Cosa si rischia se si compra in spiaggia dagli ambulanti ?

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E’ estate, tempo di mare, tempo di spiagge affollate di bagnanti e non solo; è tempo, infatti, anche di venditori ambulanti che passano, di ombrellone in ombrellone, di lettino in lettino, offrendo le loro mercanzie a prezzi stracciati.

Ma sappiamo davvero a cosa andiamo incontro quando compriamo dagli ambulanti?

Possiamo stare tranquilli quando acquistiamo merce da chi risulta in possesso di una licenza da ambulante e svolge un’attività commerciale registrata regolarmente. In questo caso non vi sono contraffazioni ma vi è soltanto artigianato, magari non proprio di modesto valore economico.

Diversamente, si rischia di acquistare merce con marchio contraffatto (quelle merci che recano illecitamente un marchio identico ad un marchio registrato); ed allora, nel delineato contesto, utile appare la questione se la rilevanza dell’acquisto è amministrativa o anche penale e quando da amministrativa diventa invece anche penale.

Prima del 2005 era pacifica la possibilità di configurare un concorso tra il delitto di “ introduzione nello Stato e commercio di prodotti falsi” (art. 474 c.p.) e quello di ricettazione (art. 648 c.p..), allorquando un soggetto acquisti un bene contraffatto – dunque proveniente dal reato di contraffazione e configurante, per questo, ricettazione – e lo introduca nello Stato e/o lo detenga a fini commerciali, tale ultima condotta configurando il delitto di cui all’art. 474 c.p..

Ma, abbiamo detto, prima del 2005. Infatti, ora il testo di riferimento è dato dall’art.1 comma 7 del Decreto Legge 14 marzo 2005, n. 35 convertito con modificazioni dalla legge 14 maggio 2005, n. 80 e successivamente modificato dall’art. 17 della legge n. 99/23 luglio 2009 che così dispone: “È punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 euro fino a 7.000 euro l’acquirente finale che acquista a qualsiasi titolo cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà industriale”.

In altri e più chiari termini, a seguito della modifica apportata dalla legge n. 99 del 2009 all’art. 1 D.L. n. 35/2005 è stato introdotto, nel nostro ordinamento, un illecito amministrativo che inquadra la condotta di chi “acquirente finale”, acquista a qualsiasi titolo cose che, per qualità, prezzo o condizione di chi offre, inducano a ritenere violate le norme in materia di proprietà industriale.

Sulla base di questa nuova fattispecie, qualora l’acquisto non sia rivolto ad ottenere un profitto ma soltanto a soddisfare un uso personale, anche se la sanzione irrogata all’acquirente finale può non essere lieve – si tratta di una sanzione amministrativa che consiste quindi in una somma da pagare – tale acquisto non costituisce (più) reato di ricettazione o di incauto acquisto (rispettivamente puniti dagli articolo 648 e 712 del Codice Penale).

E, ripetesi, per acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata, si intende colui che non partecipa in alcun modo alla catena di produzione o di distribuzione e diffusione dei prodotti contraffatti, ma si limita ad acquistarli per uso personale.

La giurisprudenza di legittimità si è pronunciata recentemente, con la sentenza della Sezione II Penale (sentenza n. 12870 del 09.03.2016), ribadendo che la nozione di acquirente finale di merce contraffatta – che consente di escludere la punibilità ex art. 648 cod. pen. – va intesa in senso restrittivo, ovverosia dovendosi intendere per tale solo ed esclusivamente colui che acquisti il bene contraffatto per uso strettamente personale, e, quindi, resti estraneo non solo al processo produttivo ma anche a quello diffusivo del prodotto contraffatto. Rimangono, quindi, escluse dall’area dell’illecito amministrativo di cui all’art. 1/7 del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in legge 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla legge 23 luglio 2009, n. 99, e restano all’interno dell’area penale di cui all’art. 648 (reato presupposto art. 473 cod. pen.), tutte le ipotesi in cui chi acquisti un bene contraffatto, non lo acquisti per sé, ma lo destini ad altri. «In tali ipotesi, infatti, il soggetto agente risponde del reato di ricettazione perché, con la sua condotta, contribuisce all’ulteriore distribuzione e diffusione della merce contraffatta, essendo irrilevante se l’ulteriore diffusione avvenga a scopo di lucro (come avviene per l’ipotesi di cui all’art. 474 cod. pen.) o a titolo gratuito».

La Sezione II Penale ha ribadito il principio di diritto che era già stato individuato dalla Suprema Corte di Cassazione in una vicenda riguardante un orologio recante il marchio Rolex contraffatto, che aveva offerto l’occasione alle Sezioni Unite, con la sentenza n. 22225 depositata in data 08.06.2012, di tracciare in modo chiaro i confini operativi e i rapporti reciproci tra l’illecito amministrativo previsto dall’art. 1, comma 7, D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito in legge 14 maggio 2005, n. 80, il delitto di ricettazione (art. 648 c.p.) e la contravvenzione dell’acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 c.p.): «L’acquirente finale di un prodotto con marchio contraffatto o comunque di origine e provenienza diversa da quella indicata risponde dell’illecito amministrativo previsto dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, conv. in l. 14 maggio 2005, n. 80, nella versione modificata dalla l. 23 luglio 2009, n. 99, e non di ricettazione (art. 648 cod. pen.) o di acquisto di cose di sospetta provenienza (art. 712 cod. pen.), attesa la prevalenza del primo rispetto ai predetti reati alla luce del rapporto di specialità desumibile, oltre che dall’avvenuta eliminazione della clausola di riserva “salvo che il fatto non costituisca reato”, dalla precisa individuazione del soggetto agente e dell’oggetto della condotta nonchè dalla rinuncia legislativa alla formula “senza averne accertata la legittima provenienza”, il cui venir meno consente di ammettere indifferentemente dolo o colpa».

In conclusione, l’acquirente finale, che si limita ad acquistare il prodotto contraffatto per uso personale, senza partecipare in nessun modo alla catena di produzione, distribuzione e diffusione della merce, non risponderà penalmente né per il reato di ricettazione (art.648 c.p.) né per quello di acquisto di cose di sospetta provenienza (art 712 c.p.), con la sola possibilità gli venga irrogata una sanzione amministrativa compresa tra i 100 ed i 7.000 euro.

Chi invece acquista la medesima merce contraffatta al solo scopo di procurare a sé o ad altri un profitto (ponendola in vendita), commette il delitto di ricettazione previsto e punito dall’art. 648 del codice penale.

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