Ex coniugi. Comproprietà dell’immobile. L’ex coniuge non assegnatario deve rimborsare la metà degli interventi effettuati sull’abitazione perché conservi l’utilità sua propria secondo la peculiare destinazione impressale

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIV., 04.02.2016 N. 2195

Ancora una volta le vicende degli ex coniugi alla attenzione degli Ermellini, con riferimento alla casa in comproprietà degli stessi, ed al diritto, dell’ex coniuge assegnatario, di ricevere dall’altro il rimborso, nella misura pari alla metà, di quanto corrisposto per la conservazione dello stesso.
I precedenti gradi di giudizio.
Il Tribunale, riformando la decisione del Giudice di Pace, ha condannato l’ex coniuge non assegnatario a rimborsare della metà le spese straordinarie sostenute dal coniuge assegnatario per la sistemazione del giardino e la sostituzione della basculante del box dell’appartamento comune, assegnato alla moglie in sede di separazione consensuale omologata. Il tribunale aveva ritenuto che le condizioni di separazione, che ponevano a carico del marito solo le spese condominiali straordinarie, erano state previste per disciplinare i rapporti tra i coniugi ed i figli e non incidevano sull’applicabilità nella concreta fattispecie dell’art. 1110 c.c. in relazione al diritto al rimborso del partecipante che, in caso di trascuranza degli altri partecipanti o dell’amministratore, ha sostenuto spese necessarie per la conservazione della cosa comune.
Ricorreva in Cassazione il marito, eccependo la violazione o falsa applicazione degli artt. 156, 158, 1102, 1110, 1173 e 1322 c.c., osservando, per quanto qui rileva, il vizio della sentenza del giudice del merito che non avevo tenuto conto delle condizioni di separazione che prevedevano, a carico del ricorrente, «il pagamento proquota solo delle spese condominiali straordinarie, degli oneri fiscali, nonché dei tributi e tasse che gravano su detto immobile». Una tale previsione, secondo il ricorrente, aveva dunque significato l’espressa esclusione, tra gli oneri a carico dell’ex coniuge, di qualsiasi altro obbligo di contribuzione con riferimento all’immobile assegnato all’altro coniuge, così come consentito dall’art. 158 c.c., in deroga all’art. 1110 c.c.
Gli Ermellini, pertanto, sono dovuti intervenire allo scopo di chiarire che «In tema di spese relative alle parti comuni di un bene, come l’obbligo di partecipare ad esse incombe su tutti i comunisti in quanto appartenenti alla comunione ed in funzione delle utilità che la cosa comune deve a ciascuno di essi garantire, così il diritto al rimborso “pro quota” delle spese necessarie per consentire l’utilizzazione del bene comune secondo la sua destinazione spetta al partecipante alla comunione che le abbia anticipate per gli altri in forza della previsione dell’art. 1110 cod. civ., le cui prescrizioni debbono ritenersi applicabili, oltre che a quelle per la conservazione, anche alle spese necessarie perché la cosa comune mantenga la sua capacità di fornire l’utilità sua propria secondo la peculiare destinazione impressale (Sez. 2, Sentenza n. 12568 del 27/08/2002)», principio correttamente affermato dal Tribunale nella sentenza impugnata.
Ma la Cassazione si spinge oltre, andando ad affermare che «le spese per la conservazione, nel caso di inattività degli altri comproprietari, da accertare in fatto, possono essere anticipate da un partecipante al fine di evitare il deterioramento della cosa, cui egli stesso e tutti gli altri hanno un oggettivo interesse, e di esse può essere chiesto il rimborso (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 11747 del 01/08/2003; Sez. 2, Sentenza n. 253 del 08/01/2013)».
Avendo il giudice del merito accertato, con accertamento in fatto incensurabile in sede di legittimità, che le spese effettuate, consistite nella sostituzione della serranda del box, rotta a seguito di tentativo di furto e taglio degli alberi che stavano rovinando sulle autovetture, la natura necessaria delle stesse spese, queste devono essere rimborsate.
Infine, altro e diverso discorso per le spese condominiali straordinarie, come correttamente evidenziato dal tribunale, che si distinguono da quelle di conservazione ex art. 1110 c.c., di cui il ricorrente è tenuto a corrispondere la propria quota in virtù della comproprietà dell’immobile.

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