Mancata celebrazione del matrimonio. Non spetta il rimborso delle spese sostenute

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Matrimonio. Mancata celebrazione. Spese sostenute. Non spetta il rimborso

Tribunale di Cagliari, 16.02.2016, n. 487

La decisione attiene alla mancata celebrazione delle nozze e alla richiesta di una parte, ritenuta infondata dal giudice di prime cure, di ottenere il rimborso delle spese [inutilmente] affrontate in vista di un matrimonio poi non celebrato.

«L’obbligazione di rimborso delle spese affrontate e delle obbligazioni contratte in vista del matrimonio come una speciale responsabilità conseguente ex lege all’esercizio di recesso, non riconducibile a quella aquiliana ai sensi dell’art. 2043 c.c., essendo la scelta di non contrare matrimonio un atto di libertà incoercibile (cfr Cass. 2.1.2012, n. 9), e neppure a quella precontrattuale o contrattuale, non essendo la promessa di matrimonio un contratto e non costituendo essa un vincolo giuridico tra le parti, la quale presuppone che la rottura del fidanzamento avvenga “senza giusto motivo” (Cfr. Cass. 15.4.2010, n. 9052)»

In fatto. Con atto di citazione, [X] conveniva in giudizio [Y], sostenendo che, a seguito della relazione sentimentale che si protraeva da circa sette anni con il convenuto, intervenuta la vicendevole promessa di sposarsi, avendo dunque il comportamento del convenuto, durante il rapporto sentimentale, ingenerato in lei una situazione di affidamento sulla conclusione del contratto di matrimonio, la stessa attrice aveva provveduto ad acquistare vari arredi (con versamento dell’acconto di Euro 500,00) nonché l’abito da sposa, per un totale di Euro 12.208,14, oltre ad aver fissato la data delle nozze per il 15 maggio 2004, preceduta, nel mese di agosto 2003, dalla convivenza in un immobile messo a disposizione dalla madre dello sposo. Quest’ultimo, «in data 9 aprile 2004 aveva immotivatamente rifiutato di sposarsi e anzi, dopo averla percossa e minacciata, aveva invitato i genitori di quest’ultima, telefonicamente, a portarla via». Ritualmente costituitosi in giudizio, il convenuto ha chiesto il rigetto della domanda, motivando in ordine alla sopravvenuta incompatibilità di carattere tra i due promessi sposi, che aveva comportato il rifiuto di eseguire la promessa di matrimonio, affiorate durante la convivenza e dal comportamento [asseritamente] invadente dei genitori della sposa, sempre presenti, «adusi a comportamenti insolenti nei confronti dei suoi amici che frequentavano l’abitazione», ed ancora, si legge in sentenza, «nella mattina del 9 aprile 2004 l’attrice gli aveva telefonato per inveire con abbondante turpiloquio contro la propria madre, che, recatasi a casa loro, aveva calpestato il prato appena seminato, e, durante la serata, aveva lasciato l’abitazione in compagnia del padre, che gli aveva detto che non ci sarebbe stato alcun matrimonio, a causa di un litigio avvenuto tra loro per le vicende della mattina che lo avevano indotto a dire che se i propri genitori non potevano andare in casa loro, allo stesso modo non avrebbero potuto neanche quelli della promessa sposa». Quanto all’acquisto rateale degli immobili, questo era avvenuto, asserisce il convenuto, molto tempo prima della promessa di matrimonio, mentre il video citofono era stato restituito, unitamente a due bastoni in ferro battuto e a due vassoi in ceramica, ad eccezione del compressore che gli era stato regalato in occasione del Natale; «aveva versato Euro 250,00 per l’acquisto della camera da letto e la metà dell’importo per le bomboniere e le partecipazioni, mentre l’acconto per l’abito da sposa era stato perso dall’attrice per il suo disinteresse, essendole stato offerta dalla titolare del negozio di sostituire l’abito con altra merce per pari importo».

In diritto. Il Giudice del merito anzitutto precisa che «a mente dell’articolo 81 c.c., la promessa di matrimonio fatta vicendevolmente per atto pubblico o per scrittura privata oppure risultante dalla richiesta della pubblicazione, obblighi il promettente a risarcire il danno cagionato all’altra parte per le spese fatte e per le obbligazioni contratte a causa di quella promessa, entro il limite in cui le spese e le obbligazioni corrispondono alla condizione delle parti, qualora egli ricusi di eseguirla senza giusto motivo». La Suprema Corte, ricorda il Giudice di prime cure, qualifica «l’obbligazione di rimborso delle spese affrontate e delle obbligazioni contratte in vista del matrimonio come una speciale responsabilità conseguente ex lege all’esercizio di recesso, non riconducibile a quella aquiliana ai sensi dell’art. 2043 c.c., essendo la scelta di non contrare matrimonio un atto di libertà incoercibile (cfr Cass. 2.1.2012, n. 9), e neppure a quella precontrattuale o contrattuale, non essendo la promessa di matrimonio un contratto e non costituendo essa un vincolo giuridico tra le parti, la quale presuppone che la rottura del fidanzamento avvenga “senza giusto motivo” (Cfr. Cass. 15.4.2010, n. 9052)».

Così come è stato documentalmente dimostrato che le parti avevano deciso di contrarre matrimonio, provvedendo alle relative pubblicazioni presso la casa comunale, è stato altrettanto provato, motiva il Giudice territoriale, che la rottura del fidanzamento non era avvenuta “senza giusto motivo”, «essendo essa frutto di una decisione sostanzialmente concorde delle parti sia pure indotta da un aspro litigio intercorso nella giornata del 9.4.2004, a circa un mese dalla data fissata per la celebrazione del matrimonio».

Non vi era dubbio che la convivenza fosse divenuta intollerabile non solo per i dissapori nei confronti tanto dei genitori della moglie quanto di quelli del marito, scaturiti nell’episodio del 9 aprile 2004, ma per i continui litigi tra i futuri coniugi. La donna altresì, successivamente alla data del 9 aprile 2004, non si è dimostrata disponibile, rifiutando qualsiasi richiesta di dialogo, come testimoniato da varie persone, atteggiamento culminato nella decisione della donna di riprendersi le sue cose e di non volersi più sposare.

«Deve dunque dirsi che la rottura del matrimonio sia stata causata da intollerabilità della convivenza, intrapresa dalle parti prima di contrarre le nozze, e dunque in presenza di un giusto motivo». Nessun risarcimento può essere avanzato dalla attrice, condannata alle spese di giudizio.

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