Paziente morta di parto: ginecologo condannato al risarcimento

Responsabilità medica: del ginecologo per la paziente morta di parto.

Corte di Cassazione, Sez. Civ. III, 11.03.2016 n. 4764

«In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante».

A sancirlo è la sentenza in commento degli Ermellini, a cui si era rivolto il ginecologo di fiducia della vittima, paziente che perse la vita in seguito alle complicanze insorte durante l’ultima fase della sua gravidanza e in occasione del parto della figlia, per ottenere la cassazione della sentenza pronunziata dalla Corte di Appello, che aveva confermato quella del Tribunale, adìto in giudizio dal marito, in proprio e quale genitore esercente la potestà sulle figlie minori della vittima, nonché dal fratello di questa, sentenza che, rigettando le domande nei confronti del medico di guardia e della causa di cura, aveva condannato il ginecologo di fiducia della vittima (che frattanto era stato definitivamente assolto dall’accusa di omicidio colposo in sede penale, ai sensi dell’art. 530, comma 2, c.p.p.), a risarcire i danni ai congiunti della vittima medesima.

Gli Ermellini ritengono che la Corte territoriale abbia adeguatamente e correttamente motivato in ordine alla prova della esistenza del rapporto contrattuale tra il medico e la paziente, nonché l’aggravamento della patologia di questa, sulla base degli esiti della C.T.U. e delle altre prove acquisite agli atti. La Corte territoriale, sostiene la Suprema Corte, ha ritenuto altresì  «correttamente allegato l’inadempimento del medico astrattamente idoneo a provocare la morte della paziente, e non raggiunta invece la prova che l’inadempimento del professionista non vi era stato o che comunque esso non era stato eziologicamente rilevante». Il medico di fiducia, infatti, messo al corrente delle condizioni non buone della sua paziente e dei preoccupanti sintomi, a mezzo di numerose telefonate da parte del medico di guardia della casa di cura, nonostante fosse a conoscenza sin dal pomeriggio del malore accusato dalla paziente, «non aveva proceduto tempestivamente al suo esame obbiettivo, non aveva consigliato il ricovero in una adeguata struttura ospedaliera ed era giunto presso la casa di cura presso la quale aveva invece consigliato il ricovero, solo dopo diverse ore, senza neanche curarsi di predisporre in anticipo il tempestivo intervento di un anestesista, il che – secondo le condivise valutazioni del consulente tecnico di ufficio – aveva ritardato in modo decisivo i tempi dell’intervento di taglio cesareo necessario per evitare la morte della gestante».

Fatti tutti dedotti in giudizio che non possono che provare la colpa professionale e ritenere conseguentemente corretto il suo risarcimento al marito e alla figlia, nata senza madre, ed al fratello della vittima.

La salute è il bene più prezioso di cui disponiamo e la sua perdita deve essere sempre risarcita, specie in casi come questi, di morte in sala parto, ovverosia di morte contro natura, in cui si perde la vita dando la vita, che provoca sconcerto solo a raccontarlo.

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