Odori di sugo, fritti, etc.? E’ reato

cucina

La Cassazione è intervenuta recentemente[1] per porre fine ad una lite condominiale iniziata a motivo delle continue immissioni di fumi, odori e rumori provenienti dall’appartamento posto a piano terra, degli odierni imputati, atte a molestare e imbrattare l’alloggio di cui al sovrastante appartamento posto al terzo piano.

Per gli Ermellini, la motivazione resa dalla Corte d’Appello è ampia e accurata nell’escludere la possibilità di pronunciare l’assoluzione per insussistenza del fatto perché, «non solo ha ritenuto correttamente sussunta la fattispecie concreta sotto la previsione dell’art. 674 c.p. che comprende anche le emissioni olfattive moleste come spiegato da questa Sezione con sentenza n. 45230/2014, Rv 260980, ma ha anche valutato in modo congruo la prova dei fatti raggiunta in primo grado attraverso le testimonianze delle persone offese, definite come chiare, precise, logicamente strutturate».

In altri e più chiari termini, integra il reato di ‘getto pericoloso di cose’ il comportamento di chi emette odori da cucina tali da superare la normale tollerabilità. ‘Getto pericoloso di cose’ è la rubrica dell’art. 674 del codice penale che recita: «Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a duecentosei euro».

E così, sono stati dichiarati colpevoli del reato ex art. 674 c.p. i proprietari dell’appartamento posto al piano terra per aver provocato continue immissioni di fumi, odori e rumori, in guisa intollerabile sì da molestare i vicini del terzo piano.

Ed è la ‘normale tollerabilità’ di cui all’art. 844 c.c., in assenza di una predeterminazione normativa dei limiti delle emissioni, il criterio a cui si deve avere riguardo per verificare quando le immissioni olfattive integrano il reato di cui all’art. 674 c.p., nel caso di specie ampiamente superato, come è risultato provato, ritengono i Giudici di Piazza Cavour, dalle dichiarazioni delle persone offese e del tecnico di loro fiducia.

Ciò precisato, nel reato di ‘getto pericoloso di cose’ possono essere ricomprese le emissioni degli odori di cucina che superino la normale tollerabilità.

 

[1] Sez. III Penale, 24.03.2017, n. 14467

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2 thoughts on “Odori di sugo, fritti, etc.? E’ reato

  1. Roberta Reply

    Ho lo stesso problema
    Che genere di tecnico dovrebbe intervenire in una situazione del genere?

    • Cristiana Centanni Post authorReply

      Non esiste una normativa statale che prevede disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori. Anche perché gli odori, fatta eccezione per i gas tossici, non sono percepibili da strumenti.
      E allora soccorre la giurisprudenza, di merito e di legittimità.
      Al riguardo, la Cassazione penale (sentenza n. 37037 del 26 settembre 2012) ha precisato che per dimostrare la pericolosità delle emissioni odorigene sono sufficienti le dichiarazioni di testi, specie se consistano nei riferimenti a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti. Dello stesso avviso, la Corte di Appello di Trieste del 7 marzo 2011 “se manca la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l’intensità delle emissioni, il giudizio sull’esistenza e sulla tollerabilità delle emissione stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testi, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica, ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti». Su tutte, la ancora più recente sentenza della Suprema Corte (12019/2015) che qui riporto, nei passi essenziali: «per costante indirizzo di legittimità, il reato di cui all’art. 674 cod. pen. (Getto pericoloso di cose) è configurabile anche in presenza di “molestie olfattive” promananti da impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera (e rispettoso dei relativi limiti, come nel caso di specie), e ciò perché non esiste una normativa statale che preveda disposizioni specifiche – e, quindi, valori soglia – in materia di odori (Sez. 3, n. 37037 del 29/5/2012, Guzzo, Rv. 253675); con conseguente individuazione del criterio della “stretta tollerabilità” quale parametro di legalità dell’emissione, attesa l’inidoneità ad approntare una protezione adeguata all’ambiente ed alla salute umana di quello della “normale tollerabilità”, previsto dall’art. 844 cod. civ. in un’ottica strettamente individualistica (Sez. 3, n. 2475 del 9/10/2007, Alghisi, Rv. 238447)…[…]… a) l’evento del reato consiste nella molestia, che prescinde dal superamento di eventuali valori soglia previsti dalla legge, essendo sufficiente quello del limite della stretta tollerabilità; b) qualora difetti la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l’intensità delle emissioni, il giudizio sull’esistenza e sulla non tollerabilità delle stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testimoni, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica, ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti (per tutte, Sez. 3, n. 19206 del 27/3/2008, Crupi, Rv. 239874). Orbene, tutto ciò premesso, osserva la Corte che la sentenza gravata ha fatto buon governo di questi principi, con motivazione adeguata, priva di contraddizioni e dal logico percorso argomentativo. Ed invero, la stessa ha dato atto che, pur nel rispetto dei valori limite autorizzati di immissioni, non riferiti né riferibili agli odori, proprio questi ultimi si erano presentati con caratteri pacificamente molesti; che, in particolare, numerosi testi – abitanti nelle vicinanze della torrefazione – avevano indicato un odore terribile di caffè bruciato che, specie all’ora di pranzo, si diffondeva nelle loro case, provocando nausea e, talvolta, anche vomito ed iniziale immissione di un fumo nero nelle loro abitazioni. Deposizioni – osserva la Corte – la cui attendibilità non è stata mai posta in dubbio, neppure nel presente ricorso».
      Concludendo, per capire se gli odori superano, o no, i limiti legali, in assenza di una norma che fissi dei valori soglia massimi, come riporta la seconda sezione della Cassazione Civile (numero 9865 dell’11 maggio 2005) e la massima ricavata dalla sentenza n. 46 del 26 febbraio 2007 emessa dal Tribunale di Montepulciano “La prova dell’intollerabilità delle immissioni può essere data con ogni mezzo anche mediante prove testimoniali”.
      Potrà poi essere utile anche la richiesta di intervento dei Vigili di zona, che potranno essi stessi effettuare un sopralluogo, accertando, e così verbalizzando, l’intollerabilità delle esalazioni.
      Se vuole essere ancora più serena nella valutazione preliminare del problema, potrà rivolgersi a studi tecnici specializzati nella valutazione di immissioni di odori, i cui indirizzi potrà agevolmente acquisire su internet.

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