Condannata la Banca Monte dei Paschi di Siena, inadempiente agli obblighi di informazione verso i clienti

Corte di Cassazione, I Sez. Civ., 19.01.2016, n. 816

Una decisione, questa, della Suprema Corte, destinata a fare notizia in un periodo, quale quello attuale, sconvolto dai fatti recenti in cui migliaia di risparmiatori hanno visto azzerare i risparmi di una vita, spesso caratterizzata da rinunce e sacrifici.

La vicenda riguardava gli ordini di acquisto delle obbligazioni Cirio, dichiarati nulli dal Tribunale di Trento nell’aprile 2007, sentenza poi confermata dalla competente Corte di Appello che, come si legge nella sentenza degli Ermellini ora in commento, nel merito «ha reputato la banca inadempiente ai propri obblighi di informazione verso i clienti, posto che il modulo relativo all’ordine recava due dichiarazioni – la prima relativa all’avere essi ricevuto informazioni sulla natura, rischi ed implicazioni dell’investimento, la seconda di volere essi comunque dar corso al medesimo, nonostante l’avvertenza della sua inadeguatezza – chiaramente interdipendenti, onde la prima non poteva avere effetto senza la seconda, che però non sussisteva, vista la mancata “crocetta” sull’apposito quadrato. In ogni caso, pur ove la prima dichiarazione fosse da considerare resa, essa non costituiva una confessione, perché nulla diceva sul contenuto dell’informazione data ai clienti, in particolare quanto all’acquisizione del loro profilo di rischio».

La sentenza della Corte territoriale aveva, in sostanza, affermato che l’investimento in bond Cirio «non era compatibile con la propensione al rischio degli investitori, con conseguente violazione dell’art. 29 Reg. Consob n. 11522 del 1998».

La Banca si era difesa sostenendo che i clienti, in prossimità dell’operazione in questione, avevano già acquistato titoli corporate analoghi, circostanza che non poteva non indurre a ritenere, agli stessi clienti, adeguati i bond Cirio.

Al riguardo, adìta la Suprema Corte dalla Banca soccombente, gli Ermellini, riportando, a conferma del proprio orientamento, il precedente costituito da altra decisione della stessa Suprema Corte (Sez. I, 25.06.2008, n. 17340) – che, in motivazione, così statuiva: «Né, a questo riguardo, rileva la circostanza che, in epoca immediatamente precedente all’effettuazione in questione (appena un mese prima), il cliente avesse acquistato altri titoli a rischio (obbligazioni Telecom Argentina): giacché il dovere di fornire informazioni appropriate e l’obbligo di astenersi dall’effettuare operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensioni, se non sulla base di un ordine impartito dall’investitore per iscritto contenente l’esplicito riferimento alle avvertenze ricevute, sussiste in tutti i rapporti con operatori non qualificati, e tale è anche chi – non rientrante in una delle speciali categorie di investitori menzionate nei regolamenti CONSOB (Delib. n. 10943, art. 8, comma 2; Delib. n. 11522, art. 31, comma 2), abbia in precedenza occasionalmente investito in titoli a rischio» – hanno negato validità alle ragioni della Banca, e ciò soprattutto considerando che le obbligazioni stipulate dai clienti, una in prossimità dell’altra, non potevano considerarsi equivalenti in quanto le prime erano dotate di rating a differenza delle seconde, circostanza che, tuonano ora gli Ermellini, «avrebbe dovuto indurre la banca ad agire con la massima prudenza, segnalando che si trattava di titoli particolarmente rischiosi o comunque non sicuri, tanto più che essi, seppure in prima battuta, erano destinati ai soli investitori istituzionali (cfr. Cass. 19 ottobre 2012, n. 18039)».

È stato così respinto, con decisione depositata ieri, il ricorso della Banca, condannata altresì a pagare le spese di giudizio.

 

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