Comunione legale e pignoramento dell’intero immobile

Immobile. Comunione legale. Pignoramento dell’intero immobile anche se il debito riguarda uno solo dei coniugi.

Cass. Civ., Sez. III, 31.03.2016, n. 6230

«Per il debito di uno dei coniugi correttamente é sottoposto a pignoramento per l’intero il bene, pure se in parte compreso nella comunione legale con l’altro coniuge, con conseguente esclusione di ogni irritualità o illegittimità degli atti tutti della procedura, fino all’aggiudicazione ed al trasferimento di quello in favore di terzi compresi, nonché con esclusione della fondatezza della pretesa del debitore esecutato e dell’opponente originaria non solo di caducare tali atti, ma pure di separare di quel bene parti o quote o di conseguire dalla procedura esiti diversi dalla vendita per l’intero, salva la corresponsione al coniuge non debitore, in sede di distribuzione, della metà del ricavato lordo di essa, dovuta in dipendenza dello scioglimento, avutosi sia pure in via eccezionale limitatamente a quel bene, ma per esigenze di giustizia ed all’atto del decreto di trasferimento, della comunione legale in parola».

Quello sopra enunciato è il principio di diritto applicato alla fattispecie all’attenzione degli Ermellini. In sintesi, per il debito di uno solo dei coniugi è pignorabile l’intero immobile anche se il bene è in comunione legale. Al consorte non debitore va corrisposta la metà del ricavato della vendita.

Nel dettaglio. Una coppia di coniugi ricorre in Cassazione contro la procedure esecutiva immobiliare che aveva coinvolto il loro immobile, in comunione legale, deducendo l’illegittimità della vendita lesiva, a loro dire, dei diritti dominicali afferenti alla quota parte della moglie, non debitrice, pari ad ¼ indiviso dell’immobile medesimo, in comunione legale (per la complessiva metà) con il marito. L’istanza non ha trovato accoglimento né dinanzi al Tribunale né dinanzi alla Corte d’Appello.

La difesa dei coniugi si appunta sulla circostanza che l’art. 189 cod. civ. non consente di aggredire il bene in comunione legale come bene appartenente per l’intero al debitore e non rientra tra i poteri del giudice dell’esecuzione quello di vendere come bene di esclusiva proprietà un bene della comunione legale, con conseguente inesistenza del relativo provvedimento.

I giudici di legittimità, con motivazione articolata, confermano la decisione dei colleghi di merito ritenendo, nella specie, che ogni creditore può sottoporre a pignoramento l’intero bene sottoposto alla comunione legale. Rammentano gli Ermellini che più volte la Suprema Corte ha ribadito il principio che la comunione legale si configura come “senza quote” derivandone, pertanto, l’impossibilità di ricostruire il coniuge non debitore come proprietario esclusivo di una parte, anche solo ideale, del bene da aggredire esecutivamente «(…da Cass. 6575/13, v. pure: Cass. 18 settembre 2014, n. 19689; Cass. 16 luglio 2014, n. 16273; Cass. 19 febbraio 2014, n. 3931; Cass. 26 luglio 2013, n. 18123; Cass. 30 gennaio 2013, n. 2202)»; i coniugi, pertanto, risultano contitolari dei beni comuni nella loro interezza. «Tale singolare situazione preclude pure, come già rilevato nella citata Cass. n. 6575/13, la stessa configurabilità di una quota e, quindi, l’applicabilità del meccanismo processuale degli artt. 599 a 601 cod. proc. civ., attesa la singolare peculiarità del tipo di contitolarità, in capo a ciascun coniuge, sul bene staggito».

In altri e più chiari termini, si palesa legittima l’aggressione esecutiva di ognuno dei beni facente parte della comunione legale, intesa come comunione senza quote o a mani riunite, nella sua interezza e non per una quota, inesistente, della metà. Entrambi i coniugi, anche se proprietari al 50% del bene, possono considerarsi certamente contitolari dello stesso per l’intero e non, ripetesi, per una quota di comproprietà.

Gli Ermellini ribadiscono che, ai fini della validità della procedura esecutiva immobiliare al coniuge non debitore devono essere notificati sia il pignoramento trascritto contro entrambi i coniugi, contenente tutte le informazioni del caso, sia un avviso con cui gli si intima di non permettere all’altro coniuge di separare la sua parte di bene senza prima aver ricevuto un ordine del giudice in tal senso. Resta cioè salvo il diritto del coniuge non debitore a percepire, in sede di distribuzione del ricavato, la metà del ricavato (al lordo delle spese di procedura) della vendita del bene. «E deve confermarsi che la soluzione prescelta da Cass. 6575/13 continua ad apparire, finché almeno non riterrà di intervenire il legislatore, la meno incoerente con il sistema, tutelando – mediante la notificazione al coniuge non debitore del pignoramento (ma non potendosi escludere l’efficacia di un qualsiasi atto ad esso equipollente), poiché anche lui, pur non essendovi formalmente assoggettato, risente direttamente degli effetti dell’espropriazione in concreto posta in essere, con diritti e doveri identici a quelli del coniuge debitore esecutato (per debito suo personale o proprio) – almeno il suo diritto a non vedere uscire dalla comunione legale (effetto inevitabile della vendita, a sua volta ineliminabile nell’attuale regime dell’art. 600 cod. proc. civ. per l’impossibilità di vendere una quota che non esiste, così oltretutto inserendovi un estraneo al rapporto di coniugio) un bene, senza percepire quanto meno il controvalore lordo di esso (salve le regole di attribuzione di cui all’art. 195 cod. civ. e ss.), in adeguato contemperamento della tutela dei creditori del coniuge debitore e della natura peculiare della sua contitolarità di diritti sui beni aggredibili».

Il ricorso dei coniugi è respinto.

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