Contratto di assicurazione. Clausola lessicalmente ambigua. Interpretazione a favore dell’assicurato

Corte di Cassazione, Sez. III, 18.01.2016, n. 668

All’esame della Suprema Corte la decisione della Corte di Appello che aveva accolto il gravame proposto da tre società assicuratrici, di conseguenza rigettando la domanda della società assicurata.

Il fatto. Una società commerciale, avente per oggetto sociale la produzione di calcestruzzo, che gestiva uno stabilimento, a copertura dei danni derivanti dall’esercizio della propria attività aveva stipulato un contratto di coassicurazione con tre società. A seguito dello scoppio nello stabilimento di una autoclave per la produzione del calcestruzzo, che aveva provocato ingenti danni nonché la morte di una persona, la Società aveva chiesto stragiudizialmente ai tre coassicuratori il pagamento dell’indennizzo. Successivamente allo svolgimento di una perizia contrattuale, i tre coassicuratori convenivano dinanzi al Tribunale la società commerciale, svolgendo domanda di accertamento negativo del proprio obbligo indennitario ovverosia chiedendo di accertare e dichiarare che i danni causati dallo scoppio non erano indennizzabili, perché provocati da un evento non compreso tra quelli previsti dalla polizza; in particolare, ad essere indennizzati erano i danni derivati da scoppio provocato da “eccesso di pressione” mentre, nella fattispecie, non si trattava di uno scoppio causato da “eccesso di pressione”, bensì da un “cedimento strutturale” del meccanismo di chiusura dell’autoclave scoppiata. Il Tribunale dava, invece, ragione alla Società assicurata e, dopo aver dichiarato che il sinistro era indennizzabile a termini di polizza, condannava gli assicuratori al pagamento dell’indennizzo. Impugnata la decisione del giudice di prime cure dinanzi alla Corte territoriale, questa veniva chiamata dunque ad interpretare il contratto di assicurazione relativamente ai danni verificatisi nello stabilimento industriale, nel quale il rischio assicurato erano i danni materiali direttamente causati da esplosione e scoppio. La Corte di Appello, dopo aver ritenuto che per «“scoppio”», usato nella descrizione del rischio assicurato, doveva intendersi «secondo il senso comune come “rottura fragorosa dovuta ad un eccesso di pressione dall’interno”» e che il contratto andava «interpretato nel senso che per pressione “eccessiva” del macchinario doveva intendersi soltanto quella superiore alle capacità di resistenza del macchinario sottoposto a pressione, secondo quanto previsto dal progetto», accertava «in facto, che nel caso di specie al momento dello scoppio la pressione all’interno dell’autoclave era inferiore a quella massima consentita; e che la causa dello scoppio fu verosimilmente un deficit strutturale del meccanismo di chiusura dell’autoclave, non una pressione superiore a quella massima tollerata dal macchinario», concludendo «che non si era verificato alcun “eccesso di pressione”, come richiesto dal contratto, e che di conseguenza il sinistro non fosse indennizzabile».

Adìta dalla Società assicurata la Suprema Corte, gli Ermellini hanno anzitutto chiarito, per quanto qui rileva, con riferimento ai motivi sollevati e con i quali era stata eccepita la violazione di legge, assumendosi in particolare violati gli artt. 1362, 1363 e 1364 c.c., che vi è violazione dell’art. 1362 c.c. laddove il giudice adotti una interpretazione incoerente tanto con la lettera del contratto quanto con la volontà delle parti. Avendo sostenuto la ricorrente che la polizza stipulata garantiva l’assicurato contro il rischio di danni derivati da scoppi provocati da “eccesso di pressione”, e poiché il contratto non precisava in che modo dovesse essere intesa l’espressione “eccesso di pressione”, la Corte territoriale, «dinanzi ad una clausola lessicalmente così ambigua, non poteva arrestarsi al senso fatto proprio dalla connessione delle parole, per la semplice ragione che tale senso non esisteva. Essa, invece, avrebbe dovuto applicare tutti gli altri criteri legali di ermeneutica, che invece sono rimasti inesplorati».

La Corte Suprema, pertanto, ha respinto le osservazioni svolte dalle Società di assicurazione – che contestavano l’interpretazione adottata dal Tribunale, disattesa poi dalla Corte territoriale, che avrebbe finito per tradursi «in una autentica manipolazione del contratto, perché attribuirebbe all’espressione “dirompersi di contenitori per eccesso di pressione interna” lo stesso significato dell’espressione “repentino dirompersi di contenitori per pressione interna”» – con la precisazione che «Non vi sarebbe dunque nulla di anomalo nell’adottare una interpretazione che intenda l’espressione “scoppio causato da eccesso di pressione interna” come equivalente a “scoppio causato da pressione interna”. La soluzione propugnata dai tre assicuratori qui resistenti si sarebbe potuta sostenere solo a fronte d’una clausola che con inequivoca chiarezza avesse affermato che per “scoppio” dovesse intendersi l’eccesso di pressione rispetto a quella massima tollerabile in condizioni normali di esercizio».

Al riguardo ricordano gli Ermellini che in tema di assicurazione è imposta inequivoca chiarezza, «dal secolare obbligo di uberrima bona fides gravante su ambo le parti; di cui costituivano espressione, già all’epoca della stipula del contratto, gli artt. 1175 e 1375 c.c.; e che oggi è imposta all’assicuratore sia dall’art. 166 cod. ass., secondo cui “il contratto (…) va redatto in modo chiaro ed esauriente”, sia dagli artt. 5 e 31 Reg. Isvap 16.10.2006 n. 5, norme che per quanto detto non costituiscono altro che emersione normativa d’un precetto già immanente nell’ordinamento. Se dunque i compilatori della polizza offerta alla […], ed unilateralmente predisposta, adottarono soluzioni lessicali incerte od ambigue, imputent sibi, restando fermissimamente escluso che possano ricadere sull’assicurato le conseguenze della modestia letteraria o dell’insipienza scrittoria dell’assicuratore».

A parere della Suprema Corte, poi, la sentenza della Corte territoriale è stata emanata in violazione del combinato disposto degli artt. 1363 e 1367 c.c., non avendo tenuto conto che la polizza (art. 12), nel caso di scoppio causato da difetti del macchinario, escludeva la copertura dei soli danni al macchinario scoppiato. «Se, dunque, si escludesse l’indennizzabilità dei danni da scoppio non causato da eccesso di pressione, quella clausola non avrebbe avuto ragion d’essere, perché lo scoppio causato da usura comunque non sarebbe mai stato indennizzabile».

La Corte territoriale ha altresì violato l’art. 1370 c.c., rileva la Corte di Cassazione, in quanto, dinanzi all’accertata ambiguità della polizza, il giudice di merito avrebbe dovuto comunque applicare il criterio della ‘interpretatio contra proferentem’, e dunque intenderla in senso sfavorevole a chi quella clausola predispose: ovvero ai coassicuratori, essendo stato il contratto di assicurazione stipulato sulla base di condizioni generali unilateralmente predisposte. Al contrario, nel caso di specie, nonostante la rilevata ambiguità letterale e nonostante la Corte d’appello non abbia fatto ricorso a nessun altro criterio legale interpretativo, la clausola è stata interpretata in modo favorevole al predisponente.

Alla luce di quanto affermato, la Corte ha dunque cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte d’appello in diversa composizione, affermando il seguente, ed importante, principio di diritto:

«Il contratto di assicurazione deve essere redatto in modo chiaro e comprensibile. Ne consegue che, al cospetto di clausole polisenso, è inibito al giudice attribuire ad esse un significato pur teoricamente non incompatibile con la loro lettera, senza prima ricorrere all’ausilio di tutti gli altri criteri di ermeneutica previsti dagli artt. 1362 e ss. c.c., ed in particolare quello dell’interpretazione contro il predisponente, di cui all’art. 1370 c.c.».

Condividi sui socials:Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *