consigliostato

Aggiudicazione: decorrenza del termine per l’impugnazione

La V Sezione del Consiglio di Stato[1] ha ribadito che “Il termine per l’impugnazione dell’aggiudicazione da parte dei concorrenti non aggiudicatari inizia a decorrere dal momento in cui essi hanno ricevuto la comunicazione di cui all’art.76, co. 5, lett. a), d.lgs. n.50/2016, e non dal momento, eventualmente successivo, in cui la Stazione Appaltante abbia concluso con esito positivo la verifica del possesso dei requisiti di gara in capo all’aggiudicatario”.

Nella fattispecie alla attenzione dei Giudici di Palazzo Spada, l’Amministrazione:: (i) aveva provveduto all’approvazione delle operazioni di gara; (ii) aveva aggiudicato alla Società [x]; (iii) aveva precisato che l’aggiudicazione definitiva sarebbe divenuta efficace dopo la verifica dei requisiti e che il contratto non poteva essere sottoscritto prima di trentacinque giorni dall’invio dell’ultima comunicazione del provvedimento di aggiudicazione. La “aggiudicazione” della gara era stata trasmessa con PEC il 21.09.2017 a tutte le ditte che avevano partecipato alla gara medesima, con espresso rinvio alla relativa determina pubblicata, come prescritto, nella sezione “Amministrazione trasparente” del sito web dell’Amministrazione Comunale cui erano allegati tutti i verbali.

Sul punto, i Giudici amministrativi hanno chiarito come la necessità di accelerare al massimo la definizione dei contenziosi in materia di appalti e di certezza, abbia comportato l’eliminazione, nel nuovo Codice degli Appalti (art. 32 del d.lgs. n. 50 del 2016), della tradizionale categoria della “aggiudicazione provvisoria”, distinguendo solo tra la “proposta di aggiudicazione”, che è quella adottata dal seggio di gara, ai sensi dell’art. 32, co.5, e che, ai sensi dell’art. 120, co. 2-bis ultimo periodo del codice del processo amministrativo, non costituisce provvedimento impugnabile; e la “aggiudicazione” tout court che è il provvedimento conclusivo di aggiudicazione e che diventa efficace dopo la verifica del possesso dei requisiti di cui all’art. 33, co. 1 del cit. d.lgs. n. 50 della predetta proposta da parte della Stazione Appaltante.

In tale sistematica, la verifica dei requisiti di partecipazione è dunque una mera condizione di efficacia dell’aggiudicazione e non di validità in quanto attiene sotto il profilo procedimentale alla “fase integrativa dell’efficacia” di un provvedimento esistente ed immediatamente lesivo, la cui efficacia è sottoposta alla condizione della verifica della proposta di aggiudicazione di cui al cit. art. 33 circa il corretto espletamento delle operazioni di gara e la congruità tecnica ed economica della relativa offerta”.

Il termine per l’impugnazione dell’aggiudicazione da parte dei concorrenti non aggiudicatari inizia a decorrere dal momento in cui essi hanno ricevuto la comunicazione di cui all’art.76, co. 5, lett. a), d.lgs. n.50/2016, e non dal momento, eventualmente successivo, in cui la Stazione Appaltante abbia concluso con esito positivo la verifica del possesso dei requisiti di gara in capo all’aggiudicatario.

Nella specie, in base alla normativa vigente, il termine decadenziale doveva essere computato a partire dalla comunicazione PEC del 21.09.2017.

[1] 15.03.2019 n. 1710

cassazione

Attività stragiudiziale. Il conferimento dell’incarico può essere provato a mezzo di testimoni?

La prima sezione della Cassazione, con la sentenza n. 29614/2018, pubblicata il 16 novembre 2018, ha concluso rispondendo affermativamente al quesito, ovverosia che “il mandato professionale per l’espletamento di attività di consulenza e, comunque, di attività stragiudiziale non deve essere provato necessariamente con la forma scritta, ad substantiam ovvero ad probationem, poiché può essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti e il giudice, in sede di accertamento del relativo credito nel passivo fallimentare, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza, può ammettere l’interessato a provare, anche con testimoni, sia il contratto che il suo contenuto”.

Inoltre, hanno concluso gli Ermellini, non “osta all’ammissione di una simile prova il disposto dell’art. 2233, comma 3, cod. civ., che prescrive la forma scritta per i patti che stabiliscono i compensi professionali degli avvocati, in quanto questa prescrizione riguarda non l’esistenza del mandato professionale, ma la sola misura del compenso”.

A riguardo, utile ricordare anche altra giurisprudenza di legittimità secondo cui “il rapporto di prestazione d’opera professionale, la cui esecuzione sia dedotta dal professionista come titolo del diritto al compenso, postula l’avvenuto conferimento del relativo incarico in qualsiasi forma idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà di avvalersi della sua attività e della sua opera da parte del cliente convenuto per il pagamento di detto compenso” (Cass. Civ., Se. II, 24.01.2017, n. 1792). In altri e più chiari termini, il professionista può dimostrare il ricevimento dell’incarico – presupposto del diritto al compenso – anche attraverso la produzione di e-mail o di fax, perché il conferimento può avvenire in qualsiasi forma, inclusa quella verbale, purché idonea a esplicitare il consenso delle parti sullo stesso.

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Compenso. Liquidazione equitativa in caso di attività ‘modesta’

La liquidazione del compenso va effettuata in via equitativa quando l’attività prestata dall’Avvocato è modesta.

E’ quanto ha affermato la Sezione VI della Suprema Corte[1] che ha rigettato il ricorso proposto da uno studio associato di consulenza societaria e tributaria che si era visto ridurre, dalla Corte di Appello, il compenso spettante per l’attività espletata, sulla scorta della considerazione che «ed in difetto, inoltre, di qualsivoglia altro idoneo documento, poteva “ritenersi provata (…) la sola partecipazione di […] e del suo studio alla redazione da parte di Tecnologie & Spazio s.r.l. della brochure informativa” (così sentenza d’appello, pag. 10). Esplicitava altresì che in considerazione della modesta consistenza della brochure informativa – “modesta comunicazione aziendale circa le caratteristiche generali dell’iniziativa, la sua localizzazione e le potenzialità della regione prescelta per l’investimento e nulla più” (così sentenza d’appello, pag. 9) – risultava congruo determinare in via equitativa in euro 20.000,00, oltre accessori, il compenso spettante per siffatta attività».

Spiegano, a riguardo, gli Ermellini che «la predisposizione dello “scarno documento” costituente l’allegato n. 18 al fascicolo di […] è di natura e valenza tale che difficilmente avrebbe consentito e reso possibile il ricorso al parametro degli usi ed, ancor prima, al parametro tariffario, segnatamente, alle prefigurazioni dell’art. 53 del d.p.r. n. 645/1994, per giunta con riferimento all’asserito quantum di euro 35.000.00,00. In pari tempo, al cospetto del carattere omnicomprensivo e complessivo della liquidazione equitativa cui la corte di Milano ha atteso, per nulla è pertinente il rilievo dei ricorrenti a tenor del quale “il giudice ha sempre l’onere di indicare dettagliatamente le singole voci che riduce (…) o elimina (…)”».

 

[1] 17.12.2018, ord. 32551

consigliostato

Fatturato specifico. Natura. Finalità. Possesso dei requisiti speciali in sede di gara.

«…la giurisprudenza amministrativa riguardante il possesso del requisito del “fatturato minimo nel settore di attività oggetto dell’appalto” così attualmente codificato dall’art. 83, comma 4, lett. a), del d.lgs. n. 50 del 2016» ha precisato che «“quando il bando prevede l’ammissione esclusivamente delle imprese che hanno prodotto negli anni precedenti un determinato fatturato non globale, ma specificamente attinente a rapporti identici o analoghi a quello da instaurare in esito al procedimento…la stazione appaltante non richiede un requisito di natura finanziaria (per la quale si provvede, ad esempio, con il richiamo al fatturato globale), ma un requisito di natura tecnica (consistente nel possesso di precedenti esperienze che consentono di fare affidamento sulla capacità dell’imprenditore di svolgere la prestazione richiesta)[…].” (così, tra le altre, Cons. Stato, sez. V, 23 febbraio 2015, n. 864».

Lo ha sancito il Consiglio di Stato con la sentenza n.6943[1] depositata dalla V Sezione, intervenendo sul tema del possesso dei requisiti speciali in sede di gara, con precipuo riferimento a quanto disciplinato dall’art. 83, comma 4, lett. a), del d.lgs. n. 50 del 2016.

Con la richiamata pronuncia, Palazzo Spada boccia il ricorso proposto dalla società sportiva ricorrente avverso l’esclusione della stessa dalla gara, aggiudicata in favore di una diversa società sportiva, indetta da parte di un Comune per l’affidamento in concessione d’uso della piscina comunale.

Il Tribunale di primo grado, sostanzialmente, aveva affermato che, ai fini della capacità economico-finanziaria, richiesta dal bando, il volume d’affari dovesse essere conseguito mediante la percezione di corrispettivi nell’esercizio dell’attività di gestione delle piscine, perciò riferito all’oggetto specifico della gara e non quale volume di affari globale, e ad uguale conclusione perviene il Consiglio di Stato che ha ritenuto che il principio, sopra ricordato, è «evidentemente finalizzato a garantire che la selezione venga svolta tra concorrenti che diano prova di adeguata affidabilità nell’espletamento di un determinato servizio, per aver avuto precedenti esperienze nel settore di attività oggetto di gara o in settori analoghi (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 06.04.2017 n. 1608; nonché già sez. V, 28.07.2015 n. 3717 e 25.06.2014 n. 3220); con la precisazione che, pur rilevando l’identità del settore imprenditoriale o professionale, il confronto va fatto in concreto tenendo conto del contenuto intrinseco delle prestazioni (Consiglio di Stato, V, 12.05.2017 n. 2227)».

Il Collegio rigetta l’appello proposto.

[1] Sez. V, 10.12.2018

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Sulla risoluzione del contratto

Il Tribunale di Milano[1], in un fattispecie in cui l’attrice committente aveva contestato la corretta esecuzione dei lavori da parte della convenuta appaltatrice, così non ritenendo dovute le somme richieste dall’appaltatrice stessa, richiamando la decisione della Suprema Corte secondo cui «l’art. 1668 cod. civ., nell’enunciare il contenuto della garanzia prevista dall’art. 1667 cod. civ., attribuisce al committente, oltre all’azione prevista per l’eliminazione dei vizi dell’opera a spese dell’appaltatore o di riduzione del prezzo, anche quella di risoluzione del contratto, salvo il risarcimento del danno nel caso di colpa dell’appaltatore» (Cass. Civ. 3199/2016), non avendo la committente chiesto né l’eliminazione dei vizi dell’opera né la riduzione del prezzo né la risoluzione del contratto, ma soltanto l’accertamento della ‘non debenza’ della fattura emessa, ha ritenuto che una domanda siffatta, vòlta a negare l’intero compenso, «può qualificarsi ai sensi dell’art. 1668 secondo comma c.c., unica ipotesi in cui il committente può esimersi dall’integrale pagamento del compenso laddove si riscontrino difformità o vizi dell’opera tali da renderla del tutto inadatta alla sua destinazione».

E tuttavia, ritiene il Tribunale, che nella fattispecie non era emerso che i servizi prestati dalla appaltatrice fossero stati del tutto inidonei allo scopo ovverosia che le prestazioni effettuate dall’appaltatore, considerate nella loro unicità e complessità, non presentavano vizi tali da renderle del tutto inidonee alla loro destinazione e da giustificare l’integrale ‘non debenza’ del compenso della convenuta.

A conforto, il Tribunale ha richiamato la sentenza degli Ermellini (n. 5250/2004) secondo cui «Ai fini della risoluzione del contratto di appalto per i vizi dell’opera si richiede un inadempimento più grave di quello richiesto per la risoluzione della compravendita per i vizi della cosa, atteso che, mentre per l’art. 1668, secondo comma, cod. civ. la risoluzione può essere dichiarata soltanto se i vizi dell’opera sono tali da renderla del tutto inidonea alla sua destinazione, l’art. 1490 cod. civ. stabilisce che la risoluzione va pronunciata per i vizi che diminuiscano in modo apprezzabile il valore della cosa, in aderenza alla norma generale di cui all’art. 1455 cod. civ., secondo cui l’inadempimento non deve essere di scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse del creditore. Pertanto la possibilità di chiedere la risoluzione del contratto di appalto è ammessa nella sola ipotesi in cui l’opera, considerata nella sua unicità e complessità, sia assolutamente inadatta alla destinazione sua propria in quanto affetta da vizi che incidono in misura notevole  – sulla struttura e funzionalità della medesima sì da impedire che essa fornisca la sua normale utilità, mentre se i vizi e le difformità sono facilmente e sicuramente eliminabili, il committente può solo richiedere, a sua scelta, uno dei provvedimenti previsti dal primo comma dell’art. 1668 cod. civ., salvo il risarcimento del danno nel caso di colpa dell’appaltatore. A tal fine, la valutazione delle difformità o dei vizi deve avvenire in base a criteri obiettivi, ossia considerando la destinazione che l’opera riceverebbe dalla generalità delle persone, mentre deve essere compiuta con criteri subiettivi quando la possibilità di un particolare impiego o di un determinato rendimento siano dedotti in contratto» (Cass. sentenza n. 5250/2004).

Neppure i danni asseritamente subìti potrebbero comportare una riduzione del compenso, così come escluso dalla giurisprudenza secondo cui «In materia di appalto, la disciplina dettata dall’art. 1668 in tema di difetti dell’opera, in deroga a quella stabilita in via generale in tema di inadempimento del contratto, concede al committente la possibilità di domandare la risoluzione del contratto soltanto nel caso in cui i difetti dell’opera siano tali da renderla del tutto inadatta alla sua destinazione, mentre negli altri casi il committente può agire con le alternative azioni di eliminazione dei vizi o di riduzione del prezzo, soltanto nell’ottica del mantenimento del contratto. Pertanto, nel caso in cui il committente abbia domandato il risarcimento del danno in correlazione con la domanda di risoluzione e i difetti non siano risultati tali da giustificare lo scioglimento del contratto, la domanda di risarcimento non può essere accolta per difetto della “causa petendi”» (Cass. Civ., 9295/2006 e 4366/2015).

Non è restato al Tribunale che rigettare la domanda dell’attore.

[1] Sez. VII, 23.10.2018, n. 10713

notifica

Intimazione di sfratto notificata a mezzo pec

Il Tribunale Ordinario di Roma[1], ritenendo che la notificazione di un atto giudiziario a mezzo di posta elettronica certificata è assimilabile alla notificazione a mani proprie, producendo effetti ad essa equipollenti quanto alla validità ed efficacia dell’intimazione di licenza o di sfratto senza necessità dell’invio della lettera raccomandata prevista dall’art. 660 c.p.c. producendo gli stessi effetti della notifica a mani, ha rigettato l’istanza di sospensione di sfratto per morosità del conduttore dell’immobile a uso non abitativo in locazione.

E ciò in adesione all’orientamento, successivo alla introduzione nel nostro ordinamento giuridico dell’art. 149 bis c.p.c. [secondo cui “Se non è fatto espresso divieto dalla legge, la notificazione può eseguirsi a mezzo posta elettronica certificata, anche previa estrazione di copia informatica del documento cartaceo”], in virtù del quale la notifica dell’intimazione di sfratto a mezzo pec senza l’invio della lettera raccomandata prevista dall’art. 660 c.p.c. è possibile in quanto produce gli stessi effetti della notifica a mani, così contravvenendo all’altro orientamento, invocato invece dall’opponente (peraltro non registrandosi al momento decisioni della Suprema Corte), secondo cui «la notifica dell’atto di intimazione di sfratto a mezzo pec non è paragonabile alla notifica “in mani proprie” e quindi, una volta eseguita, qualora l’intimato non dovesse comparire all’udienza si renderebbe necessaria la rinnovazione della notifica “tradizionale” dell’intimazione (Tribunale di Modena, ordinanza 23.7.204 e Tribunale di Catanzaro, ordinanza 22.7.2014) e ciò anche nel caso in cui non fosse eseguito l’avviso ai sensi dell’art. 660 c.p.c.».

Le Società sono infatti obbligate a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata da comunicare al registro delle imprese «avendo l’onere di curare con regolarità la consultazione della casella di posta elettronica messa a disposizione del gestore del servizio, trattandosi di uno strumento previsto dalla legge per consentire di inviare e ricevere comunicazioni con effetti legali […] comprese quelle che hanno ad oggetto atti giudiziari in materia civile…», e così per la convalida di sfratto.

Inutile per il conduttore sostenere che la pec non garantirebbe la piena prova della effettiva consegna della cartella al destinatario, che invece con il sistema tradizionale sarebbe assicurata dal postino, dall’ufficiale giudiziario o dall’avvocato munito di autorizzazione. Infatti, «Nel caso della pec l’attestazione della spedizione ed immissione dell’email nella casella del destinatario è fornita da un sistema automatizzato che garantisce la disponibilità del documento nella casella di posta elettronica del destinatario così come il postino attesta la consegna a mani: in entrambi i casi nessuno potrà garantire che il destinatario abbia aperto e letto effettivamente il contenuto della busta – cartacea o telematica – consegnata, né il postino (o ufficiale giudiziario) né il gestore del servizio di posta elettronica certificata».

E la ricevuta di avvenuta consegna non ha fede privilegiata, a differenza delle ricevute di ritorno della raccomandata. Ma poiché nella fattispecie non si contestava che il messaggio informatico fosse pervenuto nella casella di posta elettronica del destinatario, la notifica a mezzo pec corrispondeva – a tutti gli effetti – a una notifica a mani dell’interessato.

 

[1] Ord. 6^ Sez. Civ., 13.03.2018, Giudice, Dott.ssa Roberta Nardone

cassazione1

Il vizio di legittimità di cui all’art. 360 co. 1 n. 5 dopo la novella del 2012

Come noto, l’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, convertito in legge n. 134 del 2012 ha riformulato l’art. 360, n. 5, cod. proc. civ. che prevede, quale specifico vizio denunciabile per cassazione, l’omesso esame di un “fatto storico”, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che sia stato discusso tra le parti e abbia carattere decisivo.

A riguardo, la Suprema Corte, con ordinanza n. 22786/2018, pubblicata il 25.09.2018, si è così pronunciata: «Merita, altresì, di essere ricordato che oggetto del vizio di cui al novellato art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ. è l’omesso esame circa un «fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti». Costituisce, allora, un “fatto”, agli effetti della citata norma, non una “questione” o un “punto”, ma: i) un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, ossia un fatto principale, ex art. 2697 cod. civ., cioè un “fatto” costitutivo, modificativo impeditivo o estintivo, o anche un fatto secondario, vale a dire un fatto dedotto ed affermato dalle parti in funzione di prova di un fatto principale (cfr. Cass. n. 16655 del 2011; Cass. n. 7983 del 2014; Cass. n. 17761 del 2016; Cass. n. 29883 del 2017); li) un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza da intendersi in senso storiconaturalistico (cfr. Cass. n. 21152 del 2014; Cass., SU, n. 5745 del 2015); iii) un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante, e le relative ricadute di esso in termini di diritto (cfr. Cass. n. 5133 del 2014); iv) una vicenda la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali (cfr. Cass., SU, n. 8053 del 2014). Il “fatto” controverso il cui esame sia stato omesso deve, inoltre, avere carattere “decisivo”, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia. Non costituiscono, viceversa, “fatti”, il cui omesso esame possa cagionare il vizio ex art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ.: i) le argomentazioni o deduzioni difensive (cfr. Cass. n. 14802 del 2017; Cass. n. 21152 del 2015); il) gli elementi istruttori in quanto tali, quando il fatto storico da essi rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti (cfr. Cass., SU, n. 8053 del 2014); iii) una moltitudine di fatti e circostanze, o il “vario insieme dei materiali di causa” (cfr. Cass. n. 21439 del 2015); iv) le domande o le eccezioni formulate nella causa di merito, ovvero i motivi di appello, i quali costituiscono i fatti costitutivi della “domanda” in sede di gravame».

autovelox

Illegittima la sanzione elevata con l’autovelox se il prefetto ha autorizzato la rilevazione soltanto nel senso opposto di marcia

Importare decisione, quella della Cassazione[1], che riguarda gli apparecchi per la rilevazione della velocità dei veicoli in grado di leggere le infrazioni in entrambi i sensi di marcia.

In fatto. Il Comune di [X] proponeva ricorso per cassazione avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale con la quale veniva respinto l’appello formulato dal predetto Ente comunale nei confronti della sentenza del Giudice di Pace con cui era stata accolta l’opposizione avanzata da [Y] avverso un verbale di accertamento elevato a suo carico in ordine alla violazione di cui all’art. 142 c.d.s. approvato con Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n.28.

In diritto. Gli Ermellini, dopo aver affermato che sull’ente proprietario della strada incombe l’assunzione di una serie di obblighi che prevedono, in particolare, la necessità del preventivo avviso dell’installazione dell’autovelox posizionato ad una congrua distanza dal prescritto segnale che lo deve anticipare, della leggibilità e immediata percepibilità della relativa segnalazione, della preventiva adozione di apposito decreto prefettizio per l’autorizzazione all’installazione degli autovelox sulle strade in cui è propriamente consentito al fine di rendere legittima la contestazione differita delle violazioni riferite all’art. 142 c.d.s., hanno stabilito che: «qualora il decreto amministrativo autorizzi il posizionamento di un apparecchio autovelox (appositamente omologato e sottoposto alla necessaria taratura) lungo il lato di una sola carreggiata di un tipo di strada riconducibile ad uno di quelli previsti dal citato art. 4 del d.l. n. 121/2002 (al quale appartiene la S.S. “Venafrana” di cui al caso di specie oggetto della controversia), diventa, conseguentemente, obbligatorio — in funzione della legittimità della complessiva attività di accertamento delle indicate violazioni amministrative — che l’ente proprietario della strada appronti i predetti necessari adempimenti di garanzia per gli utenti (circa la preventiva segnalazione dell’installazione dell’apparecchio elettronico e la visibilità del segnale che lo preannuncia sullo stesso lato e, quindi, per il corrispondente senso di marcia), anche al fine di tutelare le indispensabili esigenze di sicurezza pubblica connesse a siffatta attività di rilevamento. Pertanto, qualora — come verificatosi nella fattispecie — il decreto prefettizio abbia previsto la legittima installazione lungo un solo senso di marcia (che nel caso in esame avrebbe dovuto essere posizionato nella direzione Venafro-Isernia) ed, invece, l’accertamento sia stato effettuato mediante la rilevazione di un autovelox posizionato sul contrapposto senso di marcia, ne consegue che — difettando a monte l’adozione di uno specifico provvedimento autorizzativo — il relativo verbale di contestazione differita della violazione di cui all’art. 142 c.d.s. debba ritenersi affetto da “illegittimità derivata”, come statuito dal Tribunale di Isernia con la sentenza qui impugnata (senza che possano assumere rilevanza, al riguardo, eventuali note chiarificatrici successivamente approntate dalla competente P.A., a fronte di una precisa indicazione sulle modalità e sul punto di installazione dell’autovelox rinvenibile direttamente nel decreto autorizzativo)».

Infatti, ha concluso la Suprema Corte, la legge attribuisce al prefetto la competenza ad individuare le strade o i tratti di strada in cui possono essere installati dispositivi di controllo della velocità, precisandosi che detta norma non richiede che il provvedimento prefettizio specifichi necessariamente il senso di marcia interessato dalla rilevazione; di talché, argomentando a contrario si desume che se nel decreto prefettizio è contenuto specificamente il riferimento ad un determinato senso di marcia (come accaduto nel caso sottoposto all’esame del giudice di appello), il rilevamento elettronico della velocità e la correlata attività di accertamento (con contestazione differita) degli agenti stradali intanto potranno ritenersi legittimi se riferiti all’autovelox come posizionato in conformità al decreto autorizzativo e non, invece, con riguardo ad altro autovelox posizionato sulla stessa strada e in prossimità dello stesso punto chilometrico ma sulla carreggiata o corsia opposta, che non abbiano costituito oggetto di previsione da parte dello stesso o di altro provvedimento autorizzativo.

[1] Civ., Ord. Sez. 6^, 01.10.2018 n.23726

contratto

Clausole vessatorie: approvazione in blocco

Se è vero che, secondo il consolidato insegnamento giurisprudenziale, non occorre sottoscrivere ciascuna clausola vessatoria, bastando un’apposita dichiarazione che raggruppi tutte le clausole singolarmente richiamate, «è altrettanto vero che, sempre con orientamento pacifico ed incontrastato, che questo Tribunale condivide e dal quale non ha motivo di discostarsi, la Suprema Corte ha chiarito che non integra il requisito della specifica approvazione per iscritto ex art. 1341 comma 2 c.c. il richiamo in blocco di tutte le condizioni generali di contratto o di gran parte di esse, comprese quelle prive di carattere vessatorio, e quindi la loro sottoscrizione indiscriminata, poiché con tale modalità non è garantita l’attenzione del contraente debole verso la clausola a lui sfavorevole, in quanto ricompresa tra le altre richiamate: trattasi infatti di una modalità di approvazione della clausola vessatoria tale da rendere oggettivamente difficoltosa la percezione della stessa, giacché la genericità di tale riferimento priva l’approvazione della specificità richiesta dall’art. 1341 c.c., in quanto la norma richiede non solo la sottoscrizione separata, ma anche la scelta di una tecnica redazionale idonea a suscitare l’attenzione del sottoscrittore sul significato delle clausole specificamente approvate (Cass. n. 9492/2012, Cass. n. 2970/2012, Cass. n. 24262/2008, Cass. n. 5733/2008, Cass. n. 4 7748/2007, Cass. n. 4452/2006, Cass. n. 13890/2005, Cass. n. 2719/2005, Cass. n. 18680/2003, Cass. n. 6510/2001, Cass. n. 2849/1998)».

E’ quanto emerge dalla sentenza n. 623/2018 pubblicata dalla Seconda Sezione Civile del Tribunale di Reggio Emilia (Giudice Dott. Gianluigi Morlini) il 24 aprile 2018.

Nella fattispecie all’esame del Tribunale gli attori avevano dedotto, e il Tribunale ha ritenuto, la nullità della clausola contrattuale derogativa della competenza, indubitabilmente vessatoria, perché, nonostante l’approvazione ai sensi dell’articolo 1341 comma 2 c.c., si trattava di una approvazione avvenuta unitamente a molteplici altre clausole, molte delle quali in realtà non vessatorie.

A.T.I.

A.T.I. costituita. La mandataria rinuncia unilateralmente alla partecipazione alla gara. Conseguenze.

Citata, la mandataria, in giudizio, dalle mandanti che chiedevano il risarcimento dei danni cagionati dalla rinuncia alla partecipazione alla gara, unilateralmente comunicata all’Amministrazione appaltante dalla stessa mandataria, mentre il Tribunale accoglieva le domande delle attrici, la Corte di Appello accoglieva invece l’impugnazione della mandataria, rigettando dunque le domande delle mandanti alle quali non restava altro che proporre ricorso in Cassazione, a cui era seguito il controricorso della mandataria.

La Suprema Corte[1] ha negato il risarcimento del danno a carico della mandataria, seppure responsabile, come appresso si dirà, a fronte della impossibilità di ricollegare alla condotta tenuta da quest’ultima i danni lamentati dalle attrici, in virtù di un ragionamento controfattuale imperniato da un lato sull’incoercibilità della volontà della mandataria stessa e sulla conseguente immodificabilità della sua determinazione di ritirarsi dalla gara, e, dall’altro, sulla mancata dimostrazione, sia pure in via prognostica, dell’idoneità dell’offerta formulata dalle imprese riunite ad ottenere il punteggio più alto in sede di valutazione da parte dell’Amministrazione, e quindi a determinare l’aggiudicazione dell’appalto in favore del raggruppamento.

E ciò nonostante, come cennato, la responsabilità della mandataria che ha comunque violato l’obbligo di diligenza che le avrebbe imposto di comunicare preventivamente le proprie intenzioni alle imprese associate, interessate alla partecipazione alla gara, e di concordare con le stesse le iniziative da assumere, tenuto conto che alla data in cui aveva comunicato alla Stazione Appaltante la propria intenzione di svincolarsi dalla partecipazione alla gara le relative operazioni erano ancora in corso, benché il termine di efficacia delle offerte fosse scaduto da oltre otto mesi.

Il risarcimento è escluso in virtù della facoltà della mandataria di svincolarsi unilateralmente dalla gara e perché non risulta dimostrato il danno da perdita di chances: è il creditore, infatti, che deve provare la «realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato ed impedito dalla condotta illecita, della quale il danno risarcibile deve rappresentare una conseguenza immediata e diretta».

Spese compensate per la reciproca soccombenza.

[1] 1^ Sez. Civ., 16.05.2018 n. 11940