Manto stradale sconnesso. Risarcimento danni.

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Risarcimento dei danni derivanti dal manto stradale sconnesso. E’ il comune che ha l’onere di dimostrare l’eventuale colpa (o concorso di colpa) del danneggiato nella determinazione del danno

Cassazione Civile, sez. VI, ordinanza n. 17625 del 05.09.2016

Una volta accertata l’esistenza d’un nesso di causa tra la cosa in custodia ed il danno, è onere del custode – per sottrarsi alla responsabilità di cui all’art. 2051 c. c. – provare la colpa esclusiva o concorrente del danneggiato (che può desumersi anche dalla agevole evitabilità del pericolo), mentre deve escludersi che la vittima, una volta provato il nesso di causa, per ottenere la condanna del custode debba anche provare la pericolosità della cosa”.

Questo il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte di Cassazione a cui i giudici di rinvio dovranno attenersi nell’esame della vicenda.

In fatto. A seguito della sentenza della Corte d’appello che aveva rigettato la domanda svolta nei confronti di un Comune, avente ad oggetto il risarcimento dei danni patiti in seguito ad una caduta, provocata dal manto stradale sconnesso, [X] ricorre dinanzi la Suprema Corte deducendo la violazione, da parte della Corte territoriale, degli artt. 2051 e 2697 c.c., avendo attribuito alla vittima l’onere di provare la pericolosità dello stato dei luoghi e che la cosa fosse “potenzialmente pericolosa”.

In diritto. La Suprema Corte giunge, invece, a diverse conclusioni e, ritenendo manifestamente fondato il motivo di impugnazione proposto, giudica non coerenti, con l’interpretazione ormai consolidata della giurisprudenza di legittimità relativamente all’art. 2051 c.c., le affermazioni della Corte di merito che, dopo avere accertato che la fattispecie dedotta in giudizio era disciplinata dall’art. 2051 c.c., e dopo avere accertato che la caduta dell’appellante (odierna ricorrente) era stata causata dalle buche e dal brecciolino presenti sulla strada da lei percorsa, ha soggiunto che (i) l’accoglimento della domanda avrebbe “richiesto la dimostrazione del fatto che lo stato dei luoghi presentava una obiettiva situazione di pericolosità” e che (ii) sarebbe stato necessario dimostrare [evidentemente, da parte dell’attrice, n.d.r.] che la cosa avesse una potenzialità dannosa intrinseca, tale da giustificare l’oggettiva responsabilità del custode“.

Per stabilire, affermano gli Ermellini, come debba ripartirsi l’onere della prova tra danneggiato e custode, nei casi in cui si applichi l’art. 2051 c.c., la Cassazione ricorda che la giurisprudenza di legittimità ha da tempo distinto due ipotesi: «Quando il danno è causato da cose dotate di un intrinseco dinamismo, l’attore ha il solo onere di provare il nesso di causa tra la cosa ed il danno, mentre non è necessaria la dimostrazione della pericolosità della cosa. Quando il danno è causato da cose inerti e visibili (marciapiedi, scale, strade, pavimenti, e simili), il danneggiato può provare il nesso di causa tra cosa e danno dimostrandone la pericolosità (ex multis, da ultimo, Se; 7, 6 – 3, Ordinanza n. 21212 del 20/10/ 2015, Rv. 637445)». Di talché, la pericolosità della cosa fonte di danno non è da collegarsi automaticamente alla responsabilità del custode «ma è semplicemente un indizio dal quale desumere, ex art. 2727 c.c, la sussistenza d’un valido nesso di causa tra la cosa inerte e il danno: nel senso che quando questo si assume provocato da una cosa priva di intrinseco dinamismo, dal fatto noto che quella cosa fosse pericolosa il giudice può risalire al fatto ignorato dell’esistenza del nesso di causa; mentre dal fatto noto che non lo fosse potrà risalire al fatto ignorato che sia stata la distrazione della vittima a provocare il danno».

Nel caso in esame, è stata la stessa Corte di appello a ritenere provata la sussistenza del nesso di causa tra cosa e danno. Una volta stabilito ciò, ovverosia una volta dimostrato il nesso causale con il danno subìto, spetta al Comune dimostrare la colpa esclusiva o concorrente della vittima che, inciampando sul manto sconnesso, ha riportato delle lesioni. La vittima, dunque, non deve provare anche la concreta pericolosità della cosa per ottenere la condanna del custode.

La Corte di appello, in sostanza, ha invertito i termini del ragionamento secondo gli Ermellini, soffermandosi sulla non pericolosità della strada al fine di escludere la responsabilità del comune. Ma così operando, ha superato il postulato per cui «anche il proprietario di cose non pericolose risponde ex art. 2051 c.c., una volta appurato un valido nesso di causa tra cosa e danno».

La parola torna, dunque, ai giudici di rinvio che dovranno attenersi al principio di diritto, come sopra precisato.

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