Frasi generiche, caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni, non integra il reato di diffamazione

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L’utilizzo di frasi generiche, caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni, non integra il reato di diffamazione

Corte di Cassazione, Sez. V Penale, 23.02.2016 n. 24065

La quinta sezione penale della Cassazione ha confermato l’archiviazione, disposta dal gip di Verona, del procedimento penale che era stato aperto a carico del fotografo Oliviero Toscani, indagato per diffamazione a seguito di una querela presentata da quattro cittadini veneti che si erano sentiti offesi dalle affermazioni pronunciate da Toscani, nel corso della trasmissione radiofonica La Zanzara, andata in onda su “Radio 24” in data 2 febbraio 2015, con cui lo stesso aveva apostrofato i veneti, come si legge in sentenza, «“un popolo di ubriaconi ed alcolizzati”, proseguendo con frasi del tenore seguente: “Poveretti, non è colpa loro se nascono in Veneto” – “I veneti sono un popolo di ubriaconi, alcolizzati atavici, i nonni, i padri, le madri” – “Poveretti i veneti, non è colpa loro se uno nasce in quel posto, è un destino. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino”».

I querelanti, dopo l’archiviazione disposta dal gip, hanno presentato ricorso in Cassazione, che i supremi giudici hanno dichiarato infondato, conclusivamente affermando il seguente principio di diritto: «Non integra il reato di diffamazione l’affermazione offensiva, caratterizzata da preconcetti e luoghi comuni, che non consenta l’individuazione specifica ovvero riferimenti inequivoci a circostanze e fatti di notoria conoscenza attribuibili ad un determinato individuo, giacché il soggetto passivo del reato deve essere individuabile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita» Un criterio che, come dicono i giudici di Piazza Cavour, «non è surrogabile con intuizioni o con soggettive congetture che possano insorgere in chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole, di fronte alla genericità di un’accusa denigratoria, di poter essere uno dei destinatari».

Ad avviso degli Ermellini, «il TOSCANI, nel definire i “veneti …ubriaconi alcolizzati”, ha fatto affermazioni del tutto generiche, indubbiamente caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni (con riferimento alle asserite caratteristiche di abitanti in una determinata zona del territorio nazionale) ma prive di specifica connessione con l’operato e la figura di soggetti determinati o determinabili»

Affinché possa ritenersi integrata la diffamazione, è necessario che il soggetto passivo sia individuato con certezza affidabile, tenendo conto della prospettazione oggettiva dell’offesa desumibile dal contesto in cui si inserisce.

E ciò in quanto, in tema appunto di diffamazione, se è pacifico che «non solo una persona fisica ma anche una entità giuridica o di fatto, una fondazione, un’associazione o altro sodalizio, possa rivestire la qualifica di persona offesa dal reato, essendo concettualmente identificabile un onore o un decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o membri, considerati come unitaria entità, capace di percepire l’offesa», è pure «incontroverso che la legittimazione competa anche ai singoli componenti solo se le offese si riverberino direttamente su di essi, offendendo la loro personale dignità (Sez. 5, n. 2886 del 24/01/1992, Bozzoli, Rv. 189901). Infatti, il reato di diffamazione è costituito dall’offesa alla reputazione di una persona determinata e non può essere, quindi, ravvisato nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria anche limitata se le persone cui le frasi si riferiscono non sono individuabili (Sez. 5, n. 51096 del 19/09/2014, Monaco’, Rv. 261422). L’interpretazione giurisprudenziale sul punto è rigorosa, richiedendo che l’individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione a mezzo stampa, in mancanza di indicazione specifica e nominativa ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita».

Né, tantomeno, nelle parole di Toscani, come ritenuto dal Pubblico Ministero che aveva chiesto l’archiviazione, è ravvisabile l’incitazione all’odio etnico verso i veneti, come sostenuto dai querelanti che hanno fatto riferimento alla c.d. legge ‘Mancino’, che di solito si applica negli stadi per gli insulti razzisti, «posto che tale fattispecie non può certo riferirsi ai fatti enunciati in querela. La manifestazione di pensiero utilizzata dal TOSCANI va quindi confinata nell’ignoranza tipica dei luoghi comuni e non merita di assurgere a rilevanza penale».

A riguardo, gli Ermellini, ritenendo manifestamente infondata la doglianza, rappresentano che «Ai fini della configurabilità del delitto in esame, la finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso è integrata solo quando la condotta posta in essere si manifesta come consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, di un sentimento connotato dalla volontà di escludere condizioni di parità per ragioni fondate sulla appartenenza della vittima ad una etnia, razza, nazionalità o religione. Invero, la “propaganda di idee” di cui all’art. 3, comma primo, lett. a), prima parte, legge 13 ottobre 1975 n. 654 deve consistere nella divulgazione di opinioni finalizzata ad influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni; l'”odio razziale o etnico”, poi, è integrato non da qualsiasi sentimento di generica antipatia, insofferenza o rifiuto riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalità o alla religione, ma solo da un sentimento idoneo a determinare il concreto pericolo di comportamenti discriminatori. Peraltro, la “discriminazione per motivi razziali” è quella fondata sulla qualità personale del soggetto, non – invece – sui suoi comportamenti. In ragione di ciò, è del tutto evidente che nel caso in esame non possa configurarsi la suddetta previsione incriminatrice, giacché le affermazioni del TOSCANI non sono riconducibili nel concetto di “odio razziale o etnico”, né comunque possono considerarsi potenzialmente discriminatori nei confronti di una determinata categoria di soggetti appartenenti ad una determinata razza, nazionalità o religione».

In altri e più chiari termini, parlare per ‘luoghi comuni’ non è diffamatorio, almeno quando non si fa riferimento a persone specifiche, e neppure può seriamente parlarsi di istigazione al razzismo.

La Corte di Cassazione, con il rigetto del ricorso, ha pertanto messo la parola fine al procedimento giudiziario contro il fotografo, Oliviero Toscani.

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