Licenziato chi usa i permessi della legge 104/1992 per soddisfare esigenze personali

Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, 30.04.2015 n. 8784

 

Legittimo il licenziamento del lavoratore che aveva chiesto un giorno di permesso retribuito – ex art. 33, terzo comma, della legge n.104, come modificata dalle leggi n.53 del 2000 e n.183 del 2010 – per “dedicarsi a qualcosa che nulla aveva a che vedere con l’assistenza” [ovverosia per recarsi ad una festa danzante].

Alla attenzione degli Ermellini la decisione della Corte territoriale che, in riforma di quella del Tribunale, rigettava la domanda del ricorrente, avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento intimatogli dalla Società in cui prestava la propria attività lavorativa, per aver partecipato ad una serata danzante, appunto durante la fruizione del permesso per assistere la madre disabile grave.

Con la sentenza in commento la Corte di Cassazione ha definito legittimo il licenziamento per utilizzo improprio dei permessi legge 104/92, anche in caso di mancata affissione in azienda del codice disciplinare. La decisione della Suprema Corte si basa non sul tipo di assistenza prevista ai sensi della legge, quanto sulle conseguenze dell’utilizzo delle giornate di permesso per finalità diverse da quelle consentite.

A nulla sono valse le giustificazioni del lavoratore, a sua discolpa, che aveva sostenuto che alcune ore del permesso retribuito erano state effettivamente utilizzate per assistere la madre, che, quindi, non era stata applicata correttamente la normativa prevista dalla legge 104/92, e che la Corte d’Appello non aveva tenuto conto della mancata affissione in azienda del codice disciplinare. Questo, secondo gli Ermellini, non cambia i termini della questione; infatti, «E’, quindi, evidente che nell’economia motivazionale della sentenza impugnata la ragione fondante del decisum non è la mancata prova della avvenuta assistenza alla madre per le ore residue, ma, come, detto, la utilizzazione, in conformità alla contestazione disciplinare (così come riprodotta dal ricorrente nel ricorso), di una parte oraria del permesso in esame per finalità diverse da quelle per il quale il permesso è stato riconosciuto. Conseguentemente non hanno valenza decisiva le censure che riguardano la mancata dimostrazione della utilizzazione delle ore residue del permesso e, quindi, in particolare la deduzione della violazione dell’onere della prova e della mancata ammissione della prova per testi sul punto in esame».

In caso di uso distorto (per fini personali) dei permessi della legge 104, il comportamento del dipendente si macchia di un “disvalore sociale” che può arrivare a giustificare il licenziamento. E ciò perché, così facendo, egli scarica sulla intera collettività, oltre che sull’azienda, i costi della propria pigrizia ed infedeltà: i permessi, infatti, vengono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi soltanto in un secondo momento viene rimborsato dall’Inps del relativo onere anche ai fini contributivi. Senza considerare, ribadisce la Corte, che un simile comportamento induce il datore di lavoro a dover riorganizzare il lavoro costringendo altri dipendenti (che devono in tal guisa sostituire il lavoratore assente) ad un maggiore impegno nella prestazione lavorativa.

Si legge, infatti, nella sentenza: «Questo comportamento, secondo la predetta Corte, implicava “un disvalore sociale giacché il lavoratore aveva usufruito di permessi per l’assistenza a portatori di handicap per soddisfare proprie esigenze personali scaricando il costo di tali esigenze sulla intera collettività, stante che i permessi sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene sollevato dall’ente previdenziale del relativo onere anche ai fini contributivi e costringe il datore di lavoro ad organizzare ad ogni permesso diversamente il lavoro in azienda ed i propri compagni di lavoro, che lo devono sostituire, ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa“». Il peso sulle spalle della collettività non è quindi soltanto economico.

Per questo motivo non ha alcun rilievo la circostanza della mancata affissione del codice disciplinare in azienda, elemento che, in presenza di un licenziamento disciplinare, potrebbe avere la sua importanza. È infatti un principio consolidato nella giurisprudenza della Corte di legittimità che per i licenziamenti disciplinari non si applica il principio di necessaria pubblicità del codice disciplinare mediante affissione in luogo accessibile a tutti.

Secondo la Corte, invece, ciò che maggiormente rileva ai fini del licenziamento è che la condotta del lavoratore aveva compromesso il rapporto di fiducia con il datore di lavoro ponendo in dubbio la futura correttezza dell’adempimento della prestazione lavorativa; infatti «Ne conseguiva, asseriva la Corte di Appello, che “proprio per gli interessi in gioco, l’abuso del diritto, nel caso di specie, era particolarmente odioso e grave ripercuotendosi senz’altro sull’elemento fiduciario trattandosi di condotta idonea a porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti”».

Una sentenza, quella in commento, che attiene ad un tema, quello dei permessi da legge 104 per assistere un familiare disabile, sempre molto agitato, poiché rappresenta una delle tutele alle quali si fa più ricorso. Oltre alla naturale riprovazione sociale della vicenda, più volte ribadita dai giudici di merito e della Cassazione (ed equiparabile, in tutto, alla indebita fruizione di prestazioni a carico della collettività), la condotta è tale da trascendere la violazione di un singolo dettato disciplinare e non può essere assimilata a una semplice assenza ingiustificata o ad altra forma di inosservanza di norme che potrebbe giustificare una sanzione conservativa.

Usare e non abusare dei diritti, quindi, resta il modo più adeguato per farli valere !

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