Incidente: i reciproci rapporti tra automobilista e pedone, nella specie rappresentato da un podista che attraversa, correndo, sulle strisce pedonali

Corte di Cassazione, Sez. IV Pen., sentenza 10.11.2015 n. 51191

Alla attenzione degli Ermellini un incidente occorso ad una signora che, mentre faceva attività fisica di podista, attraversando la strada sulle strisce pedonali, veniva investita dall’auto dell’imputato proveniente dalla sua sinistra, e, colpita al ginocchio, riportava la frattura pluriframmentaria del piatto tibiale esterno con affossamento del ginocchio sinistro.

Il Giudice di Pace di [X] aveva assolto l’imputato dal reato di cui all’art. 590 cp, aggravato ex art. 191 C.D.S., perché il fatto non costituiva reato, per l’impossibilità, da parte del Giudice, di ricostruire con precisione l’incidente.

Investita della questione dal Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di [X], la Suprema Corte, inserendosi nel solco di una giurisprudenza uniforme e consolidata in tema di investimento di pedone (Sez. 4, 16.04.2008 n. 20027; Sez. 4, 02.07.2013, n.33207, Rv. 255995), ha precisato che, per escludere la colpa del conducente di auto occorre affermare la colpa esclusiva del pedone, che si realizza solo in presenza di una duplice condizione: a) la prima condizione è che il conducente si sia venuto a trovare, per motivi estranei al suo obbligo di diligenza e di prudenza, nell’oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservare tempestivamente i movimenti, attuati in modo inatteso; b) la seconda condizione è che nel comportamento del conducente non sia ravvisabile alcuna violazione sia delle norme del codice della strada sia di quelle di comune prudenza.

Secondo gli Ermellini, la sentenza del Giudice di Pace, “incentrando il proprio giudizio assolutorio solo sulla mancanza di certezza in merito alla esatta ricostruzione dell’incidente, non ha in alcun modo considerato il comportamento dei due utenti della strada, l’automobilista ed il pedone, nei reciproci rapporti“.

Le regole della circolazione stradale in centri abitati impongono al conducente di vigilare al fine di avvistare possibili situazioni di pericolo rappresentate anche dalla presenza di pedoni fuori dagli spazi ai medesimi riservati (strisce pedonali, piste ciclabili o percorribili a piedi per chi fa sport, etc.), e di tenere una condotta di guida adeguata alle concrete situazioni di luogo e di tempo, moderando la velocità secondo l’occorrenza ed arrestando la marcia del veicolo, al fine di prevenire il rischio di investimento, come spiegato dalla seguente motivazione: «Circa i doveri di attenzione del conducente nei riguardi dei pedoni, si è sottolineato che grava sul conducente l’obbligo di ispezionare continuamente la strada che sta per impegnare, mantenendo un costante controllo del veicolo in rapporto alle condizioni della strada stessa e del traffico e di prevedere tutte quella situazioni che la comune esperienza comprende, in modo da non costituire intralcio o pericolo per gli altri utenti della strada (sez. 4, 13 ottobre 2005, Tavoliere). Al fine di escludere la responsabilità del conducente è, perciò, necessario che lo stesso si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne i movimenti, specie se attuati in modo rapido ed inatteso; occorre, inoltre che nessuna infrazione alla norme della circolazione stradale, che possa assumere rilevanza rispetto all’evento, ed a quelle di comune prudenza sia riscontrabile nel suo comportamento».

In conclusione, la Suprema Corte ha ritenuto che la sentenza impugnata dovesse essere annullata per non avere considerato tali rilevanti principi, rinviando così per nuovo esame al Giudice di Pace che aveva emesso l’impugnata sentenza.

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