Offendere il coniuge integra il reato di maltrattamenti, anche dopo tanto tempo

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PEN., 27.10/27.11.2015 N. 47209

Quale è il limite oltre il quale i comportamenti di un coniuge verso l’altro, che sfociano in atti di violenza fisica o prevaricazione psicologica, sono tali da integrare il reato di maltrattamenti previsto dall’art. 572 c.p., tenuto conto che sempre più spesso le notizie di cronaca mettono in luce episodi di maltrattamenti in famiglia da parte di uomini violenti?
Si tratta di un reato disciplinato, appunto, dall’art. 572 c.p. che, come confermato dall’orientamento dominante in giurisprudenza, presuppone l’abitualità dei comportamenti maltrattanti, tali da cagionare sofferenza, umiliazioni e prevaricazione, fonti di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza.
Il delitto di maltrattamenti in famiglia si realizza quando si accerti l’esistenza di una condotta abituale che si concretizza in (più) fatti lesivi dell’integrità fisica, o morale o della libertà o del decoro del soggetto passivo, nei confronti del quale viene posta in essere una condotta di sopraffazione sistematica, in modo tale da rendere la stessa convivenza particolarmente mortificante e dolorosa: atti sorretti dal dolo generico integrato dalla volontà cosciente di ledere l’integrità fisica o morale della vittima.
In altri e più chiari termini, nella nozione di maltrattamenti possono rientrare non solo atti di violenza fisica in senso stretto (percosse, lesioni) ma anche atti di disprezzo, e di sopruso, e di offesa alla dignità del partner, tali da incidere in modo significativo sulla personalità del soggetto maltrattato che, a causa della reiterazione di simili condotte nel corso del rapporto familiare, ne subisce sofferenza morale o fisica. Rientra tra questi ultimi atti l’atteggiamento di complessiva svalutazione della moglie, tenuto dall’uomo durante tutto il corso della vita coniugale. È stato così riconosciuto dal giudice nomofilattico che tali condotte, costantemente ripetute, non hanno fatto altro che evidenziare l’esistenza di un programma criminoso diretto a ledere l’integrità morale della persona offesa, di cui i singoli episodi, da valutare unitariamente, costituiscono l’espressione ed in cui il dolo si configura come volontà comprendente il complesso dei fatti e coincidente con il fine di rendere disagevole e penosa l’esistenza della moglie (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 28.12.2010, n. 45547).
Si inserisce nel solco delle numerose decisioni giurisprudenziali intervenute la sentenza in commento con il presente scritto (n.47209/2015), con cui gli Ermellini riferiscono che non può essere assolto l’uomo che, in tanti anni di matrimonio, maltratta la propria moglie, neanche se questa, inizialmente, tace e sopporta per amore dell’unione familiare; come irrilevante è la sporadicità delle condotte del marito: a rilevare deve essere la valutazione del complessivo atteggiamento dell’uomo. Per la condanna ai fini del reato di maltrattamenti, sottolinea la Corte, rileva l’atteggiamento di complessiva svalutazione della moglie, tenuto dall’uomo durante tutto il corso della vita coniugale. In questa ottica vanno riconsiderati anche gli episodi verificatisi dopo la comunicazione, da parte della donna, di procedere alla separazione. Di conseguenza è logico qualificare la condotta del marito “in termini di abitualità”, essendo evidente nei confronti della donna “la volontà di sopraffazione, tipica dei maltrattamenti”, volontà concretizzatasi nel corso degli anni e successivamente acuitasi a seguito della decisione della donna di separarsi. “Sul punto giova evidenziare che tale caratteristica non richiede lo svolgimento della condotta maltrattante per un periodo minimo, al di sotto del quale la sussistenza del reato debba necessariamente escludersi, ma può ravvisarsi tutte le volte in cui atteggiamenti prevaricatori, svalutanti o violenti si susseguano e risultino connessi alla concreta volontà di mortificazione dell’autonoma valutazione del componente del nucleo familiare, situazione che nella specie, risulta non negabile alla luce sia del complessivo atteggiamento tenuto nei confronti della moglie nell’arco della vita matrimoniale, che da quanto risultante dichiarato dalla donna, ed accertato in fatto dallo stesso giudice di primo grado, che ha sostenuto la decisione assolutoria esclusivamente sulla base di una determinazione di non abitualità superata in maniera argomentata e conforme ai principi applicativi della giurisprudenza di questa Corte sul punto dalla Corte territoriale”.
Le decisioni degli Ermellini in materia sono tuttavia frequenti, come purtroppo noto, arrivando a precisare che, affinché sia applicabile tale statuizione normativa, è necessario accertare lo stato di soggezione e di inferiorità psicologica della vittima (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 04.06.2015, n. 30903) di talché, in ossequio ad un orientamento giurisprudenziale come detto consolidato, la fattispecie dei maltrattamenti in famiglia si realizza laddove sussista una “condotta abituale che si estrinsechi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze”.
In conclusione, il reato di maltrattamenti in famiglia si caratterizza per l’abitualità del comportamento lesivo realizzato tramite una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali, isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili ovvero non perseguibili, e di cui, tuttavia, la reiterazione del tempo ne determina la rilevanza penale; si tratta di un reato che non può rinvenirsi in singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni né tanto meno in un precedente specifico.
Resta da dire che se, come visto, può capitare che la moglie sopporti tali atteggiamenti per amore dell’unione familiare, ove detti episodi di violenza perdurino con la fine del matrimonio ovverosia in caso di divorzio, non si può configurare il reato di maltrattamenti in famiglia, tenuto conto che in effetti, in caso di divorzio, di famiglia non si può più parlare (Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, 13.12.2013 n. 50333). Dunque, il reato può essere commesso solo all’interno del matrimonio o quando i coniugi sono in fase di separazione, mentre se i maltrattamenti vengono posti in essere dopo il divorzio tale reato non può essere contestato, potendosi invece configurare altre tipologie di reato, ma non è questa la sede per discorrerne in merito.

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