Nessun limite di età per essere genitori

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Cass. Civ., Sez. I, 30.06.2016, n. 13435

Suona come una bella notizia, quella apparsa qualche giorno fa su alcune testate giornalistiche, con riferimento alla sentenza della prima Sezione della Suprema Corte di Cassazione che ha affermato il principio secondo cui, se sussiste la capacità genitoriale, non vi sono limiti di età per essere genitori.

Ma è la vicenda sottesa all’affermazione del principio medesimo che lascia perplessi non sul principio, quanto, diciamolo chiaramente, sulla responsabilità dei magistrati.

Con la sentenza in commento, gli Ermellini hanno restituito la figlia a due genitori, ribaltando la decisione che l’aveva dichiarata adottabile.

L’episodio, occorso ben sei anni fa, il 28 giugno 2010, che portava tristemente alla ribalta la vicenda di un uomo e di una donna, in là con gli anni, che avevano deciso mesi prima di diventare genitori, subito ribattezzati dall’opinione pubblica come i ‘genitori-nonni’, e che erano stati accusati di abbandono di minore perché avrebbero lasciato la loro bambina, nata da poco, in una situazione di pericolo, ovverosia lasciata qualche minuto nell’auto parcheggiata sotto casa. Dall’accusa, ex art. 591 c.p.c., la coppia è stata assolta, con formula piena perché il fatto non costituiva reato, con una sentenza divenuta definitiva. Infatti, la piccola, come si legge in sentenza, trovata in auto da alcuni vicini sotto casa dei genitori, senza dubbio non è (era) stata esposta ad alcuna situazione di pericolo, dal momento che «il paese è piccolo e tranquillo e la strada in cui la macchina era parcheggiata è chiusa al passaggio di estranei ed era illuminata».

Nel frattempo, con sentenza in data 16.08.2011, il Tribunale per i Minorenni di Torino dichiarava, all’uopo espletata una consulenza tecnica d’ufficio, l’adottabilità della minore che veniva affidata a un curatore, costituitosi in giudizio contro i genitori, disponendone l’immediata collocazione in famiglia affidataria, avente i requisiti per una futura eventuale adozione, e autorizzando i genitori ad incontrare la minore stessa, in condizioni protette.

Proposto appello dai genitori della minore, tutore e curatore speciale della minore chiedevano la conferma della sentenza impugnata. Veniva sentita a chiarimenti la consulente in primo grado, e successivamente veniva rinnovata la consulenza tecnica affidata ad una psicologa e ad uno psichiatra. La Corte d’Appello di Torino confermava la sentenza impugnata. Ricorsi per cassazione i genitori della minore, la Suprema Corte, con sentenza n.25213/2013, confermava la dichiarazione di adottabilità della minore, pronunciata dal Tribunale nel 2011.

Ed ecco che, passati nel frattempo un bel po’ di anni, anni fondamentali per la bambina, i genitori riportano nuovamente la vicenda all’esame della Suprema Corte con ricorso per revocazione della sentenza n.25213/2013 della stessa Corte di Cassazione.

Soltanto, e finalmente, con la sentenza pubblicata il 30.06.2016, la prima sezione della Suprema Corte ha dato ragione ai genitori, revocando la sua precedente sentenza del 2013, annullando con rinvio anche la sentenza d’appello del Tribunale di Torino. I supremi giudici rilevano che proprio quell’episodio di abbandono, rivelatosi insussistente, era il presupposto su cui si fondava la revocazione della patria potestà per i genitori. Pertanto, si legge in sentenza, «E’ revocabile per errore di fatto la sentenza di cassazione che, nel confermare la declaratoria dello stato di adottabilità assunta dal giudice di merito, sia fondata su di una specifica circostanza supposta esistente (nella specie, l’avere i genitori lasciato un neonato da solo in automobile esponendolo a stato di pericolo) la cui verità era invece, limitatamente all’evento, positivamente esclusa».

In motivazione. Richiamando il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui la configurabilità dell’errore di cui all’art. 395, n. 4, c.p.c., presuppone che la decisione appaia fondata, in tutto o in parte, esplicitandone e rappresentandone la decisività, sull’affermazione di esistenza o inesistenza di un fatto che, per converso, la realtà effettiva (quale documentata in atti) induce, rispettivamente, ad escludere od affermare, così che il fatto in questione sia percepito e portato ad emersione nello stesso giudizio di cassazione, nonché posto a fondamento dell’argomentazione logico-giuridica conseguentemente adottata dal giudice di legittimità, gli Ermellini precisano che «Nel peculiarissimo caso all’esame, la sentenza impugnata per revocazione, operando un riferimento alle precedenti di merito, è stata fondata – al di là delle enunciazioni astratte circa l’interesse preminente del minore ed il rinvio ad altre generiche affermazioni contenute nelle sentenze di merito – essenzialmente sull’episodio del 28 giugno 2010, … , e da essa dato per certo […]. Tale episodio non risulta avere costituito un punto controverso, essendo stato dato per sicuro dalle parti». Tuttavia, sottolineano ora gli Ermellini, era già stata prodotta la sentenza penale sopravvenuta nel corso del giudizio di legittimità, sentenza che verte sull’episodio occorso il 28 giugno 2010. Fondandosi, pertanto, la pronuncia quasi esclusivamente sull’episodio contestato penalmente, la sentenza non può che essere revocata per errore di fatto. «A tal fine, fornisce lumi la motivazione della sentenza penale, che inequivocabilmente esclude, sulla base di dettagli di tempo e di luogo, ogni pericolo per la bambina. Ed è noto come l’elemento oggettivo del reato di abbandono di persone minori o incapaci, di cui all’art. 591 c.p., sia integrato dalla condotta, attiva od omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura (o di custodia) gravante sul soggetto agente, da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità del soggetto passivo. .. La sentenza penale passata in giudicato, ha definitivamente accertato che, invece, nessuno stato di pericolo fu provocato dall’episodio in questione. Tale fatto processuale è stato falsamente colto dalla sentenza impugnata per revocazione, la quale ha affermato, basandosi sulle memorie, che la sentenza penale ha escluso il dolo nella causazione di una situazione, pur tuttavia, di procurato pericolo: ciò che, invece, risulta dalla sentenza penale è l’assenza dello stesso elemento oggettivo della fattispecie costituita dallo “stato di abbandono”. Poiché, nell’equilibrio generale della sentenza impugnata, il noto episodio ha rappresentato il vero profilo centrale, deve concludersi per l’integrazione della fattispecie revocatoria invocata».

Ma la Corte si sofferma poi su un ulteriore elemento, «quasi un refrain che fa da sfondo all’intera decisione, ed è quello dell’età dei genitori». «A parte l’errato riferimento ai pretesi ‘limiti’ che la legge italiana prevederebbe per chi intenda generare un figlio, i quali non esistono, comunque ci si aspetterebbe … l’indicazione di elementi seri e gravissimi, che possano illuminare circa l’assoluta inidoneità genitoriale, agganciata all’età o ad altro, da cui fare derivare la misura estrema, e dai risvolti irreversibili, qual è lo stato di adottabilità». Il fatto che la bambina sia a disagio, come raccontano gli assistenti sociali, quando descrivono gli incontri programmati, è circostanza indotta dallo «Stato medesimo, allorché ha allontanato una neonata dai genitori a pochissime settimane dalla nascita».

Circa le capacità genitoriali, dalle perizie è emersa l’assenza di derive patologiche nella struttura mentale del padre, non sono mai emersi sintomi della serie psicotica e neppure segni di decadimento intellettuale a causa dell’età. Il padre viene individuato come «persona buona, ed onesta, e positivamente integrata nel tessuto sociale in cui vive, si può dire da sempre», e che hanno avuto nel processo di merito una partecipazione perfettamente adeguata», mentre la madre «appare adeguata nel rispondere alle domande e sono assenti segni di disturbo psichiatrico clinicamente significativo».

La Cassazione ricorda gli artt. 1 della legge 4 maggio 1983, n.184 e 3 della Costituzione, secondo cui : «Il minore ha diritto di vivere e crescere nella propria famiglia di origine» e che “l’età avanzata dei genitori non è elemento di cui si debba tener conto ai fini della pronuncia sull’abbandono, non essendo invero emersi altri elementi integranti lo stato di abbandono materiale e morale della minore tali da compromettere in modo grave ed irreversibile lo sviluppo della medesima; né le norme vigenti profilano il terrificante scenario di uno Stato che si arroghi il potere di rilasciare l’autorizzazione a procreare solo entro una data fascia d’età».

La Suprema Corte, con riferimento agli aspetti più tecnici concernenti la formazione del giudicato, precisa che «la certezza del diritto è assicurata dal giudicato; ma, a fronte della tutela di alcuni beni apicali e della natura dei valori implicati, la sua assolutezza è stata posta in varie ed eterogenee occasioni, in discussione». La Corte europea dei diritti umani ha dichiarato spesse volte “non equo” un determinato processo, nonostante esso si sia concluso con sentenza passata in giudicato, comportando «l’obbligo per il giudice italiano di conformarsi alla sentenza della Corte europea». Gli Ermellini rammentano poi che la Cedu ha affermato che «la dichiarazione di adottabilità dei minori costituisce un’ingerenza nell’esercizio del diritto al rispetto della vita familiare, la quale è compatibile con l’art. 8 solo se soddisfa le condizioni cumulative di essere prevista dalla legge, di perseguire uno scopo legittimo e di essere necessaria in una società democratica: e la nozione di necessità implica che l’ingerenza si basi su di un “bisogno sociale imperioso” e sia “proporzionata”….[…]….La Corte Edu esige dunque che le misure che conducono alla rottura dei legami tra un minore e la sua famiglia siano applicate solo in circostanze eccezionali, allorché cioè i genitori si siano dimostrati “particolarmente indegni”».

Dopo esattamente sei anni la questione torna ora alla Corte di Appello di Torino la quale, composta da un nuovo collegio, dovrà prendere una decisione circa le capacità genitoriali della coppia.

Questo ciò che è accaduto fino ad oggi, e personalmente mi permetto di stendere un velo pietoso sulla vicenda giudiziaria.

«È stata una lunga battaglia e ancora dovremo andare avanti», dice il legale dei genitori «ma questo è un punto fondamentale perché Viola ha sei anni e non li vede da due anni e mezzo. Un danno enorme ancora riparabile, ma non si deve perdere tempo. Quella bambina ha bisogno prima di tutto di stabilità e dovrà averla con i genitori. Sono contenta di stare in uno Stato a cui non devo chiedere l’autorizzazione quando devo procreare». Il legale della copia prosegue affermando che «è stata premiata la fiducia che questi genitori hanno riposto nella giustizia».

Ma è davvero così ? si può davvero avere fiducia in una giustizia che ci mette sei anni per affermare un principio sacrosanto, ovverosia che un buon genitore è tale a prescindere dall’età ?

Con la decisione assunta nel 2013 gli Ermellini hanno sostenuto che la coppia aveva applicato «in modo distorto le enormi possibilità offerte dal progresso in materia genetica, rivelandosi poco attenta alla condizione del nascituro e seguendo invece il solo punto di vista dell’adulto-genitore, il diritto a perseguire la genitorialità biologica, diritto che giustifica qualsiasi forzatura», sottoponendo a vaglio critico la «scelta che si fonda sulla volontà di onnipotenza, sul desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni, accantonando quindi le leggi di natura»; ora, la nuova sentenza precisa che è «errato il riferimento a pretesi “limiti” che la legge italiana prevederebbe per chi intende generare un figlio, i quali non esistono». Quindi sono occorsi sei anni per tornare punto e a capo….sei anni…in una vicenda delicata come quella in esame!!!!

Ciò posto, una domanda sorge spontanea: qualcuno ha mai pensato alla bambina, a quello che tutta questa storia le ha procurato e le procurerà nel futuro? nata nel 2010, tolta ai genitori dopo 35 giorni di vita, affidata ai servizi sociali che, prima, l’hanno sistemata in alcune comunità e, poi, in diverse famiglie, dichiarata adottabile nel 2013, e che ora, quando incontra i genitori, prova una sorta di disagio, dicono gli assistenti sociali, provocato, sostiene ora la Cassazione, dallo Stato italiano, «allorché ha allontanato una neonata dai genitori a pochissime settimane dalla nascita».

È davvero la fine di un calvario per la bambina e per la sua famiglia, come sostiene il legale della coppia ? ma qui sconfiniamo nei territori dell’emozione e della sensibilità, dunque prettamente psicologici, e l’argomento è troppo delicato per parlarne senza averne competenza.

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