Legittimo il licenziamento per giusta causa se usa troppo Facebook

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Legittimo il licenziamento per giusta causa inflitto al dipendente che passa troppo tempo sulla sua pagina facebook durante le ore di lavoro e per uso personale

Tribunale di Brescia, Sez. Lav., sentenza 13.06.2016 n. 782

Il Tribunale di Brescia, con sentenza n. 782/2016, ha rigettato il ricorso di una dipendente che aveva proposto opposizione, ai sensi dell’art. 1, comma 51, legge n. 92/2012, avverso l’ordinanza con la quale il Tribunale, decidendo l’esito della prima fase dell’impugnazione del licenziamento, aveva rigettato le domande avanzate e con le quali la stessa aveva dedotto di essere stata licenziata dopo che il datore le aveva contestato «un utilizzo del computer aziendale a fini privati», licenziamento a suo dire ritorsivo e comunque illegittimo per mancanza di giusta causa in quanto esercitato dopo la richiesta, da parte della dipendente, di ottenere il godimento dei benefici di cui alla legge n.104/1992 per assistere la propria madre.

La dipendente deduceva nel proprio ricorso in opposizione «a) di avere fin da subito negato di avere effettuato gli accessi ad internet contestati escludendo la validità delle prove offerte dal datore di lavoro, peraltro acquisite della sua privacy; b) che le era stato sempre consentito di usare internet del tutto liberamente soprattutto nei tempi morti e di recarsi/permanere in studio anche fuori dagli orari tassativi di lavoro; c) che il teste [Z] non era imparziale, trattandosi di altro medico del medesimo studio alle cui dipendenze aveva lavorato nel medesimo periodo fino al licenziamento comunicato dallo stesso per gli identici motivi, mentre il teste [Z] si era limitato a riferire quanto appreso dal datore di lavoro; d) che non era l’unica persona ad utilizzare il computer in questione; e) che i testi [M] e [F] avevano confermato la sua tesi circa la natura ritorsiva del licenziamento; f) che la domanda, proposta in via subordinata, di applicazione della tutela c.d. obbligatoria era ammissibile e andava, quindi, esaminata nel merito».

Anzitutto, il Tribunale conferma il rigetto della domanda di applicazione dell’art. 18, comma 1, della legge n. 300/1970 fondata sull’allegato carattere ritorsivo del licenziamento in quanto non è stata raggiunta la prova sulla circostanza che il datore fosse a conoscenza della domanda della ricorrente di congedo ai sensi della legge n. 104/1992 allorché ha manifestato l’intenzione di licenziare la lavoratrice. La richiesta di informazioni da parte della dipendente circa i permessi previsti dalla legge n. 104 risaliva ad un fatto avvenuto più di un anno prima del licenziamento, avendo peraltro la stessa ricorrente dedotto che aveva preferito avvalersi delle ferie e dei permessi ordinari. Il datore di lavoro era venuto a conoscenza degli accessi a internet, di guisa manifestando la volontà di licenziare la lavoratrice, prima che fosse posto a conoscenza della domanda inoltrata all’INPS.

Entrando quindi nel merito, le motivazioni che hanno spinto il datore di lavoro a licenziare il dipendente sono state appoggiate dal Tribunale di Milano che, nel confermare il licenziamento del lavoratore, ha sottolineato che ad inchiodare la dipendente è la cronologia degli accessi ad internet, che il datore di lavoro si è limitato semplicemente a stampare, il che non richiede l’applicazione di alcun dispositivo di controllo, né implica la violazione della privacy, trattandosi di dati che vengono registrati da qualsiasi computer e che sono stati stampati «al solo fine di verificare l’utilizzo di uno strumento messo a disposizione dal datore di lavoro per l’esecuzione della prestazione». È pertanto esclusa la violazione dell’art. 4 della legge n. 300/1970 [‘Statuto dei lavoratori’] trattandosi di attività di controllo non della produttività ed efficienza nello svolgimento dell’attività lavorativa, ma attinenti a condotte estranee alla prestazione.

In replica alle osservazioni della ricorrente di essere stata autorizzata dal datore ad utilizzare internet del tutto liberamente, specie nei tempi morti, il Giudice precisa che «la condotta appare senza dubbio grave se si tiene conto che si tratta di circa 6.000 accessi in 18 mesi, di cui 4.500 circa a facebook, effettuati durante l’orario di lavoro, pari a circa 16 accessi al giorno (secondo i calcoli della stessa ricorrente) su tre ore in media di lavoro (tenuto conto di entrambi i rapporti di lavoro alle dipendenze sia di [P] che di [Z]) e che gli accessi duravano anche decine di minuti, senza che la ricorrente abbia specificamente e tempestivamente dedotto la riconducibilità degli accessi alle sole ore lavorate per il dott. [Z], e ciò pur essendole stati messi a disposizione l’ora e la durata di ogni singolo accesso. Si tratta di comportamento», tuona il giudice del lavoro, «idoneo ad incrinare la fiducia del datore di lavoro, avendo la [G] costantemente e per lungo tempo sottratto ore alla prestazione lavorativa ed utilizzato impropriamente lo strumento di lavoro, approfittando del fatto che il datore di lavoro non la sottoponesse a rigidi controlli».

Alla lavoratrice non resta che pagare le spese di lite.

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