ingresso dell’abitazione, per mettere fine alla conversazione fra loro, interponendo un piede fra lo stipite e il battente dell’uscio dovendosi ritenere sussistente nell’agente la consapevolezza di ostacolare la libera determinazione della persona offesa, dovendosi ritenere che il requisito della violenza è integrato anche dalla violenza impropria che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti a esercitare pressioni sulla volontà altrui e che ai fini della configurabilità del reato è sufficiente il dolo generico».

La massima sopra riportata emerge dalla sentenza ora in commento con cui gli Ermellini hanno valutato congrua la motivazione del giudice di merito che aveva ritenuto «integrato il reato di violenza privata dalla condotta costituita dall’avere ostacolato la persona offesa … mentre la predetta cercava di chiudere l’ingresso della propria abitazione: in tal senso risulta configurabile la lesione del bene giuridico protetto dall’art. 610 CP., per la coazione della libera volontà della persona offesa dato che – ai fini della sussistenza del reato – il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, ben potendo trattarsi di violenza fisica, propria, che si esplica direttamente nei confronti della vittima o di violenza impropria che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui impedendone la libera determinazione».

E non si tratta né di invasione di domicilio, restando l’agente fuori di casa, né della fattispecie contravvenzionale di molestia; il reato è dunque la violenza privata. Inutile difendersi sostenendo che la condotta si era mantenuta in termini pacati, o che si doveva trattare di questioni di interesse comune, ovverosia del proprio figlio. Scatta la condanna, nella specie, a due mesi di reclusione inflittagli dalla Corte di Appello (anche se, sempre nella specie, il reato risulta estinto per decorrenza del termine di prescrizione).

Affinché si configuri l’illecito penale ex art. 610 c.p. – «Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni. La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo 339» – basta il dolo generico a coartare la libertà di determinazione della persona offesa.

In altri e più chiari termini, la violenza che il codice penale punisce non è soltanto quella propria, che può consistere nell’uso dell’energia fisica da cui derivi una coazione personale, ma anche quella impropria, consistente nell’uso di un qualunque altro mezzo capace di coartare la libertà morale della vittima, esercitando pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione. E nella specie l’imputato era consapevole di ostacolare la libera scelta della donna di interrompere la conversazione.

Non gli resta che rimborsare le spese in favore della Parte Civile.

 

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