Incidente stradale. Vanno risarciti i nipoti della vittima anche se non conviventi.

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Incidente stradale. Vanno risarciti i nipoti della vittima anche se non conviventi. Sussiste il danno non patrimoniale prodotto da lesione del rapporto parentale

Cassazione civile, sez. III, 20.10.2016 n. 21230

Le assicurazioni sono costrette ad incassare un duro colpo con la sentenza in commento, chiamate a risarcire i nipoti della nonna rimasta vittima di un incidente stradale; il danno da lesione del rapporto parentale, infatti, sussiste, per i discendenti non conviventi, purché sia provata la sussistenza di rapporti costanti e caratterizzati da reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto. E ciò in quanto non può essere condivisibile limitare la “società naturale” della famiglia, a cui fa riferimento la Costituzione, all’art. 29, all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, incentrata su coniuge, genitori e figli, tenuto conto che il nostro «ordinamento non solo include i discendenti in linea retta tra i parenti (art. 75 c.c.) e riconosce tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela (v. art. 76 c.c., quanto al computo dei gradi) ma prevede nei confronti dei discendenti e viceversa una serie di diritti, doveri e facoltà […] da cui risulta l’innegabile rilevanza anche giuridica, oltre che affettiva e morale, di tale rapporto». Di conseguenza, «ancorare il risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale alla convivenza tra il congiunto non ricompreso nella cd. famiglia nucleare e la vittima potrebbe essere foriero di un automatismo risarcitori sicuramente da bandire».

E’ quanto emerge dalla sentenza della Suprema Corte ora in commento che, accogliendo il ricorso contro le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale che aveva concluso per il rigetto del ricorso, apre, nella giurisprudenza di legittimità, a un vero e proprio contrasto.

In fatto. Ricorrevano in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, che aveva confermato quella del Tribunale, con cui era stata rigettata la domanda proposta dai ricorrenti di risarcimento dei danni loro determinati dal decesso della nonna, avvenuta a seguito di un sinistro stradale, allorché la donna si trovava, quale trasportata, a bordo dell’auto – assicurata – condotta da suo marito. Per quanto qui rileva, la Corte di merito aveva ritenuto che il risarcimento da fatto illecito a soggetti estranei al ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero o la nuora) richiede la sussistenza di una situazione di convivenza.

In diritto. Gli Ermellini non condividono l’orientamento restrittivo della giurisprudenza di legittimità (Cass. 4253/2012) richiamata dalla Corte di Appello secondo cui, perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subìta da soggetti estranei al ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, «in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell’art. 2 Cost. (Cass. 16 marzo 2012, n. 4253)». «Se è infatti innegabile che», rilevano ora gli Ermellini, «occorre conciliare il diritto del superstite alla tutela del rapporto parentale “con l’esigenza di evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari”», la Corte non ritiene che la convivenza possa essere elemento idoneo “a bilanciare” le evidenziate contrapposte esigenze e che, quindi, nell’ambito del danno non patrimoniale per la morte di un congiunto, la convivenza sola possa provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto.

Ed ancora, gli Ermellini ora neppure ritengono di dover condividere l’affermazione contenuta in altra sentenza della Suprema Corte (n. 4253 del 2014) richiamata dalla Corte di Appello nella sentenza impugnata, secondo cui la convivenza appare necessaria “quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico“, non ritenendo gli Ermellini «che solo in caso di convivenza “il rapporto assum[a] rilevanza giuridica ai fini della lesione del rapporto parentale, venendo in rilievo la comunità familiare come luogo in cui, attraverso la quotidianità della vita, si esplica la personalità di ciascuno”, atteso che in tal modo si esclude a priori il diritto del nipote non convivente al risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale sulla base di un elemento estrinseco, transitorio e del tutto casuale quale è quello della convivenza, di per sé poco significativo, ben potendo ipotizzarsi convivenze non fondate su vincoli affettivi ma determinate da necessità economiche, egoismi o altro e non convivenze determinate da esigenze di studio o di lavoro o non necessitate da bisogni assistenziali e di cura ma che non implicano, di per, sé, carenza di intensi rapporti affettivi o difetto di relazioni di reciproca solidarietà».

E la risposta, illustra la Suprema Corte, viene dal codice civile che prevede che i discendenti sono inclusi in linea retta tra i parenti (art. 75 c.c.) così come (art. 76 c.c.) viene riconosciuto tra nonni e nipoti uno stretto vincolo di parentela. Ed ancora, in virtù dell’art. 317 bis c.c., gli ascendenti hanno diritto di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni, con la possibilità per i predetti di ricorrere al giudice nel caso in cui l’esercizio di tale diritto sia impedito, espressione innegabile della rilevanza anche giuridica, oltre che affettiva e morale, di tale rapporto.

Tutto quanto sopra considerato, precisato che la convivenza non può assurgere a connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali ovvero a presupposto dell’esistenza del diritto in parola, la Suprema Corte afferma che dovrà essere fornita la prova rigorosa degli elementi idonei a provare la lamentata lesione e l’entità dei danni e tale prova dovrà essere correttamente valutata dal giudice.

La parola dunque al giudice del rinvio.

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