Disconoscimento della scrittura privata

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Corte di Cassazione, Sez. II Civ., sentenza 27.05.2016 n. 11048

Alla attenzione degli Ermellini il disconoscimento della scrittura privata prodotta in giudizio, facoltà espressamente riconosciuta dall’articolo 214 c.p.c. il quale dispone testualmente che «colui contro il quale è prodotta una scrittura privata, se intende disconoscerla, è tenuto a negare formalmente la propria scrittura o la propria sottoscrizione».

Può accadere, infatti, che venga prodotta in un giudizio, civile, una qualsiasi scrittura privata, sia essa una lettera ovvero un documento, idonea a produrre conseguenze giuridiche qualora sia autenticata o riconosciuta, esplicitamente o implicitamente; va da sé che la parte può sempre negare formalmente la propria scrittura o la propria sottoscrizione, appunto a mezzo della dichiarazione di disconoscimento.

Il fatto. Con ricorso al Tribunale [X e Y] chiedevano ingiungersi a [Z] il pagamento di una importante somma di danaro, oltre interessi e rivalutazione monetaria, esponendo di essere creditori dell’importo indicato in virtù di scrittura privata siglata con [Z]. Con decreto il Tribunale pronunciava l’ingiunzione così come richiesta. Con atto di citazione [Z] proponeva opposizione deducendo, tra l’altro, «che il documento prodotto in sede monitoria è costituito da una informale copia fotostatica, di cui se ne disconosce il contenuto»; che la «scrittura privata non è stata sottoscritta né è mai esistita nei termini indicati dai ricorrenti»; che invero egli opponente ed [X] avevano stipulato un accordo giusta il quale quest’ultimo gli aveva ceduto le attrezzature e gli arredi esistenti all’interno dello studio, a fronte del corrispettivo di lire 18.200.000, oltre i.v.a., da versarsi mediante quattordici rate mensili da lire 1.300.000 ciascuna, rate al cui pagamento aveva puntualmente provveduto; che in ogni caso [Y] non era «mai stata creditrice di alcuna somma». Costituitisi, i ricorrenti invocavano il rigetto dell’opposizione. Con sentenza n. 981/2004 il Tribunale adito accoglieva l’opposizione e revocava il decreto ingiuntivo. I soccombenti Interponevano appello. Con sentenza n. 4347 dei 20.9/26.10.2010 la Corte d’appello accoglieva il gravame e, in totale riforma della sentenza impugnata, rigettava l’opposizione esperita dall’appellato in prime cure e confermava l’ingiunzione di pagamento; condannava l’appellato a rimborsare agli appellanti le spese del doppio grado. Esplicitava, la Corte di Appello, che le dichiarazioni di cui all’atto di citazione in opposizione non erano dirette «a contestare la conformità della copia al suo originale, bensì la sottoscrizione o il contenuto del contratto, sebbene con espressioni generiche e inidonee»; che, «dunque, detto disconoscimento era inidoneo a privare la copia del documento della sua efficacia probatoria»; che, «in presenza di un disconoscimento serio e circostanziato (…) il giudice avrebbe dovuto comunque ritenere provata la conformità della copia all’originale mediante altri mezzi di prova, comprese le presunzioni».

Avverso tale sentenza [Z] ha proposto ricorso per cassazione, affidandolo a quattro motivi. Per quanto qui rileva, con il primo motivo, il ricorrente ha precisato, tra l’altro, che, “il disconoscimento della scrittura privata non richiede formule sacramentali o speciali“.

In diritto. Gli Ermellini, esaminando simultaneamente i tre motivi di ricorso, perché strettamente connessi, li ritengono destituiti di fondamento, con il conseguente rigetto del ricorso medesimo.

Nel dettaglio. Gli Ermellini, in ordine alla prima ratio decidendi su cui si appunta il dictum di seconde cure, secondo cui il disconoscimento era inidoneo a privare la copia del documento della sua efficacia probatoria, la Corte si inserisce nel solco della giurisprudenza di legittimità secondo cui, ai sensi dell’art. 214 c.p.c., il disconoscimento di scrittura privata, pur non richiedendo l’uso di formule sacramentali, postula che la parte contro la quale la scrittura è prodotta in giudizio impugni chiaramente l’autenticità della stessa, nella sua interezza o limitatamente alla sottoscrizione, contestando formalmente tale autenticità, ove egli sia l’autore apparente del documento prodotto, ovvero, nel caso di erede o avente causa dall’apparente sottoscrittore, dichiarando di non riconoscere la scrittura o la sottoscrizione di quest’ultimo.

In sostanza, e con riferimento a ciò che la sottoscritta intende porre in evidenza con il presente scritto, è che, se anche è vero che il disconoscimento di scrittura privata non richiede l’uso di formule particolari, è altresì vero che esso non può mai essere generico, dovendo invece essere specifico e determinato.

Si richiede, pertanto, alla parte contro la quale la scrittura è prodotta:

  • se è l’autore apparente del documento prodotto, di impugnare chiaramente l’autenticità della stessa, nella sua interezza o limitatamente alla sottoscrizione, contestando formalmente tale autenticità;
  • se è l’erede o l’avente causa dall’apparente sottoscrittore, dichiarando di non riconoscere la scrittura o la sottoscrizione di quest’ultimo.

Non essendo ciò accaduto, avendo quindi la Suprema Corte ritenuto ineccepibile il giudizio di fatto alla cui stregua la Corte di Appello ha opinato per la inidoneità del disconoscimento, il ricorso è rigettato.

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