Reati connessi all’uso dei parcheggi: il reato di violenza privata

A tutti può capitare di trovare una automobile, parcheggiata in modo ‘selvaggio’, che impedisce di fatto il transito alla nostra autovettura che, per tale circostanza, rimane intrappolata nell’area di parcheggio; non tutti sanno, però, che chi parcheggia la propria vettura dinanzi ad un fabbricato o un posteggio (pubblico o privato) in modo da bloccare il transito ad un’altra auto, impedendole l’accesso o l’uscita, rischia non soltanto il carroattrezzi ma, addirittura, il procedimento penale.

La giurisprudenza di Cassazione ha affrontato in più occasioni il tema relativo alle condotte, chiamiamole ‘incivili’, degli utenti della strada, precisando la circostanza che costituisce reato lasciare il proprio mezzo parcheggiato in modo tale da impedire agli altri il passaggio, ossia l’uscita o l’entrata, a titolo esemplificativo, da/in un parcheggio pubblico, un cortile condominiale privato, un cancello, un box auto.

Si tratta di mezzi di costrizione dell’altrui libertà contrari all’ordinamento e che, oltre ad integrare illeciti amministrativi per violazione del codice della strada (si pensi al divieto di parcheggio, al passo carrabile, ecc.), possono far scattare un procedimento penale a carico del conducente, integrando il reato di violenza privata.

Ebbene, in che cosa consiste il reato di violenza privata? Esso si configura, secondo l’art. 610 c.p., quando “chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa”. La pena prevista è la reclusione fino a quattro anni, aumentata se concorrono le circostanze aggravanti di cui all’art. 339 c.p., se la violenza o la minaccia sono commesse con armi, da persone travisate, da più persone riunite, con scritto anonimo, in modo simbolico o valendosi della forza intimidatrice derivante da associazioni segrete, esistenti o supposte.

In altri e più chiari termini, nel reato di violenza privata il requisito della violazione, ai fini della configurabilità del delitto, si identifica con qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e di azione l’offeso il quale sia, pertanto, costretto a fare, tollerare od omettere qualcosa contro la propria volontà (Cass., Sez. V Pen., 12.01.2012 n. 603); nella specie, gli Ermellini, nell’esaminare il ricorso, sulla base della propria giurisprudenza, hanno ricordato che «Occorre prendere le mosse dal rilievo, già formulato dai giudici del merito e non censurato dal ricorrente, secondo cui l’elemento della violenza nella fattispecie criminosa di violenza privata si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (Rv. 246551; Massime precedenti Conformi: N. 1195 del 1998 Rv. 211230, N. 3403 del 2004 Rv. 228063). Si conviene anche sulla osservazione che quando la violenza privata sia configurata con riferimento ad un atto di violenza (in alternativa a quello della minaccia) tale violenza possa essere individuata in un’energia fisica esercitata, come detto, vuoi sulle persone o, in alternativa, anche sulle cose (Rv. 184195; Rv. 247757) e deve essere idonea ad incidere sulla libertà psichica (di determinazione e azione) del soggetto passivo». Nel caso di specie, l’imputato aveva parcheggiato in modo da intralciare il passaggio, specificando poi di non avere alcuna intenzione di rimuovere la sua autovettura. In conclusione, dice la Cassazione confermando la condanna, «se è del tutto condivisibile che costituisca il reato in esame la condotta di chi effettui il parcheggio di un’autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un’altra automobile di spostarsi per accedere alla pubblica via e accompagnato dal rifiuto reiterato alla richiesta della parte offesa di liberare l’accesso (Rv. 234458; Massime precedenti Conformi: N. 4093 del 1981 Rv. 148695, N. 2545 del 1985 Rv. 168350, N. 10834 del 1988 Rv. 179650, N. 40983 del 2005 Rv. 232459), sarebbe irragionevole non ritenere reato anche soltanto la seconda parte della condotta appena descritta nella quale la costrizione, con violenza, della altrui volontà è determinata dal mantenimento della vettura nella posizione irregolare in cui è stata messa dallo stesso agente: mantenimento capace di determinare la costrizione psicologica della persona offesa né più e né meno dell’intenzionale parcheggio ostruttivo». Nel delineato contesto la Suprema Corte, cioè, ha affermato che, se da un lato è pacifico che costituisce il reato di violenza privata la condotta di chi effettua il parcheggio della propria autovettura in modo tale da impedire intenzionalmente a un’altra persona di uscire dal parcheggio comune, accompagnato dal reiterato rifiuto alla richiesta della parte offesa di liberare l’accesso, dall’altro è ragionevole ritenere reato anche il rifiuto di spostare l’auto. In tale seconda condotta la costrizione con violenza dell’altrui volontà è determinata dal mantenimento della vettura nella posizione irregolare. Il mancato rispetto dell’altrui diritto di godere liberamente degli spazi condominiali e dei beni comuni può dunque portare a conseguenze a volte inimmaginabili.

Per integrare il reato di violenza privata basta la consapevolezza del parcheggio eseguito in modo da bloccare eventuali altri automobilisti. Il che può derivare anche da semplice incuria o per totale indifferenza alle norme stradali. Al riguardo, la decisione recente della Suprema Corte (sez. V penale, sentenza 9 ottobre – 7 dicembre 2015, n. 48346), ha precisato che «Sul punto, occorre ricordare la giurisprudenza di questa Corte di legittimità laddove ha più volte affermato che l’elemento della violenza nella fattispecie criminosa di violenza privata si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza “impropria”, che si attua attraverso l’uso di mezzi anomali diretti ad esercitare pressioni sulla volontà altrui, impedendone la libera determinazione (Cass., Sez. 5, n. 11907 del 22/01/2010, Cavaleri ). Ed invero, più precisamente è stato anche affermato che integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che parcheggi la propria autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa, considerato che, ai fini della configurabilità del reato in questione, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione ( Cass., Sez. 5, n. 8425 del 20/11/2013 – dep. 21/02/2014, Iovino)».

In conclusione, parcheggiare male può costituire reato: se si blocca il passaggio alle altre autovetture, infatti, è integrato il delitto di violenza privata. A dirlo (rectius, a ribadirlo) è dunque la Corte di Cassazione in numerose occasioni, con sentenze (si veda anche 16.05.2006 n.16571), che si collocano nel solco di una giurisprudenza che va consolidandosi in materia di cd. atti emulativi della strada. La sentenza da ultimo richiamata, ad esempio, ha descritto un fatto di voluta intenzione dell’imputato di mantenere il proprio veicolo – già parcheggiato irregolarmente in un’area condominiale alla quale non aveva diritto di accedere (“condominio a lui estraneo”) – in modo tale da impedire alla persona offesa di transitare con il proprio veicolo per uscire sulla pubblica via, rifiutando reiteratamente di liberare l’accesso, pretendendo «con evidente protervia ed arroganza» che la persona offesa attendesse secondo proprie necessità (la «discesa» della sorella), e tanto basta, hanno sostenuto gli Ermellini, per integrare la violenza quale normativamente prevista.

Attenzione, pertanto, a come si parcheggia, anche perché gli Ermellini sembrano, e sono, particolarmente sensibili al problema !!!

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