Dichiarazione giudiziale di paternità. Il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche ha elevato valore indiziario

Corte di Cassazione, Sez. I, 23.02.2016 n. 3479

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, peraltro inserendosi nel solco di un orientamento conforme, ha affermato che «nel giudizio promosso per l’accertamento della paternità, il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche – nella specie opposto da tutti gli eredi legittimi del preteso padre – costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, ex art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda (Cass. civ., sezione I, n. 6025 del 25 marzo 2015, n. 12971 del 24 luglio 2012 e n. 11223 del 21 maggio 2014, secondo cui nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il rifiuto ingiustificato del padre di sottoporsi agli esami ematologici può essere liberamente valutato dal giudice, ai sensi dell’art. 116, secondo comma, cod. proc. civ., anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti, non derivando da ciò né una restrizione della libertà personale del preteso padre, che conserva piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, né una violazione del diritto alla riservatezza, essendo rivolto l’uso dei dati nell’ambito del giudizio solo a fini di giustizia, mentre il sanitario, chiamato a compiere l’accertamento, è tenuto al segreto professionale ed al rispetto della disciplina in materia di protezione dei dati personali)».

Il fatto. Dichiarata dal Tribunale la paternità di [x] motivando con riferimento all’esito delle prove testimoniali «e del ripetuto e non giustificato rifiuto del […] a sottoporsi ai prelievi genetici disposti dal C.T.U.», adìta la Corte di Appello, questa respingeva l’impugnazione ritenendo insussistenti le cause di nullità della sentenza denunciate con il gravame nonché corretta la valutazione del materiale probatorio, riguardo alle deposizioni testimoniali addotte da entrambe le parti. La Corte territoriale anch’essa rilevava «la conformità alla giurisprudenza di legittimità della valutazione del rifiuto del […] a sottoporsi agli accertamenti peritali, rifiuto attuato con un comportamento ostruzionistico e non giustificato da reali ragioni ostative alla presentazione alle numerose convocazioni disposte dal CTU».

L’uomo proponeva quindi ricorso in cassazione affidandosi a quattro motivi di impugnazione. Per quel che qui rileva, il ricorrente chiedeva l’annullamento della dichiarazione giudiziale di paternità in quanto era stata solamente accertata l’esistenza di una relazione sentimentale intercorsa tra le parti, in spregio alle previsioni della legge n. 151/1975, di modifica del testo dell’art. 274, primo comma, c.c., che richiede che la dichiarazione giudiziale di paternità debba essere fondata su specifiche circostanze che attestino i rapporti sessuali tra le parti e che non possono essere provati con dichiarazioni delle stesse o con valutazioni indiziarie, come invece fatto dalla Corte territoriale. L’uomo asseriva inoltre che i testimoni si erano limitati a riferire su una generica complessità della relazione sentimentale, così come doveva considerarsi inattendibile la testimonianza del fratello del ricorrente, che aveva dichiarato che le parti avevano rapporti sessuali, a motivo dei gravi contrasti e risentimenti intercorsi tra i fratelli medesimi.

La Corte di Cassazione ha ritenuto infondato il motivo ribadendo il principio sopra visto, e che si ripete, per cui il rifiuto ingiustificato del padre di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento liberamente valutabile dal giudice ai sensi dell’art. 116, secondo comma, c.p.c., anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti non derivando da ciò né una restrizione della libertà personale del preteso padre, che conserva piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, né una violazione del diritto alla riservatezza, essendo rivolto l’uso dei dati nell’ambito del giudizio solo a fini di giustizia, mentre il sanitario, chiamato a compiere l’accertamento, è tenuto al segreto professionale ed al rispetto della disciplina in materia di protezione dei dati personali.

La Corte ha dunque rigettato il ricorso e condannato il ricorrente alle spese di giustizia.

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