Immissioni di rumore intollerabili da parte del vicino di casa

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Immissioni di rumore intollerabili da parte del vicino di casa

Corte di Cassazione, II sez. civ., sentenza n. 1606 del 20.01.2017

Le immissioni abnormi di rumore ledono la normale qualità della vita dei vicini ? il risarcimento del danno non patrimoniale scatta anche senza prova dell’effettiva esistenza di un danno, anche in assenza di un danno biologico documentato «quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti».

A sancirlo è la Suprema Corte, con la sentenza ora in commento, pubblicata il 20 gennaio dalla Seconda Sezione Civile.

Il Palazzaccio, confermando i due precedenti gradi di giudizio, rigetta il ricorso di [Y], convenuto in giudizio dagli attori [X] i quali, lamentando la violazione dell’art. 1102 c.c. con riguardo all’area antistante le rispettive limitrofe proprietà, in relazione all’abbattimento di un muro divisorio ed all’apertura di un cancello automatico, chiedevano la condanna del convenuto al risarcimento dei danni patrimoniali e morali conseguenti alle immissioni provenienti dal suo fondo, collegate agli strumenti rumorosi impiegati nell’avviata officina di lavorazione del ferro, nonché ai gas nocivi derivanti dai lavori di verniciatura, unitamente alla cessazione dell’attività ivi svolta.

Il Tribunale, dando ragione agli attori, accertato che le immissioni superano di 3 dB il rumore di fondo, anche se solo in alcuni giorni e orari, condannava [Y] a rimuovere un determinato macchinario, ad astenersi dall’invadere l’area comune, con conseguente cessazione delle immissioni acustiche ed al risarcimento dei danni. La Corte di Appello confermava la sentenza ritenendo che, anche in assenza di documentazione medica, risultavano sufficienti gli accertamenti e le conclusioni della espletata C.T.U., che appunto aveva valutato l’intollerabilità delle immissioni sulla base della soglia dei 3 dB oltre il rumore di fondo, indipendentemente da quante ore al giorno venissero utilizzati gli strumenti rumorosi, così confermando la risarcibilità della lesione al diritto alla salute e a una dignitosa qualità della vita dei vicini. I giudici d’appello, tra l’altro, ribadivano la violazione dell’art. 1102 c.c. in relazione all’occupazione dell’area comune da parte di [Y] con materiali di lavorazione e mezzi pesanti, ribadendo la ravvisabilità degli estremi del reato di cui all’art. 659 c.p. (disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone), con conseguente obbligo del convenuto di risarcire il danno non patrimoniale, a norma dell’articolo 2059 del codice civile.

[Y] ricorre in Cassazione censurando, in particolare con il quinto motivo, l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione e la violazione e falsa applicazione degli artt. 844, 2043, 2056, 2697 e 1226 c.c., nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c.: il ricorrente critica la liquidazione dei danni non patrimoniali operata in via equitativa pur in difetto di prova dell’esistenza effettiva dei danni stessi, e dunque compiuta sulla scorta della mera potenzialità lesiva dell’evento.

Gli Ermellini, nel rigettare il ricorso, per quanto attiene al profilo risarcitorio, osservano che: «questa Corte intende dare continuità all’orientamento già da essa espresso, per il quale il danno non patrimoniale conseguente ad immissioni illecite è risarcibile indipendentemente dalla sussistenza di un danno biologico documentato quando sia riferibile alla lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all’interno della propria abitazione e del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane, trattandosi di diritti costituzionalmente garantiti, la cui tutela è ulteriormente rafforzata dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, norma alla quale il giudice interno è tenuto ad uniformarsi a seguito della cd. “comunitarizzazione” della Cedu (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20927 del 16/10/2015; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 26899 del 19/12/2014)».

Peraltro, «Il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non è, invero, mai assoluto, ma relativo proprio alla situazione ambientale, variabile da luogo a luogo, secondo le caratteristiche della zona e le abitudini degli abitanti, e non può prescindere dalla rumorosità di fondo, ossia dalla fascia rumorosa costante, sulla quale vengono ad innestarsi i rumori denunciati come immissioni abnormi (c.d. criterio comparativo), sicché la valutazione ex art. 844 c.c, diretta a stabilire se i rumori restino compresi o meno nei limiti della norma, deve essere riferita, da un lato, alla sensibilità dell’uomo medio e, dall’altro, alla situazione locale. Spetta, pertanto, al giudice di merito accertare in concreto il superamento della normale tollerabilità e individuare gli accorgimenti idonei a ricondurre le immissioni nell’ambito della stessa, supponendo tale accertamento un’indagine di fatto, sicché nel giudizio di legittimità non può chiedersi alla Corte di Cassazione di prendere direttamente in esame l’intensità, la durata, o la frequenza dei suoni o delle emissioni per sollecitarne una diversa valutazione di sopportabilità».

La Corte territoriale ha proprio affermato l’esistenza di un pregiudizio alla libera e normale esplicazione della personalità ed alla qualità della vita degli attori [X], pregiudizio riconducibile allo stress ed al grave disagio provocato dalle immissioni sonore provenienti dalla vicina officina e percepibili nell’abitazione di quelli ed ha ritenuto nella specie ravvisabili gli estremi del reato di cui all’art. 659 c.p. (Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone), sussistendo la potenzialità del rumore ad investire tutti coloro che ne sono a contatto, mentre ha escluso la configurabilità dell’art. 674 c.p. (Getto pericoloso di cose): «quel che rileva ai fini della risarcibilità del danno non patrimoniale a norma dell’art. 2059 c.c., in relazione all’art. 185 c.p., non è che il fatto illecito integri, in concreto, un reato piuttosto che un altro, né occorre una condanna penale passata in giudicato, ma è sufficiente che il fatto stesso sia soltanto astrattamente previsto come reato, sicché è sufficiente a tal fine l’accertamento, da parte del giudice civile, della sussistenza, secondo la legge penale, degli elementi costitutivi di una fattispecie incriminatrice (cfr. Cass. Sez. 1, Sentenza n. 13085 del 24/06/2015; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 22020 del 19/10/2007)».

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