Quando il marito è troppo attaccato alla madre

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La cassazione conferma la nullità del matrimonio concordatario del ‘mammone’ con la moglie

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 22 maggio – 18 settembre 2014, n. 19691

La difficoltà di emanciparsi dalla figura materna ha un nome: complesso di Edipo, che si verifica quando il proprio compagno fatica ad allontanarsi dalla figura materna.

I sondaggi, più o meno recenti, parlano chiaro: la popolazione maschile sotto i trentacinque anni ha difficoltà ad abbandonare la casa dei genitori, coccolati e viziati, come sono, dalle mamme.

E se sul fenomeno del mammismo sono stati fatti studi, scritti saggi, articoli, tanto da indurre gli psicologi ad affermare che particolarmente in questi anni esso si è fatto acuto e preoccupante, non essendo questa evidentemente la sede opportuna per approfondire i commenti dal punto di vista psicologico, non ci si indugia a discorrere oltremodo, residuando qui l’esigenza di un esame dello stesso dal punto di vista giuridico, con il commento della sentenza oggetto del presente articolo (n.19691/2014).

Il fatto alla attenzione degli Ermellini.

Come ricostruisce la sentenza 19691 redatta da Giacinto Bisogni (presidente Ugo Vitrone), il Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, con sentenza ecclesiastica ratificata dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Ligure e resa esecutiva dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, aveva dichiarato la nullità del matrimonio concordatario per incapacità del marito di ottemperare agli obblighi essenziali del matrimonio, giusta le previsioni del canone 1095, n. 3. Infatti, sottoponendo i coniugi a test e perizie, risultava, con riferimento al marito, «note marcate di dipendenza dalla figura materna e nelle problematiche sessuali conseguenti», con il conseguente sviluppo di una «patologia produttiva dell’incapacità ad assumere l’obbligo di quella minima integrazione psico-sessuale che il matrimonio richiede con la conseguenza di un comportamento anaffettivo e indifferente nei confronti» della moglie. Legittima, dunque, la richiesta di dichiarare la nullità del matrimonio, richiesta peraltro avanzata dal marito.

Lo stesso marito, con atto di citazione, conveniva in giudizio la moglie dinanzi alla Corte di Appello territorialmente competente, al fine di sentire dichiarare l’efficacia della sentenza ecclesiastica; la moglie, ritualmente costituitasi, si opponeva al riconoscimento del Giudice Civile, sostenendo che l’uomo era perfettamente consapevole delle turbe che lo affliggevano e soltanto lei era all’oscuro degli effetti negativi del legame morboso del marito con sua suocera. Secondo la ricorrente, dunque, il matrimonio era perfettamente valido, ditalché, con la separazione, la stessa avrebbe avuto diritto all’assegno di mantenimento o alla possibilità di chiedere il risarcimento dei danni preclusale dall’annullamento.

La Corte d’Appello di Brescia, in sede di delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità, confermava la nullità del matrimonio concordatario contratto con il coniuge dichiarata dal Tribunale ecclesiastico, dichiarando altresì l’efficacia nella Repubblica Italiana della sentenza di nullità del matrimonio, stante la non contrarietà all’ordine pubblico italiano e alle leggi fondamentali dello Stato.

Ricorre per cassazione la donna, determinata ad ottenere la separazione e il diritto all’assegno di mantenimento, non conseguibile con l’annullamento delle nozze, affidandosi a due motivi di impugnazione: (a) con il primo, la donna lamenta l’omesso esame della Corte territoriale bresciana del fatto che la malattia psichica, di cui il marito era a conoscenza, era stata definita dal consulente tecnico “celata nel periodo di fidanzamento”, avendo la Corte d’appello «stravolto il significato dell’espressione “celata” attribuendole la valenza di non conoscibilità della patologia da parte dello stesso [M] se non dopo l’inizio della vita matrimoniale»; (b) con il secondo motivo la donna sosteneva la contrarietà della sentenza all’ordine pubblico italiano, al principio di tutela della buona fede e dell’affidamento.

Con la sentenza in commento, i giudici di Piazza Cavour anzitutto rilevavano come, nel decidere sulla delibazione, il giudice italiano non possa sindacare nel merito le valutazioni svolte dal Tribunale Ecclesiastico, o da qualunque altra Autorità Giudiziaria straniera.

La Corte rigettava il ricorso della moglie, evidenziando, con riferimento al primo motivo di ricorso, che «non vi è stata, da parte della Corte distrettuale bresciana, né una mancata considerazione delle patologie della personalità del [M], riscontrate in sede peritale e nella motivazione della sentenza ecclesiastica, né vi è stata una omessa considerazione dell’espressione “celate” che ha invece costituito l’oggetto di una interpretazione, non condivisa dalla ricorrente, ma che deve ritenersi compatibile … con il dispositivo e le motivazioni della sentenza ecclesiastica», mentre, con riferimento al secondo motivo di ricorso, che neppure vi è contrarietà all’ordine pubblico e al principio dell’affidamento, poiché la disciplina della causa di nullità delle nozze, accertata dal giudice ecclesiastico con riferimento all’ordinamento canonico, come la giurisprudenza della Suprema Corte ha da tempo affermato, è diversa rispetto alle disposizioni del codice civile in tema di invalidità del matrimonio per errore (essenziale) su una qualità personale del consorte, «e precisamente sulla ritenuta inesistenza in quest’ultimo di malattie (fisiche o psichiche) impeditive della vita coniugale (art. 122, terzo comma, n. 1 cod. civ.)», ma detta «diversità non investe un principio essenziale dell’ordinamento italiano, qualificabile come limite di ordine pubblico».

Oggetto del giudizio e della decisione del Tribunale ecclesiastico, affermano gli Ermellini, «non è stato né l’accertamento dell’esistenza di un vizio di consenso da parte del [M] al momento della celebrazione del matrimonio né l’accertamento della consapevolezza della sua incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio al momento della sua celebrazione né, tantomeno, l’accertamento del doloso occultamento di questa incapacità nei confronti della [T]. Ciò toglie rilevanza, nella prospettiva in discussione, all’interpretazione dell’espressione celare, … espressione utilizzata dal C.T.U. del giudizio ecclesiastico non in forma assertiva ma ipotetica .. con lo scopo di rendere plausibile la manifestazione di una incapacità sconosciuta prima del matrimonio riferendola a una patologia già in atto ma non necessariamente evidente e che si è dimostrata non superabile alla prova del matrimonio».

Continuano gli Ermellini ricordando che l’art. 122, terzo comma, n. 1, c.c., «secondo cui il matrimonio può essere impugnato da quello dei coniugi il cui consenso è stato dato per effetto di errore essenziale sulle qualità personali dell’altro coniuge riguardante l’esistenza di una malattia fisica o psichica o di una anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale».

Inoltre, la Cassazione, a scanso di equivoci, ricorda che «la giurisprudenza ha da tempo affermato che la delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario per incapacitas (psichica) assumenti onera coniugalia di uno dei coniugi non trova ostacolo nella diversità di disciplina dell’ordinamento canonico rispetto alle disposizioni del codice civile in tema di invalidità del matrimonio per errore (essenziale) su una qualità personale del consorte e precisamente sulla ritenuta inesistenza in quest’ultimo di malattie (fisiche o psichiche) impeditive della vita coniugale (art. 122, terzo comma, n. 1 cod. civ.), poiché detta diversità non investe un principio essenziale dell’ordinamento italiano, qualificabile come limite di ordine pubblico».

Circa il fatto che la nullità del matrimonio era stata chiesta dallo stesso marito “mammone”, la Suprema Corte chiarisce che non vi è nell’ordinamento nazionale «un principio di ordine pubblico secondo il quale il vizio che inficia il matrimonio possa essere fatto valere solo dal coniuge il cui consenso sia viziato», di talché sia lui sia lei possono chiedere che sia dichiarata la nullità.

Infine, con riferimento alla rilevanza dello ‘affidamento’ del coniuge che non ha dato causa all’invalidità del matrimonio concordatario, coerentemente con quanto sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità, mentre in tema di contratti la disciplina generale dell’incapacità naturale dà rilievo alla buona o alla mala fede dell’altra parte, tale aspetto è ignorato come causa d’invalidità del matrimonio, essendo in questo caso preminente l’esigenza di rimuovere il vincolo coniugale inficiato da vizio psichico.

Conclude la Suprema Corte «in un caso come quello in esame in cui l’altro coniuge ha determinato con la sua incapacità, derivante da una patologia psichica, la invalidità del matrimonio concordatario si pone, sia pure ex post, una questione di effettività e validità del consenso che prevale sulla tutela dell’affidamento riposto dal coniuge inconsapevole al momento della celebrazione del matrimonio»; in altri e più chiari termini, l’effettività e la validità del consenso prevalgono sulla tutela dell’affidamento riposto dal coniuge inconsapevole al momento della celebrazione delle nozze.

L’istanza della donna non può, pertanto, trovare accoglimento ed il ricorso va dunque respinto.

Altro non resta alla donna che attendere gli esiti della causa civile avviata dinanzi al Tribunale di Mantova nei confronti dell’uomo “mammone”, al fine di ottenere un qualche risarcimento economico per quanto occorsole.

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