Il dipendente in malattia per depressione può svolgere altre attività

Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, 03.11.2015 n. 22410

Non si può licenziare il dipendente che, assente per un lungo periodo per inabilità temporanea dal lavoro, a causa di uno stato ansioso depressivo reattivo, svolga altre mansioni compatibili con tale suo stato.

A sancirlo è stata la Cassazione con la sentenza ora in commento che ha stabilito “come efficacemente sintetizzato da questa Corte nella sentenza n. 1404 del 31/01/2012, la malattia del lavoratore costituisce situazione diversa dalla sua inidoneità al lavoro: pur essendo entrambe cause d’impossibilità della prestazione lavorativa, esse hanno infatti natura e disciplina diverse, per essere la prima di carattere temporaneo e implicante la totale impossibilità della prestazione, che determina, ai sensi dell’art. 2110 cod. civ., la legittimità del licenziamento quando abbia causato l’astensione dal lavoro per un tempo superiore al periodo di comporto, laddove la seconda ha carattere permanente o, quanto meno, durata indeterminata o indeterminabile, e non implica necessariamente l’impossibilità totale della prestazione, consentendo la risoluzione del contratto, ai sensi degli artt. 1256 e 1463 cod. civ., eventualmente previo accertamento di essa con la procedura stabilita dall’art. 5 dello statuto dei lavoratori, indipendentemente dal superamento del periodo di comporto”.

La fattispecie sottoposta all’esame degli Ermellini riguardava un dipendente comunale che, assente dal lavoro per un lungo periodo, per inabilità temporanea, a motivo di “uno stato ansioso depressivo reattivo”, aveva nel frattempo preparato e superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione di avvocato, ed era stato conseguentemente licenziato dal Comune.

Adìto il Tribunale da parte del dipendente per accertare, tra l’altro, la illegittimità del licenziamento, il Giudice di primo grado, con sentenza confermata dalla Corte di Appello, ha dichiarato l’illegittimità dello stesso, argomentando che gli accertamenti della Commissione medica della Asl, che avevano ritenuto l’idoneità al lavoro del dipendente, non potevano servire anche ad accertare l’insussistenza delle infermità temporanee che avevano determinato le assenze dal lavoro.

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ha distinto la ‘malattia’ dalla ‘inidoneità al lavoro’, ed ha precisato che, mentre la prima è caratterizzata dalla temporaneità, comportando la totale impossibilità della prestazione di guisa che il licenziamento è possibile solo quando la malattia abbia causato l’astensione dal lavoro per un tempo superiore al periodo di comporto, la seconda presenta un carattere permanente o, quanto meno, una durata indeterminata o indeterminabile, che non implica necessariamente l’impossibilità del dipendente a svolgere la prestazione lavorativa, di guisa che il licenziamento è possibile ove l’inabilità risulti incompatibile con l’attività lavorativa, a prescindere dal superamento del periodo di comporto. Tale incompatibilità deve essere accertata a mezzo di apposite visite fiscali.

Gli Ermellini, quindi, hanno stabilito che, senza il giudizio del medico di controllo dell’Inps, ovvero senza le visite fiscali, il parere della Commissione medica non può essere usato ed il datore non può contestare la patologia addotta dal lavoratore, di talché il licenziamento doveva essere considerato illegittimo [il Comune, senza mai richiedere il controllo pubblico delle assenze per infermità previsto dal II comma dell’art. 5 della legge n. 300 del 1970, ha attivato la verifica prevista dal III comma del suddetto art. 5, finalizzata ad accertare la sussistenza o meno dell’idoneità al lavoro].

In conclusione, il licenziamento doveva essere giustificato da apposite visite fiscali, attestanti l’abilità al lavoro, in contrasto con quanto dichiarato dal medico curante.

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