Il conto corrente bancario ed il divieto di anatocismo

La nullità della clausola negoziale che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi (prevista dal comma 2 dell’art. 57 delle ‘Norme che regolano i c/c di corrispondenza e servizi connessi’) per violazione del divieto di anatocismo imposto dall’art. 1283 c.c. è un risultato ormai acquisito nella giurisprudenza della Suprema Corte, a partire dalla storica sentenza n. 2374 del 16.03.1999, confermata dalla pronuncia, sempre della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, n.21095 del 04.11.2004.

Con la decisione n.2374/1999, gli Ermellini, segnando un radicale cambiamento in ordine alla posizione giurisprudenziale sull’anatocismo – «questa Corte ha ripetutamente affermato l’esistenza di un uso normativo che consente di derogare, nei rapporti tra banche e clienti, secondo la stessa volontà del legislatore, ai limiti posti all’applicazione dell’anatocismo (v. in senso conforme Cass. N.5409/83, 4920/87, 3804/88, 2644/89, 7571/92, 9227/95, 3296/97, che si limitano a richiamare i precedenti, senza aggiungere proprie argomentazioni)» – hanno stabilito che «il tradizionale orientamento debba essere rivisto, anche alla luce delle obiezioni sollevate da una parte della dottrina e della giurisprudenza di merito, in quanto l’esistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dalla legge appare più oggetto di una affermazione, basata su un incontrollabile dato di comune esperienza, che di una convincente dimostrazione», così affermando la nullità della previsione, contenuta nei contratti di conto corrente bancario, avente a oggetto la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente giacché essa si basa su di un mero uso negoziale e non su di una vera e propria norma consuetudinaria e interviene anteriormente alla scadenza degli interessi. La Suprema Corte ha quindi concluso affermando che gli interessi scaduti non possono produrre altri interessi ogni trimestre: al contrario di quanto sostenuto dagli Istituti di credito, non esiste un uso normativo che autorizzi il c.d. anatocismo al di fuori dei limiti imposti dalla legge. E’ quindi nulla l’eventuale clausola inserita dalla banca nel contratto e fatta sottoscrivere al cliente.

Gli addetti ai lavori hanno individuato il fenomeno come “produzione di interessi su interessi con progressione geometrica”, determinando un aumento esponenziale del debito originario scaturente dalla prima chiusura trimestrale di segno negativo.

Le sentenze della Corte di Cassazione (n. 2374/1999, nonché quella a Sezioni Unite, n.21095/2004) hanno prodotto l’effetto di rendere nulla la clausola che, nella (quasi) totalità dei contratti bancari di apertura di credito e di conto corrente, consente alla banca di capitalizzare trimestralmente gli interessi, ovverosia quella che stabilisce: «I conti che risultino anche saltuariamente debitori vengono regolati invece, in via normale, trimestralmente e cioè a fine marzo, giugno, settembre e dicembre di ogni anno, applicando agli interessi e competenze di chiusura valuta data di regolamento».

Il divieto riguarda tutti i contratti di apertura di conto corrente sottoscritti in data anteriore al 09.02.2000, data di entrata in vigore della delibera del Comitato Interministeriale per il Credito e Risparmio (CICR) che ha dato attuazione al nuovo art. 120, comma 2 del Tub, come novellato dall’art. 25, comma 3, D. Lgs. 342/1999, stabilendo le «modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi scaduti nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria e finanziaria», ed ha ritenuto legittima la capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori se contestualmente prevista anche la capitalizzazione degli interessi creditori (c.d. condizione di reciprocità) e soltanto se la relativa clausola contrattuale viene approvata per iscritto dal correntista.

Anche detta delibera ha sollevato problemi, sia sul piano della legittimità costituzionale (del nuovo comma 2 dell’art. 120), sia su quello della legittimità in sé del provvedimento del CICR.

E la Corte Costituzionale, con sentenza in data 17.10.2000 n.425, ha definitivamente posto fine alle vessazioni del potere bancario su milioni di utenti bancari che per anni sono stati costretti a subìre e sopportare vessazioni e abusi che tanta disperazione hanno portato nelle case degli italiani.

La Corte Costituzionale, infatti, con la richiamata sentenza n.425/2000, ha stabilito che la nuova normativa di cui alla richiamata delibera del CICR non può essere applicata ai rapporti di conto corrente aperti prima della entrata in vigore della medesima delibera di talché il correntista, titolare di conto corrente aperto prima del 09.02.2000, ha diritto al ricalcolo degli interessi passivi corrisposti all’istituto di credito dall’inizio del rapporto ad oggi, anche se il conto corrente è stato chiuso, purché non da più di dieci anni.

Tutto quanto sopra rilevato assume rilevanza nel caso in cui si hanno debiti con la Banca e questa chieda ed ottenga un decreto ingiuntivo per un saldo, apparentemente negativo, rinveniente dal conto.

Al fine di evitare cioè che il decreto ingiuntivo divenga definitivo, potrebbe risultare di non poco rilievo opporsi allo stesso, tenuto conto delle gravità delle conseguenze delle eventuali azioni esecutive che potrebbe promuovere la banca, una volta ottenuto il decreto (a titolo esemplificativo, la perdita della casa di proprietà), e dunque contestare il saldo apparentemente negativo mediante apposito atto di citazione, corroborato da una relazione di consulenza tecnica contabile di parte, con la epurazione degli interessi prodotti dalla capitalizzazione degli stessi, con qualsiasi cadenza periodica, per tutto il periodo di cui alle contabili prodotte in causa, dall’anatocismo, dalle commissioni di massimo scoperto, non legittimamente applicati dalla Banca, per quanto visto sopra.

In caso di opposizione al decreto ingiuntivo, l’onere di provare la pretesa creditoria grava sulla Banca, la quale sarà costretta a produrre tutti gli estratti conto, sin dall’inizio del rapporto nonché copia del contratto di apertura del conto corrente che, se non depositato, potrà consentire al correntista di ottenere la riliquidazione del rapporto al tasso legale vigente.

Così come la mancata produzione da parte della Banca di tutti gli estratti conto potrà determinare la revoca del decreto ingiuntivo per carenza di prova del credito.

Una vittoria, questa contro la Banca, abituata da sempre ad imporre le proprie ragioni nei confronti del cliente, troppo spesso spettatore inconsapevole.

Condividi sui socials:Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *