Il concorso di colpa del pedone investito non esclude la responsabilità del conducente

pedone

Il conducente paga se non prova di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno.

E’ quanto emerge dalla sentenza recente[1] con cui la Corte di Cassazione si è pronunciata in tema di responsabilità dell’automobilista nel sinistro e di onere della prova nel caso di concorso di colpa del pedone.

In particolare, la vicenda riguardava la richiesta di risarcimento dei danni conseguenti alla morte, a seguito di investimento stradale, del padre della istante che aveva agito, in primo grado, per la declaratoria, in capo al conducente, di responsabilità del sinistro che, invece, per il Tribunale, doveva ascriversi per il 50% al pedone e per il residuo 50% al conducente dell’auto investitrice. La decisione, impugnata dinanzi alla Corte di Appello dalla Compagnia di Assicurazioni e dal conducente, veniva poi riformata dalla Corte territoriale che riteneva il solo pedone responsabile del sinistro, per avere repentinamente attraversato la strada davanti all’autobus dal quale era appena sceso, arrestatosi al di fuori degli spazi dedicati, in un luogo dove era consentito il sorpasso alle autovetture provenienti nello stesso senso di marcia, per l’effetto rigettando la domanda di risarcimento danni, con restituzione in favore della Compagnia di assicurazione delle somme dalla stessa corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado.

Adìta la Suprema Corte, gli Ermellini hanno ritenuto fondato il ricorso e richiamato il seguente principio di diritto (a cui dovrà attenersi il giudice del rinvio nel valutare nuovamente la fattispecie): «l’accertamento di un comportamento colposo del pedone investito da veicolo non è sufficiente per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054, comma 1, c.c., dimostrando di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno; ai fini di tale dimostrazione non è sufficiente neanche l’anomalia della condotta del pedone, occorrendo che il conducente del veicolo dimostri di avere adottato tutte le cautele esigibili, anche sotto il profilo della velocità di guida mantenuta, in relazione alle circostanze del caso concreto, che la condotta anomala del pedone non fosse ragionevolmente prevedibile, e che quindi il sinistro non fosse in concreto evitabile».

Nel caso di specie, «La liceità del sorpasso dell’autobus da parte dell’autovettura, nonché la bassa velocità da essa mantenuta in fase di sorpasso (e che però non aveva consentito di evitare l’impatto letale), non possono ritenersi circostanze sufficienti a giustificare la decisione (della Corte di Appello), essendo necessario il positivo accertamento che le specifiche circostanze del caso concreto non imponessero al conducente del veicolo di tenere una velocità ancora inferiore (o addirittura di fermarsi), che l’attraversamento da parte del pedone davanti all’autobus fermo fosse ragionevolmente imprevedibile, e che dunque l’investimento non sarebbe stato evitabile mediante una condotta di guida maggiormente prudente, adeguata alla situazione di fatto».

Parola al Giudice del rinvio che provvederà agli accertamenti del caso.

 

[1] Sez. III, 4 aprile 2017, n. 8663

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