Concorso di colpa, in caso di incidente stradale cinture di sicurezza allacciate

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Concorso di colpa, in caso di incidente stradale, se non si hanno le cinture di sicurezza allacciate

Cass. Civ., Sez. III, 08.01.2016, n. 126

A tutti è nota la funzione che svolgono le cinture di sicurezza, in caso di incidente, trattandosi di uno dei più importanti meccanismi di protezione per chi si trova all’interno dell’autovettura, riducendo del 45%, si calcola, il rischio di lesioni gravi o fatali provocati al momento dell’impatto. Ma a tanti le cinture di sicurezza danno fastidio, e così può accadere di non indossarle.

Premesso che le cintura di sicurezza costituiscono anche un obbligo di legge, oltre che un principio elementare di autotutela, vediamo cosa accade, con riguardo al profilo della responsabilità civile, se, senza indossare le cinture di sicurezza, si resta coinvolti in un incidente: si ha diritto al risarcimento del danno ?

La sentenza ora in commento attiene a quanto accaduto ad una donna che, rimasta vittima di un incidente stradale, in qualità di trasportata, ha convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale il proprietario del veicolo e la sua assicurazione per ottenere il risarcimento dei danni patiti e, dopo che i giudici di merito hanno accolto la sua domanda, si è vista attribuire, con sentenza poi confermata in grado di appello, un concorso di colpa per non avere usato la cintura di sicurezza. Il Tribunale ha escluso, altresì, l’esistenza d’un danno patrimoniale da lucro cessante, per perdita del lavoro o riduzione della capacità di guadagno.

Rivoltasi la Signora dinanzi alla Suprema Corte di Cassazione, con ricorso affidato a tre motivi, gli Ermellini hanno confermato la decisione di merito, anzitutto ribadendo che, in ossequio ad una giurisprudenza ormai consolidata, «stabilire se la vittima d’un sinistro stradale, al momento del fatto, avesse o non avesse le cinture di sicurezza allacciata, ed in quanta parte l’eventuale omissione di tale cautela abbia concausato il sinistro, costituiscono altrettanti accertamenti di fatto, non certo valutazioni in iure», accertamenti, dunque, inammissibili in sede di legittimità, ovverosia dinanzi alla Suprema Corte.

Non può chiedersi alla Corte di Cassazione di svolgere una valutazione delle prove, dedotte nei precedenti giudizi di merito, ulteriore e diversa rispetto a quella adottata in primo e secondo grado e questo perché il giudice di merito, al fine di adempiere all’obbligo della motivazione, non è tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma è invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento.

Se dalla dinamica dell’incidente e dalla quantificazione dei danni riportati il giudice riesce a desumere che la vittima, al momento dello scontro, non indossava le cinture di sicurezza, il risarcimento del danno viene ridotto in misura percentuale.

Con il secondo motivo la ricorrente ha dedotto l’errore della Corte d’appello nell’escludere che il danno patito potesse avere ripercussioni sulla sua capacità di lavoro e di guadagno. Il motivo è stato ritenuto infondato in quanto la «Corte d’appello ha affermato che i postumi permanenti patiti dalla vittima potranno rendere solo più difficoltosa la prestazione lavorativa, senza impedirla in tutto od in parte; che questo costituisce un danno biologico; che la vittima venne comunque assunta dopo il sinistro, e non era dato sapere se sia stata lei a rinunciare volontariamente all’impiego, per cause diverse dai postumi residuati al sinistro». Si trattava, per gli Ermellini, di una motivazione corretta in diritto in quanto la maggiore difficoltà nello svolgimento del lavoro, senza ripercussioni sul reddito, è un danno di tipo biologico (lesione della cenestesi lavorativa), del quale tenere conto nella monetizzazione di quest’ultimo.

Anche l’ultima doglianza, con cui la ricorrente ha dedotto l’errore in cui è incorsa la Corte d’appello di liquidare il danno alla salute con criteri diversi da quelli risultanti dalle tabelle uniformi predisposte dal Tribunale di Milano, da ritenersi l’unico corretto criterio di liquidazione, non ha avuto buon fine, essendo stata ritenuta inammissibile. Ricordano, i giudici di Piazza Cavour, che il fatto che tali tabelle siano state assunte come parametro idoneo ad attestare la conformità della valutazione equitativa del danno non comporta comunque la ricorribilità in Cassazione, per violazione di legge, delle sentenze d’appello che abbiano liquidato il danno in base a diverse tabelle per il solo fatto che non sia stata applicata la tabella di Milano e che la liquidazione sarebbe stata di maggiore entità se fosse stata effettuata sulla base dei valori da quella indicati.

Il ricorso è stato rigettato.

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