Indennità di accompagnamento e patologie neurologiche

Corte di Cassazione, Sez. VI Civ., L., ordinanza 13.01/15.03.2016 n. 5032

L’indennità di accompagnamento, prevista dall’art. 1 della legge 11.02.1980, n.18, consiste in un sostegno economico statale, erogato dall’Inps, in attuazione dei principi sanciti dall’art. 38 della Costituzione, a favore dei cittadini dichiarati totalmente inabili, per minorazioni o menomazioni, fisiche o psichiche, impossibilitati a deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, ovvero impossibilitati a compiere autonomamente gli atti quotidiani della vita.

L’indennità di accompagnamento, a differenza di altri benefici economici concessi agli invalidi, è indipendente dall’età e dalle condizioni reddituali del beneficiario o del suo nucleo familiare.

Ciò posto, le patologie neurologiche danno diritto all’indennità di accompagnamento?

La Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. VI-L 27.11.2014, 25255) aveva già provveduto a chiarire che l’indennità di accompagnamento spetta anche in favore di coloro i quali, pur essendo materialmente capaci di compiere gli atti elementari della vita quotidiana (quali nutrirsi, vestirsi, provvedere alla pulizia personale, assumere con corretta posologia le medicine prescritte), necessitano della presenza costante di un accompagnatore in quanto, in ragione di gravi disturbi della sfera intellettiva, cognitiva o volitiva dovuti a forme avanzate di gravi stati patologici o a gravi carenze intellettive, non sono in grado di determinarsi autonomamente al compimento di tali atti nei tempi dovuti e con modi appropriati per salvaguardare la propria salute e la propria dignità personale senza porre in pericolo sé o gli altri. Decisione importante, questa, anche perché spesso in contrasto con le prassi, a volte particolarmente restrittive, degli uffici amministrativi locali nonché con l’interpretazione di alcuni giudici di merito.

Tuttavia, per lungo tempo si è discusso se il diritto all’indennità di accompagnamento poteva riguardare tutte quelle malattie (ad esempio, oligofrenia e patologie neurologiche) che, provocando infermità mentali con limitazioni dell’intelligenza, richiedono una assistenza giornaliera, ivi compresa quella farmacologica.

Ed il caso all’esame degli Ermellini ora in commento riguardava appunto un soggetto affetto da oligofrenia (stato d’insufficienza mentale). Gli Ermellini, con la ordinanza n.5032/2016, inserendosi nel solco giurisprudenziale sopra richiamato, hanno confermato che l’indennità di accompagnamento va riconosciuta anche a coloro che siano materialmente capaci di compiere gli atti elementari della vita quotidiana ma che, in ragione di gravi carenze intellettive o stati patologici, non comprendendone il significato, necessitino della presenza di un accompagnatore: «Va, dunque, ritenuto che la capacità dell’assistito di compiere gli elementari atti giornalieri debba intendersi non solo in senso fisico, cioè come mera idoneità ad eseguire in senso materiale detti atti, ma anche come capacità di intenderne significato, portata ed importanza anche ai fini della salvaguardia della propria condizione psicofisica; e corre ancora la capacità richiesta per il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento non debba parametrarsi sul numero degli elementari atti, giornalieri, ma soprattutto sulle loro ricadute, nell’ambito delle quali assume rilievo non certo trascurabile l’incidenza sulla salute del malato nonché la salvaguardia della sua “dignità” come persona (anche l’incapacità ad un solo genere di atti può, per la rilevanza di questi ultimi e per l’imprevedibilità del loro accadimento, attestare di per sé la necessità di una effettiva assistenza giornaliera: cfr. per riferimenti sul punto: Cass. 13362/2003)».

La sentenza della Corte di Appello, impugnata dal ricorrente dinanzi alla Suprema Corte, aveva riconosciuto al soggetto affetto da gravi patologie neurologiche l’indennità di accompagnamento dal 2012 e non già dal 2007, come richiesto. La Corte di appello, a detta del ricorrente, aveva trascurato di considerare le peculiarità comportamentali del soggetto minorato, pur riconoscendogli la sussistenza di ‘gravi e permanenti patologie neurologiche’, argomento accolto dalla Suprema Corte che ha ritenuto che i giudici del merito non avessero considerato gli effetti delle malattie psichiche sul comportamento del ricorrente.

In altri e più chiari termini, la capacità del soggetto che richieda l’indennità di accompagnamento di compiere gli atti giornalieri elementari deve essere valutata non solo come idoneità a compierli materialmente ma anche come capacità del soggetto di comprendere l’importanza e il significato di ogni suo gesto quotidiano, anche ai fini della salvaguardia della sua salute psico-fisica. Tenuto conto che l’indennità di accompagnamento, in alcune circostanze, spetta anche se l’inabile è in grado di camminare da solo, allo stesso modo deve riconoscersi l’indennità di accompagnamento qualora il soggetto minorato necessiti di essere accompagnato fuori della propria abitazione, così come se non riesce a compiere atti elementari della vita quotidiana, nei tempi dovuti e con modi appropriati, allo scopo di salvaguardare la propria salute e la propria dignità personale senza porre in pericolo sé o gli altri.

La parola torna dunque alla Corte di appello che, in secondo grado, dovrà valutare più approfonditamente le reali condizioni del richiedente l’indennità di accompagnamento e riconsiderarne eventualmente la contestata decorrenza (dal 2007 e non dal 2012 come riconosciuto dai giudici di merito).

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