Fallito il referendum sulle trivelle

Fallito il referendum sulle trivelle. L’inchiesta di Greenpeace, dal nome esplicativo “Trivelle fuorilegge

A poche ore dalla chiusura dei seggi, il referendum sulle trivelle si è concluso senza il quorum.

Ad annunciarlo il Ministero dell’Interno secondo cui «Si sono concluse le operazioni di voto  del referendum popolare abrogativo della norma sulla durata delle trivellazioni marine entro 12 miglia dalla costa, fino all’esaurimento del giacimento. Ha votato, complessivamente, il 31,18% degli aventi diritto».

I votanti, 15 milioni e 806mila, si sono espressi, l’85% per il ”Sì” (13.334.764) e il restante 14% (2.198.805) per il “No”. Le schede bianche risultano 104.420, pari allo 0,66%, le nulle 168.138, pari all’ 1,06%; 663 le schede contestate e non assegnate.

Tra le Regioni promotrici del referendum sulle trivelle – Puglia e Basilicata – il quorum è stato alto. Ha votato oltre il 50% degli elettori in Basilicata, coinvolta nell’inchiesta sul petrolio, con arresti, per traffico e smaltimento di rifiuti, ed indagati, tra cui il fidanzato del Ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, che si è dimessa dal suo incarico nel governo dopo l’intercettazione inserita negli atti dell’inchiesta della magistratura di Potenza sullo smaltimento dei rifiuti legati alle estrazioni petrolifere. Anche in Puglia il dato è stato piuttosto alto, anche se lontano dal quorum (41,6%). Record negativo di affluenza si è avuto in Trentino Alto Adige (25,1%), seguito da Campania (di poco superiore al 26%) e Calabria (26,6%).

Ciò posto, cerchiamo di capire cosa accade ora.

Il quesito referendario chiedeva agli italiani – “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)‘, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale‘?” – di approvare l’abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del Codice dell’Ambiente (decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152) nella parte in cui prevede che le trivellazioni possano proseguire fino a quando il giacimento lo consente.

Il referendum riguardava 44 concessioni su cui sorgono 48 piattaforme eroganti che si trovano entro le 12 miglia.

Con l’esito di ieri del Referendum, l’attività di estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia dalla costa potrà continuare fino all’esaurimento del giacimento.

Perché la soglia delle 12 miglia ?

Dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, che nel 2010 provocò una gigantesca marea nera, il “decreto Prestigiacomo” ha introdotto la soglia limite. Nel 2012 però il governo Monti, con il Decreto legge “Misure urgenti per la crescita del Paese” permise di nuovo le attività estrattiva di idrocarburi nelle 12 miglia davanti alle coste italiane.

Nel decreto ‘Sblocca Italia’ del 2014, all’art. 38, il governo Renzi ha dichiarato l’estrazione di petrolio e gas in mare «attività strategica», sottraendola al consenso delle Regioni; per questo ben nove consigli regionali hanno congiuntamente presentato la richiesta di sei referendum per smantellare quelle norme, per la prima volta nella storia italiana rispetto alla raccolta delle 500 mila firme.

La norma sottoposta a referendum abrogativo si trova nella legge di stabilità 2016 avendo il governo Renzi previsto il divieto di ricerca e coltivazione idrocarburi nelle zone di mare poste entro 12 miglia dalle linee di costa, tranne che per “i titoli abilitativi già rilasciati, fatti salvi per la durata di vita utile del giacimento”. Ovverosia, la norma inserita nella legge di stabilità dice che anche quando il periodo concesso finisce – una concessione ha la durata iniziale di 30 anni ma può essere prorogata per due volte, cinque anni ciascuna: in totale dunque durano 40 anni – l’attività possa essere continuata fino alla durata di vita utile del giacimento, cioè fino a che il giacimento non si esaurisce.

In conseguenza di ciò una compagnia può continuare a trivellare entro le 12 miglia ove abbia ottenuto la licenza prima dell’entrata in vigore della legge di stabilità 2016 e potrà farlo fino all’esaurimento del giacimento.

Il referendum, riformulato dalla Cassazione, chiedeva di ripristinare il divieto di estrarre petrolio e gas entro le 12 miglia, così come già previsto per le nuove licenze, estendendolo anche alle concessioni già autorizzate, consentendo loro di restare attive fino alla scadenza legale del permesso.

Trattandosi di un referendum abrogativo, il mancato raggiungimento del quorum lascia la situazione inalterata.

Pare utile segnalare un’inchiesta di Greenpeace, dall’indicativo nome “Trivelle fuorilegge”, dove è riportato uno studio sull’inquinamento provocato dalle attività estrattive in Adriatico, da cui emerge che sostanze chimiche pericolose si ritrovano abitualmente nei sedimenti e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme. In particolare, i dati, mai resi pubblici peraltro, e chissà perché (sic!), delle analisi condotte fra 2012 e 2014 dall’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) con la committenza di ENI (sulla base di una apposita convenzione ENI-ISPRA), sui sedimenti e soprattutto sulle cozze intorno a 34 piattaforme a gas nell’Adriatico, hanno rilevato nel 79 per cento dei casi valori superiori ai livelli accettabili per metalli pesanti e idrocarburi aromatici.

In conclusione, il quadro che emerge è allarmante: le piattaforme per la trivellazione sono impianti inquinanti e il dossier redatto da Greenpeace ne ha fornito le prove.

La criticità del quadro ambientale da un lato sottolinea la necessità di urgenti misure risolutive, e dall’altro pone pesanti interrogativi sulla adeguatezza dei controlli sulle trivelle in Italia. Di qui l’invito di Greenpeace a partecipare al referendum e a votare “sì” per fermare chi “svende la bellezza del nostro Paese”.

Ma gli italiani non lo hanno capito, o non lo hanno saputo, o non lo hanno voluto sapere!

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