Esplode fustino di candeggina. Difettosità di un prodotto. Prova. Nesso causale tra difetto di produzione e danno

Corte di Cassazione, Sez. III, 19.02.2016 n. 3258

Il fatto alla attenzione degli Ermellini. Una donna, a seguito dell’esplosione di un fustino di candeggina, avvenuta durante il suo normale utilizzo presso la sua abitazione, adìva il Tribunale per ottenere, da parte della Società produttrice del fustino, il risarcimento dei danni sopportati. Il Tribunale, ritenuta «insussistente la prova della riconducibilità del fatto ad un difetto del prodotto (anche in esito all’impossibilità per il nominato c.t.u. di procedere all’esame del fustino di candeggina per l’avvenuta sottrazione dello medesimo subito prima dell’inizio delle operazioni del consulente tecnico)», rigettava la domanda. La sentenza veniva dalla stessa soccombente impugnata dinanzi alla Corte di Appello che, tuttavia, rigettava il gravame.

Ad avviso della Corte territoriale, la prova non può essere limitata alla sola dimostrazione di un contatto tra un prodotto ed il consumatore ed ad una generica allegazione di un esito dannoso come conseguenza dell’uso di quel prodotto, dovendo dimostrare con esattezza il prodotto usato, il danno arrecato, il difetto del prodotto ed il nesso causale tra difetto e danno, mentre la prova espletata in primo grado aveva dimostrato, unicamente, che un fustino di candeggina si era rotto durante l’utilizzo che ne aveva fatto (o che ne doveva fare) la ricorrente (e che, a seguito di detta rottura, per la fuoriuscita del liquido, la medesima ricorrente era stata “colpita al volto”), mancando, dunque, la prova che quello specifico prodotto si fosse rotto per un “difetto” di produzione piuttosto che per un semplice fatto accidentale ascrivibile alla donna come, a titolo esemplificativo, un uso anomalo del contenitore ovvero una caduta di una parte del corpo della signora sul contenitore ancora pieno e con il tappo avvitato. Ed è lo stesso ‘Codice del Consumo’ a precisare che è sul soggetto danneggiato che incombe l’onere della “prova specifica del collegamento causale non tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno”.

E di tanto la Suprema Corte dà conferma, inserendosi nel solco di una giurisprudenza recente (cfr. Cass. Civ., III Sez., 26.06.2015 n. 13225), quando asserisce, nel caso di specie, che «la responsabilità da prodotto difettoso ha natura presunta, e non oggettiva, poiché prescinde dall’accertamento della colpevolezza del produttore, ma non anche dalla dimostrazione dell’esistenza di un difetto del prodotto. Incombe, pertanto, sul soggetto danneggiato – ai sensi dell’art. 8 del d.P.R. 24 maggio 1988, n. 224 (trasfuso nell’art. 120 del cd. “codice del consumo”) – la prova specifica del collegamento causale non già tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno, ciò rappresentando un prerequisito della responsabilità stessa, con funzione delimitativa dell’ambito di applicabilità di essa».

La ricorrente si è avvalsa di presunzioni semplici ma, sottolineano gli Ermellini, con quella che è poi la massima n. 1, «sebbene la prova della difettosità di un prodotto possa basarsi su presunzioni semplici, non costituisce corretta inferenza logica ritenere che il danno subito dall’utilizzatore di un prodotto sia l’inequivoco elemento di prova indiretta del carattere difettoso di quest’ultimo, secondo una sequenza deduttiva che, sul presupposto della difettosità di ogni prodotto che presenti un’attitudine a produrre danno, tragga la certezza dell’esistenza del difetto dalla mera circostanza che il danno è temporalmente conseguito all’utilizzazione del prodotto stesso».

In altri e più chiari termini, è mancata la prova [peraltro non agevole] della difettosità del prodotto: il ricorso è respinto.

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