La consegna dei lavori negli appalti pubblici

Corte di Cassazione, Sez. I Civ., 29.10.2015 n. 22112

La Suprema Corte torna sull’argomento, nella materia dei lavori pubblici, riguardante la consegna dei lavori e, in particolare, la ‘mancata consegna’ degli stessi.

Gli Ermellini, ribadendo un principio già espresso in precedenti sentenze, hanno chiarito che l’inadempimento dell’Amministrazione appaltante – che non effettua la consegna dei lavori – è fonte di responsabilità contrattuale nei confronti dell’Impresa appaltatrice che, tuttavia, perché gli possa venire riconosciuto il diritto al risarcimento del danno conseguente alla mancata consegna, deve preventivamente esercitare la facoltà di recesso ché, diversamente, si presume abbia considerato ancora eseguibile il contratto, senza ulteriori oneri a carico della Stazione appaltante. Nel caso l’Impresa appaltatrice non eserciti il recesso, a nulla valgono eventuali atti di costituzione in mora così come l’iscrizione di apposite riserve.

La vertenza prende le mosse dalla sentenza del Tribunale che, in accoglimento delle domande proposte dalla Impresa appaltatrice, aveva dichiarato risolto il contratto di appalto per inadempimento della Stazione appaltante, in considerazione della mancata consegna effettiva dei lavori, condannando quest’ultima al risarcimento dei danni.

La sentenza del Tribunale è stata impugnata da parte della Stazione appaltante dinanzi alla Corte di Appello, deducendosi l’inapplicabilità della norma del codice civile sulla risoluzione del contratto per inadempimento (art. 1453 cod. civ.), dovendo, invece, trovare applicazione la norma speciale di cui all’art. 10 del Capitolato Generale d’Appalto approvato con D.P.R. 16.06.1962, n. 1063, che attribuisce all’appaltatore esclusivamente la facoltà di chiedere di recedere dal contratto, con potere di decisione in capo all’Amministrazione.

Il ragionamento offerto da parte appellante si inserisce nel solco di un principio riconosciuto valido dalla dottrina e dalla giurisprudenza, secondo cui negli appalti pubblici regolati dal C.G.A. approvato con il D.P.R. n. 1063 del 1962, la consegna dei lavori costituisce obbligo dell’Amministrazione appaltante, il cui inadempimento, però, è disciplinato in modo diverso rispetto alle norme del codice civile, nel senso che non conferisce all’appaltatore il diritto di risolvere il contratto (né con domanda ai sensi dell’art. 1453 cod. civ., né a seguito di diffida ad adempiere ai sensi dell’art. 1454 cod. civ.), né di avanzare pretese risarcitorie, ma gli attribuisce, invece, in base alla norma speciale del richiamato art. 10, la sola facoltà di presentare istanza di recesso dal contratto, al mancato accoglimento della quale consegue il sorgere di un diritto al compenso per i maggiori oneri dipendenti dal ritardo; di talché il riconoscimento all’appaltatore di un diritto al risarcimento può venire in considerazione soltanto se egli abbia preventivamente esercitato tale facoltà di recesso, dovendosi altrimenti presumere che abbia considerato ancora eseguibile il contratto. In altri e più chiari termini, il recesso non si configura come un diritto potestativo ma è subordinato alla accettazione dello stesso da parte dell’Amministrazione: e cioè (i) se l’istanza viene accolta, l’appaltatore ha diritto al rimborso delle spese di contratto e delle altre spese effettivamente sostenute; (ii) se invece l’istanza non viene accolta e si procede, tardivamente, alla consegna dei lavori, l’appaltatore ha diritto ad un compenso per i maggiori oneri dipendenti dal ritardo, previa iscrizione della corrispondente riserva per i maggiori oneri derivanti dal ritardo medesimo.

La Corte territoriale ha rigettato l’appello giudicando la Stazione appaltante gravemente inadempiente all’obbligo di consegna effettiva dei lavori ed inapplicabile il Capitolato Generale d’Appalto in caso di inadempimento dell’Amministrazione.

A questo punto, adìta la Suprema Corte, il ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 10, ottavo comma, del C.G.A., approvato con D.P.R. n.1063/1962, richiamato dal Capitolato Speciale allegato al contratto di appalto, per avere la Corte di Appello applicato la normativa di diritto privato, ignorando che la norma speciale prevede unicamente la facoltà dell’appaltatore di chiedere di recedere dal contratto.

La Suprema Corte, ritenendo fondato il motivo di gravame, ribadisce, con la sentenza in commento, che: «Negli appalti pubblici la “consegna dei lavori” all’appaltatore, che è un momento essenziale ai fini della realizzazione dell’opera, si configura come un obbligo della P.A. il cui inadempimento (ancorché diversamente disciplinato rispetto alle norme del codice civile) è fonte di responsabilità contrattuale, in quanto il dovere di collaborazione dell’Amministrazione non perde la sua natura contrattuale solo perché derivante dalla legge, la quale, al contrario, è una delle fonti di integrazione del contratto (art.1374 c.c.). Tale inadempimento, tuttavia, non conferisce all’appaltatore il diritto di risolvere il rapporto a norma degli art. 1453 e 1454 c.c., né di avanzare pretese risarcitorie, ma gli attribuisce la sola “facoltà” di presentare istanza di recesso dal contratto, per il mancato accoglimento della quale sorge un diritto al compenso per i maggiori oneri dipendenti dal ritardo, oltre ad un congruo prolungamento del termine originariamente convenuto [..]. Il riconoscimento di un diritto al risarcimento del danno può venire in considerazione solo se l’appaltatore abbia preventivamente esercitato la facoltà di recesso, dovendosi altrimenti presumere che egli abbia considerato ancora eseguibile il contratto, senza ulteriori oneri a carico della stazione appaltante, non rilevando, quando non sia stato esercitato il recesso, la costituzione in mora del committente e l’iscrizione di riserva a verbale [..].Questa Corte ha precisato che si deve escludere una differenza di disciplina tra la mancata consegna (o il ritardo nella consegna di tutti i lavori) e la consegna parziale, in quanto in entrambi i casi trova applicazione il citato art. 10, co. 8, del d.P.R. del 1962, secondo cui l’appaltatore può scegliere se chiedere il recesso dal contratto, acquisendo il diritto al rimborso dei maggiori oneri ove la sua istanza venga rigettata, ovvero proseguire nel rapporto con la sola esclusione della sua responsabilità per l’eventuale conseguente ritardo nel completamento dell’opera (v. Cass. n. 2983/2013, n.6198/2005)».

Ha errato dunque la Corte di Appello, precisano gli Ermellini, a dichiarare risolto il contratto per inadempimento della Stazione appaltante ed a condannare l’Amministrazione al risarcimento, senza aver verificato se l’appaltatore aveva, o no, proposto istanza di recesso, attivando il meccanismo previsto dalla legge in caso di tardiva, mancata od incompleta consegna dei lavori.

In conclusione, l’inadempimento della Stazione appaltante non conferisce all’Impresa appaltatrice la facoltà di risolvere il rapporto ex artt. 1453 e 1454 c.c. e di accampare pretese risarcitorie, ma consente all’Impresa esclusivamente di esercitare l’istanza di recesso dal contratto e, solo in caso di mancato accoglimento della stessa da parte della Stazione appaltante, sorge, in capo all’Impresa, il diritto al compenso per i maggiori oneri che dipendano dal ritardo nella consegna da parte della Stazione appaltante, oltre che ad un congruo prolungamento del termine, originariamente convenuto, per completare i lavori.

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