Famiglia ‘di fatto’. Cessazione. In particolare, la casa di abitazione

Non vi è dubbio che, in Italia, i rapporti di convivenza siano in aumento rispetto ai matrimoni, nel senso che dalla stima dei dati relativi ai matrimoni, alle separazioni, ai divorzi ed ai rapporti di convivenza, si evince con chiarezza la vastità del fenomeno delle famiglie ‘di fatto’, di poco inferiori numericamente alle famiglie legali.

E tuttavia, la convivenza c.d. more uxorio non è prevista e disciplinata dalla legge (che fin dal codice del 1865, ispirato al codice napoleonico, riconosce la famiglia fondata sul matrimonio), nonostante la stessa si sia occupata, nel tempo, di regolamentare una serie di diritti spettanti soprattutto ai figli, oltre che alla convivente tanto che i figli, oggi, hanno lo stesso riconoscimento e godono degli stessi diritti dei figli legittimi.

In altri e più chiari termini, la famiglia ‘di fatto’, come formazione sociale, è priva di tutela giuridica, nonostante si sia dato, alla stessa, un certo rilievo attraverso l’emanazione di norme, seppure frammentarie.

In mancanza di una esaustiva ed esauriente normativa, la dottrina applica alle famiglie ‘di fatto’, per analogia, le norme riguardanti la famiglia legittima, fondata cioè sul matrimonio mentre la giurisprudenza, ispirandosi ai criteri interpretativi di quella europea (cfr. ex multis la fondamentale sentenza della Cedu del 13 giugno 1979, Marckx c. Belgio, che ha fatto rientrare le relazioni esistenti al di fuori del matrimonio all’interno dell’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, non potendo lo stesso operare una distinzione tra famiglia legittima o illegittima), si è spinta ben oltre. A titolo esemplificativo, in occasione della regolazione dei rapporti patrimoniali, in sede civile, con la sentenza n. 1277/2014, gli Ermellini hanno precisato che la nozione di famiglia non deve limitarsi a quella basata sul matrimonio, potendo invece comprendere anche altri legami, appunto quelli ‘di fatto’, a cui ricondurre ogni forma di comunità, semplice ovvero complessa, idonea a permettere, ed anche a favorire, ex art. 2 Cost., il libero sviluppo della persona umana. Ed ancora, con la sentenza n. 7128/13 la Suprema Corte ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, in caso di morte o di incidente del partener, anche al fidanzato, sul presupposto della esistenza di una semplice relazione stabile, finalizzata a costituire una famiglia, non essendo di guisa necessario che tra i due vi fosse una convivenza stabile. Recentemente, ancora la Suprema Corte, con sentenza n. 17971/2015, ha stabilito che in una famiglia ‘di fatto’, in presenza di figli minori nati dai due conviventi, l’immobile adibito a casa familiare è assegnato al genitore collocatario dei predetti minori, anche se non proprietario dell’immobile o conduttore in virtù di rapporti di locazione o comunque autonomo titolare di una posizione giuridica qualificata rispetto all’immobile.

Non va peraltro taciuto che, con riferimento ai rapporti personali tra i conviventi, non vi sono i diritti ed i doveri reciproci di coabitazione, fedeltà, assistenza morale e materiale, collaborazione e contribuzione, propri dei soggetti che contraggono matrimonio, anche se è possibile che i conviventi regolino, tramite accordi privati, i rapporti di natura personale e patrimoniale.

Ciò posto, volendo porre attenzione particolare sulla casa di abitazione, vediamo cosa accade al convivente non proprietario di detta casa, in assenza di figli.

La giurisprudenza di legittimità, se da una parte riconosce che la convivenza non fa instaurare in capo al convivente non proprietario un diritto possessorio sull’immobile di proprietà dell’altro, nel contempo nega che al convivente possa essere riconosciuta una posizione di mero ospite, che può essere invitato, senza un congruo preavviso e da un momento all’altro, a lasciare l’abitazione.

Ma se il convivente non proprietario della casa continua a rimanere nell’immobile, cosa può fare il convivente proprietario della stessa ?

Per prima cosa potrà essere utile ed opportuno l’invio di una lettera, con ricevuta di ritorno, con la quale si invita il soggetto a liberare l’immobile entro un certo termine. Ove detta comunicazione resti senza riscontro, occorrerà adìre l’Autorità Giudiziaria per chiedere il rilascio dell’immobile. In questa sede il giudice concederà, alla parte che deve lasciare l’abitazione, un congruo termine perché possa trovarne un’altra.

In definitiva, ‘cacciare’ di casa il convivente (ma la stessa cosa vale anche per l’ex coniuge) ovvero cambiare la serratura non potranno certo rivelarsi scelte corrette da un punto di vista giuridico.

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