Nullo l’accertamento a carico del professionista che giustifica la prestazione gratuita come un incremento della clientela

Cassazione Civile, Sezione Tributaria, 28.10.2015, n. 21972

Con la sentenza in commento la Suprema Corte, in Sezione Tributaria, ha respinto il ricorso presentato dalla Agenzia delle Entrate nei confronti di un Consulente Fiscale che aveva gratuitamente svolto la propria prestazione professionale – consistente, nella specie, nell’invio di n.71 dichiarazioni dei redditi – in quanto “finalizzata all’incremento della clientela”.

La Commissione Tributaria Regionale, con sentenza confermata e resa definitiva in sede di legittimità – in una controversia concernente l’impugnazione di un avviso di accertamento relativo ad IVA, IRPEF ed IRAP dovute per l’anno di imposta 2001, in relazione alla attività professionale di consulente, a seguito di contestazione di compensi non registrati e fatturati – aveva riformato la decisione di primo grado con cui era stato respinto il ricorso del contribuente, in particolare sulla base della circostanza che, a fronte “di una corretta contabilità tenuta dal contribuente…congrua e coerente”, era giustificata “l’asserita gratuità dell’opera svolta in favore dei 71 soggetti, peraltro indicati dallo stesso contribuente, in considerazione dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi”, nonché del fatto che “il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello già corrisposto dalla società di appartenenza” e della accertata circostanza che l’attività svolta in loro favore era tesa esclusivamente all’invio telematico delle dichiarazioni dei redditi nonché finalizzata “all’incremento della clientela”.

La Sezione Tributaria della Suprema Corte ha ritenuto la decisione dei giudici di appello, sopra precisata, resa “con motivazione congrua e non contradditoria, plausibile”, ed ha quindi stabilito che il Fisco non può accertare l’omessa dichiarazione dei compensi da parte, nella specie, di un commercialista, sulla base della rilevazione di prestazioni consistenti nella semplice trasmissione di dichiarazioni dei redditi (di circa una settantina di persone fisiche), a cui non aveva fatto riscontro alcuna emissione di parcella, e quindi alcun ricavo dichiarato, ove il professionista adduca trattarsi di prestazioni gratuite rese ai soci delle società, la cui contabilità era a lui affidata, nonché ad altri soggetti che potrebbero portare ad un ‘incremento della clientela’.

La Cassazione ha, in altri e più chiari termini, stabilito che era “plausibile” l’invocata gratuità delle prestazioni, tenuto conto degli asseriti rapporti di parentela e di amicizia nonché del fatto che nel 70% dei casi contestati si trattava di soci di società che avevano affidato la tenuta della contabilità al professionista e che avevano a questi corrisposto un compenso che inglobava già dette prestazioni individuali ai soci, sicché la semplicità di tali prestazioni rendeva, appunto, verosimile l’assunto della gratuità delle stesse.

Nel delineato contesto, non si può non tenere presente, tuttavia, la fattispecie della antieconomicità della attività professionale, che può configurarsi in caso di eccessive prestazioni gratuite; al riguardo, un cenno merita l’orientamento – costante – della Suprema Corte (Cass. Civ., 29.01.2008 n.1915) secondo cui, ove il contribuente sostenga di aver svolto prestazioni a titolo gratuito o ad un importo che l’ufficio delle Entrate ritiene di dover sindacare in quanto non ritenuto congruo, è legittimo l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate che ha assoggettato a tassazione i compensi non dichiarati, essendosi in presenza di un comportamento manifestamente antieconomico.

La linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito è data da più fattori, quali la fattispecie concreta, la rilevanza e le dimensioni della attività, i rapporti tra il contribuente ed il cliente, la costanza con cui tale comportamento viene posto in essere; si tratta di una valutazione di fatto, demandata al prudente apprezzamento del giudice di merito il quale, per poter annullare l’atto impositivo, deve comunque specificare per quali motivi, nel caso di specie, l’antieconomicità non è sintomatica di violazioni tributarie.

Senza tema di smentita, si può concludere affermando che le prestazioni gratuite sono, e restano, ad alto rischio.

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