Categoria: Senza categoria

autorizzazione-paesaggistica-assistenza-legale-roma

Compenso. Liquidazione equitativa in caso di attività ‘modesta’

La liquidazione del compenso va effettuata in via equitativa quando l’attività prestata dall’Avvocato è modesta.

E’ quanto ha affermato la Sezione VI della Suprema Corte[1] che ha rigettato il ricorso proposto da uno studio associato di consulenza societaria e tributaria che si era visto ridurre, dalla Corte di Appello, il compenso spettante per l’attività espletata, sulla scorta della considerazione che «ed in difetto, inoltre, di qualsivoglia altro idoneo documento, poteva “ritenersi provata (…) la sola partecipazione di […] e del suo studio alla redazione da parte di Tecnologie & Spazio s.r.l. della brochure informativa” (così sentenza d’appello, pag. 10). Esplicitava altresì che in considerazione della modesta consistenza della brochure informativa – “modesta comunicazione aziendale circa le caratteristiche generali dell’iniziativa, la sua localizzazione e le potenzialità della regione prescelta per l’investimento e nulla più” (così sentenza d’appello, pag. 9) – risultava congruo determinare in via equitativa in euro 20.000,00, oltre accessori, il compenso spettante per siffatta attività».

Spiegano, a riguardo, gli Ermellini che «la predisposizione dello “scarno documento” costituente l’allegato n. 18 al fascicolo di […] è di natura e valenza tale che difficilmente avrebbe consentito e reso possibile il ricorso al parametro degli usi ed, ancor prima, al parametro tariffario, segnatamente, alle prefigurazioni dell’art. 53 del d.p.r. n. 645/1994, per giunta con riferimento all’asserito quantum di euro 35.000.00,00. In pari tempo, al cospetto del carattere omnicomprensivo e complessivo della liquidazione equitativa cui la corte di Milano ha atteso, per nulla è pertinente il rilievo dei ricorrenti a tenor del quale “il giudice ha sempre l’onere di indicare dettagliatamente le singole voci che riduce (…) o elimina (…)”».

 

[1] 17.12.2018, ord. 32551

contratto

Clausole vessatorie: approvazione in blocco

Se è vero che, secondo il consolidato insegnamento giurisprudenziale, non occorre sottoscrivere ciascuna clausola vessatoria, bastando un’apposita dichiarazione che raggruppi tutte le clausole singolarmente richiamate, «è altrettanto vero che, sempre con orientamento pacifico ed incontrastato, che questo Tribunale condivide e dal quale non ha motivo di discostarsi, la Suprema Corte ha chiarito che non integra il requisito della specifica approvazione per iscritto ex art. 1341 comma 2 c.c. il richiamo in blocco di tutte le condizioni generali di contratto o di gran parte di esse, comprese quelle prive di carattere vessatorio, e quindi la loro sottoscrizione indiscriminata, poiché con tale modalità non è garantita l’attenzione del contraente debole verso la clausola a lui sfavorevole, in quanto ricompresa tra le altre richiamate: trattasi infatti di una modalità di approvazione della clausola vessatoria tale da rendere oggettivamente difficoltosa la percezione della stessa, giacché la genericità di tale riferimento priva l’approvazione della specificità richiesta dall’art. 1341 c.c., in quanto la norma richiede non solo la sottoscrizione separata, ma anche la scelta di una tecnica redazionale idonea a suscitare l’attenzione del sottoscrittore sul significato delle clausole specificamente approvate (Cass. n. 9492/2012, Cass. n. 2970/2012, Cass. n. 24262/2008, Cass. n. 5733/2008, Cass. n. 4 7748/2007, Cass. n. 4452/2006, Cass. n. 13890/2005, Cass. n. 2719/2005, Cass. n. 18680/2003, Cass. n. 6510/2001, Cass. n. 2849/1998)».

E’ quanto emerge dalla sentenza n. 623/2018 pubblicata dalla Seconda Sezione Civile del Tribunale di Reggio Emilia (Giudice Dott. Gianluigi Morlini) il 24 aprile 2018.

Nella fattispecie all’esame del Tribunale gli attori avevano dedotto, e il Tribunale ha ritenuto, la nullità della clausola contrattuale derogativa della competenza, indubitabilmente vessatoria, perché, nonostante l’approvazione ai sensi dell’articolo 1341 comma 2 c.c., si trattava di una approvazione avvenuta unitamente a molteplici altre clausole, molte delle quali in realtà non vessatorie.

irap

Paga l’IRAP il professionista che si avvale di un praticante ?

La Sezione Tributaria della Suprema Corte, con ordinanza recente[1], ha stabilito che paga l’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) il professionista che si avvale di un praticante il cui apporto, certamente dì natura intellettuale e proprio della professione da questi esercitata, abbia accresciuto il valore della consulenza fornita ai clienti dello studio, tanto da corrispondergli anche un emolumento.

In fatto. A ricorrere in Cassazione l’Agenzia delle Entrate che si era vista rigettare, da parte della Commissione tributaria regionale della Puglia, l’appello proposto contro la decisione della Commissione tributaria provinciale di Lecce che aveva accolto il ricorso di [X] con la richiesta di rimborso Irap per gli anni dal 1999 al 2001. Il ricorso era affidato a tre motivi, in particolare: (i) violazione di legge laddove la Commissione aveva operato un’inammissibile scissione fra il contributo personale del contribuente alla formazione del reddito e l’apporto della struttura di cui si era avvalso; (ii) difetto di motivazione posto che non si era spiegato come il contributo offerto dal figlio, pur assunto come praticante, non avesse determinato alcun incremento della prestazione del contribuente; (iii) mancata pronuncia sulla decadenza del rimborso, eccepita nel gravame di merito.

In diritto. Per gli Ermellini trova ingresso il motivo di ricorso dell’Agenzia ricorrente, confortato da una pronuncia a Sezioni Unite della Corte Suprema (9451/2016), secondo cui, in tema di Irap, «il presupposto dell'”autonoma organizzazione” richiesto dall’art. 2 del d.lgs. n. 446 del 1997 non ricorre quando il contribuente responsabile dell’organizzazione impieghi beni strumentali non eccedenti il minimo indispensabile all’esercizio dell’attività e si avvalga di lavoro altrui non eccedente l’impiego di un dipendente con mansioni esecutive». Con riguardo alla fattispecie, «In applicazione di tale principio di diritto, la Commissione regionale non poteva, così, limitarsi ad affermare che l’apporto di un praticante non avesse di per sé potuto costituire un concreto incremento della prestazione intellettuale, ma avrebbe dovuto vagliare se il professionista che se ne era avvalso avesse, con tale apporto, certamente dì natura intellettuale e proprio della professione da questi esercitata, accresciuto il valore della consulenza fornita ai clienti dello studio», tanto più che si era determinato a corrispondere al collaboratore financo un emolumento.

Parola al giudice del rinvio.

[1] 24.01.2018 n. 1723

buca

Chi paga per l’auto finita nella buca: il Comune o la Società a cui era stato affidato in appalto il servizio di manutenzione della strada in cui è avvenuto il sinistro ?

Il Tribunale di Roma[1], in sede di appello, ha accolto le richieste degli appellanti che si erano visti rigettata dinanzi al Giudice di Pace la domanda da loro proposta per ottenere il risarcimento dei danni subìti dalla loro autovettura, a causa della rottura del semiasse e dello pneumatico anteriore sinistro, provocati da una buca esistente nel manto stradale.

La responsabilità oggettiva è sì del proprietario/custode della strada, riconosce il Tribunale, ma sarà la Società chiamata in causa da Roma Capitale a manlevarla dal risarcimento dei danni sopportati dall’appellante. Infatti, come si legge nella sentenza, l’Ente locale aveva stipulato con una Società un contratto di appalto con cui era stato affidato a quest’ultima «l’obbligo di sorveglianza sulle strade affidate in manutenzione della ditta appaltatrice nonché la responsabilità della società per eventuali danni derivanti a terzi dalla mancata osservanza degli obblighi di manutenzione».

Rileva il giudice che «l’avvallamento determinato dalla buca di vaste dimensioni descritta (50×40) in una parte della strada di piena percorrenza, configura, in assenza di ogni dimostrazione di un eccesso di velocità del conducente dell’autovettura, una condizione dei luoghi invisibile ed imprevedibile tale da determinare una situazione di pericolo e, conseguentemente, la fattispecie insidiosa dedotta. La mancanza di qualsiasi segnalazione relativamente alla presenza dell’infossamento e della condizione di dissesto della strada, evidentemente presente da tempo, sono le ragioni che non hanno consentito all’attore di adottare alcuna cautela al fine di evitare il passaggio in quel punto della strada: risulta pertanto insussistente l’ipotesi di caso fortuito prospettata dalle parti appellate».

Da ciò la responsabilità oggettiva del proprietario/custode della strada, ovverosia di Roma Capitale a cui, tuttavia, il Tribunale accoglie  l’appello incidentale proposto e legato al contratto di appalto stipulato con la Società, i cui artt. 29 e 30 prevedevano, in capo a detta Società, l’obbligo di sorveglianza sulle strade affidate in manutenzione.

offerta

Alla dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà va allegato il documento di identità in quanto elemento indispensabile perché venga ad esistenza l’autocertificazione stessa, come costruita dall’art. 47 DPR 445/2000

In sede di partecipazione alla gara pubblica, la produzione della fotocopia del documento d’identità del dichiarante deve essere considerata elemento costitutivo dell’autocertificazione e, trattandosi di requisito formale ad substantiam dell’autocertificazione stessa, la sua mancanza non è regolarizzabile, pena la violazione della par condicio tra i concorrenti, poiché l’allegazione di copia del documento d’identità costituisce adempimento di valore essenziale, vòlto a garantire l’esatta provenienza di ogni singola documentazione esibita.

E’ quanto emerge dalla sentenza del T.A.R. Lazio[1] pubblicata nei giorni scorsi dalla Sezione Prima Quater.

Bocciato il ricorso della Società esclusa dalla gara avendo la Commissione verificato, con determinazione in guisa non censurabile, che alla dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà non era allegato il documento di identità dell’Amministratore delegato della stessa Società.

Il Collegio ha evidenziato che il disciplinare di gara, nell’enunciare il contenuto dell’offerta tecnica, aveva richiesto espressamente la presentazione, da parte dei concorrenti, di una dichiarazione sostitutiva (ex artt. 38, 46 e 47 d.P.R. n. 445/2000 e s.m.i.) che attestasse una serie di dati ritenuti “elementi necessari dell’offerta tecnica”. «La norma del Disciplinare» – precisava il Collegio – «era altresì chiara (la proposizione è evidenziata in grassetto) nel prescrivere che gli indicati elementi dovessero essere dichiarati con “dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, presentata ai sensi dell’art. 47 del DPR 445/2000”».

Nel delineato contesto, la Commissione di gara, rilevata, nell’offerta tecnica della ricorrente, l’assenza di copia del documento di identità del dichiarante in allegato alla dichiarazione, ne proponeva l’esclusione, per essere elemento essenziale dell’offerta tecnica, in quanto elemento costitutivo dell’autocertificazione; chiarisce il Collegio poi che, ad essere sanzionata con l’esclusione del concorrente dalla gara, non è stata «la mancanza tout court della copia del documento di identità (in ipotesi reperibile altrove o integrabile con il soccorso istruttorio), bensì la mancanza della “dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, presentata ai sensi dell’art. 47 del DPR 445/2000” di cui al punto 2 dell’art. 6, ossia di un elemento essenziale dell’offerta tecnica».

Si è trattato di una carenza sostanziale e non già di una incompletezza formale, carenza che, per espressa disposizione di legge (art. 83, comma 9, D.Lgs. 50/2016), non può essere sanata con il soccorso istruttorio (cfr. T.A.R. Liguria, Sez. II, 28 febbraio 2017, n. 145) né con “l’utilizzo” del documento depositato nella busta contenente la documentazione amministrativa, come anche opinato, ricorda il Collegio, dalla ricorrente. «Operazione di “soccorso” quest’ultima che, forse, sebbene forzando il dato normativo, si sarebbe potuta ipotizzare qualora la concorrente avesse almeno inserito, in calce alla dichiarazione de qua, un rinvio espresso al documento depositato nella busta “A”».

Nel caso di specie, tuttavia, non avendo il ricorrente effettuato detto rinvio,  alla Commissione non restava altra scelta che considerare giuridicamente inesistente la dichiarazione sostitutiva, e a una tale constatazione non poteva non seguire l’esclusione dalla gara, non essendo necessario che la sanzione fosse prevista espressamente dalla disciplina di gara.

Alla Società ricorrente non resta che pagare le spese di lite.

[1] 04.10.2017, n. 10031

offerta

Le conseguenze della mancata sottoscrizione dell’offerta

La sottoscrizione dell’offerta, prescritta ai sensi dell’art. 74 d.lgs. n. 163/2006, si configura come lo strumento mediante il quale l’autore fa propria la dichiarazione contenuta nel documento, sì da renderne nota la paternità, in guisa da vincolare l’autore alla manifestazione di volontà in esso contenuta. Essa assolve la funzione di assicurare provenienza, serietà, affidabilità e insostituibilità dell’offerta e costituisce elemento essenziale per la sua ammissibilità, sia sotto il profilo formale sia sotto quello sostanziale, potendosi solo ad essa riconnettere gli effetti dell’offerta come dichiarazione di volontà vòlta alla costituzione di un rapporto giuridico.

Lo ha sancito, ribadendo il principio già più volte enunciato dalla giurisprudenza di legittimità, il Consiglio di Stato con la sentenza n. 3042/2017, depositata dalla V Sezione.

Con la pronuncia, Palazzo Spada boccia il ricorso di un’Impresa contro la decisione del T.A.R. Campania che aveva ritenuto legittimo il provvedimento dell’organo di gara. Il Tribunale di primo grado non rinveniva errori nell’operato dell’organo di gara che aveva escluso l’Impresa dalla gara, su di esso incombendo l’obbligo espresso di estromettere dalla gara parte ricorrente, versandosi un’ipotesi di incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell’offerta, per difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali. E ad uguale conclusione arriva il Consiglio di Stato che conferma la legittimità del provvedimento di esclusione dalla gara da parte della Stazione appaltante.

In altri e più chiari termini, la mancanza della sottoscrizione dell’offerta inficia la validità e la ricevibilità della manifestazione di volontà in essa contenuta senza che sia necessaria, ai fini dell’esclusione, una espressa previsione della legge di gara.

Né poteva compiersi – commenta la V Sezione – un’operazione ricostruttiva basata sulla individuazione, da parte della stazione appaltante, degli elementi essenziali dell’offerta «ricavando detti elementi dal contenuto degli altri documenti che erano stati caricati sulla Piattaforma Digitale utilizzata dalla stazione appaltante per l’espletamento della gara… laddove, come nel caso di specie, alla rettifica non si possa pervenire con ragionevole certezza, e, comunque, attingendo a fonti di conoscenza estranee all’offerta medesima o a dichiarazioni integrative o rettificative dell’offerente. Seguendo la tesi di parte appellante, in realtà, la stazione appaltante avrebbe dovuto farsi carico non di ricostruire ma di stabilire quale fosse il contenuto dell’offerta Economica, in modo all’evidenza inammissibile».

Inoltre, soggiunge la Corte, «imporre alla commissione di compiere un’attività di ricostruzione e rinvenimento aliunde di tali elementi fondamentali implicherebbe in primo luogo, come correttamente rilevato dal TAR, riconoscere al modello allegato 14 funzione di mero documento di riepilogo e sintesi di volontà negoziali contenute altrove; tale impostazione finirebbe però per rendere priva di significato procedimentale la dichiarazione di offerta in sé, con disapplicazione della stessa lex specialis che aveva invece stabilito che questa fosse espressa e contenuta nel Modello dichiarazione offerta economica».

Il Collegio rigetta l’appello proposto.

riscaldamento

Condominio. Distacco da impianto centralizzato.

E’ legittima la rinuncia di un condomino all’uso dell’impianto centralizzato di riscaldamento – anche senza necessità di autorizzazione o approvazione da parte degli altri condomini – purché l’impianto non ne sia pregiudicato, con il conseguente esonero, in applicazione del principio contenuto nell’art. 1123, secondo comma, cod. civ., dall’obbligo di sostenere le spese per l’uso del servizio centralizzato; in tal caso, egli è tenuto solo a pagare le spese di conservazione dell’impianto stesso. Né può rilevare, in senso impediente, la disposizione eventualmente contraria contenuta nel regolamento di condominio, anche se contrattuale, essendo quest’ultimo un contratto atipico meritevole di tutela solo in presenza di un interesse generale dell’ordinamento. Deve quindi ritenersi che la condivisibile valutazione di nullità della clausola regolamentare impeditiva del distacco del singolo condomino, si estenda anche alla correlata previsione che obblighi il condomino al pagamento delle spese di gestione malgrado il distacco, dovendosi ragionevolmente sostenere che la permanenza di tale obbligazione di fatto assicuri la sopravvivenza della clausola affetta da nullità, impedendo il prodursi di quello che è il principale ed auspicato beneficio che il condomino intende trarre dalla decisione di distaccarsi dall’impianto comune.

E’ quanto emerge dalla ordinanza[1] pubblicata dalla seconda sezione.

In sostanza, ciascun condomino può distaccarsi dall’impianto centralizzato di riscaldamento nel caso che dal detto distacco non derivino squilibri nel funzionamento dell’impianto centralizzato né maggiori consumi per gli altri condomini. Alla legittimità del distacco consegue anche l’esonero del condomino dal pagamento delle spese per il consumo, e ciò nonostante il regolamento condominiale contrattuale preveda diversamente.

In fatto. Impugnate da un condomino dinanzi al Tribunale le delibere condominiali che avevano rigettato la sua richiesta di distacco dall’impianto di riscaldamento centralizzato, nella ritenuta loro contrarietà alla legge, chiedendo per l’effetto di non essere più tenuto a contribuire alle spese di gestione dell’impianto di riscaldamento centralizzato, il Tribunale, ritenuto legittimo il distacco operato dal condomino, affermava tuttavia che, in applicazione delle disposizioni del regolamento condominiale contrattuale, l’attore era comunque tenuto a partecipare alle spese relative alla conservazione ed uso dell’impianto centralizzato. Proposto appello, la Corte territoriale confermava la sentenza gravata, ritenendo applicabili, quanto alle spese di gestione, le disposizioni del regolamento che escludevano la possibilità per il condomino di sottrarsi alle spese di manutenzione, riparazione, consumo ed esercizio del riscaldamento, anche laddove il singolo condomino si fosse distaccato dall’impianto centralizzato.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il condomino che, dagli Ermellini, si è visto accogliere le proprie richieste, sia con riferimento alla legittimità della scelta del distacco dal centralizzato, sia con riferimento alle spese di uso.

In diritto. La Corte di Cassazione ha quindi ritenuto, come risulta dalla massima sopra riportata, che «è legittima la rinuncia di un condomino all’uso dell’impianto centralizzato di riscaldamento – anche senza necessità di autorizzazione o approvazione da parte degli altri condomini – purché l’impianto non ne sia pregiudicato, con il conseguente esonero, in applicazione del principio contenuto nell’art. 1123, secondo comma, cod. civ., dall’obbligo di sostenere le spese per l’uso del servizio centralizzato; in tal caso, egli è tenuto solo a pagare le spese di conservazione dell’impianto stesso. Né può rilevare, in senso impediente, la disposizione eventualmente contraria contenuta nel regolamento di condominio, anche se contrattuale, essendo quest’ultimo un contratto atipico meritevole di tutela solo in presenza di un interesse generale dell’ordinamento».

I giudici di Piazza Cavour sono dell’avviso che «la condivisibile valutazione di nullità della clausola regolamentare impeditiva del distacco del singolo condomino, si estenda anche alla correlata previsione che obblighi il condomino al pagamento delle spese di gestione malgrado il distacco, dovendosi ragionevolmente sostenere che la permanenza di tale obbligazione di fatto assicuri la sopravvivenza della clausola affetta da nullità, impedendo il prodursi di quello che è il principale ed auspicato beneficio che il condomino intende trarre dalla decisione di distaccarsi dall’impianto comune».

Parola al Giudice del rinvio per nuovo esame.

 

[1] Corte di Cassazione, Sez. II, 12.05.2017 n. 11970

volume

Musica ad alto volume. Il genitore è penalmente responsabile del disturbo al riposo e alle occupazioni dei vicini.

Musica ad alto volume. Il genitore è penalmente responsabile del disturbo al riposo e alle occupazioni dei vicini.

Cass. Pen., Sez. 3, 22.09.2016, n. 53102

Il genitore contravviene all’obbligo di sorveglianza sul proprio figlio minore ed è penalmente responsabile per il disturbo da quest’ultimo arrecato al riposo e alle occupazioni dei vicini a fronte delle emissioni sonore prodotte dall’impianto stereo tenuto a volume alto.

E’ quanto hanno affermato gli Ermellini, con la sentenza in commento, mediante la quale hanno rigettato il ricorso di un papà, confermando quanto già deciso dalla Corte di Appello, a sua volta di conferma della sentenza del Tribunale di condanna per il reato previsto dall’art. 659 cod. pen. [il cui primo comma recita: «Chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a trecentonove euro»], per avere dal proprio appartamento, con emissioni sonore prodotte dall’impianto stereo e, comunque, omettendo di adottare le dovute cautele, arrecato disturbo al riposo e alle occupazioni dei vicini.

Il ricorso veniva affidato a tre motivi. Per quanto qui rileva, (i) con il primo motivo il papà aveva lamentato la violazione dell’art. 659 cod. pen., in quanto, a suo dire, come emerso dalla istruzione dibattimentale, «i rumori potevano essere sentiti soltanto nell’appartamento delle persone offese […]mentre nessuno degli altri condomini aveva avvertito la musica; … Di qui la mancanza della idoneità della condotta alla lesione di una indeterminata pluralità di persone quale elemento necessariamente richiesto per la integrazione del reato»; (ii) con il secondo motivo aveva lamentato, circa il mancato esercizio del potere-dovere di sorveglianza su un minore e la mancata adozione di idonee misure quale titolare di diritto, che, nella specie, nessun obbligo ricadrebbe sull’imputato in quanto mero proprietario, non essendo l’appartamento in sé a creare una situazione di pericolo; «né si potrebbe valorizzare l’obbligo di controllo dei genitori sui propri figli come desumibile dall’art. 2048 cod. civ. posto che, ove si applicasse ex se tale norma si addiverrebbe alla conclusione che ogni reato commesso da un minore dovrebbe essere automaticamente imputato a norma dell’art. 40 cod. pen. al genitore. In realtà dovrebbe più correttamente evocarsi la culpa in vigilando, che tuttavia, come affermato dalla più recente giurisprudenza civile, non sussisterebbe ove il minore sia vicino alla maggiore età; nella specie, poi, il minore autore diretto del fatto si è assunto la propria responsabilità ed è stato già giudicato dal Tribunale per i minorenni».

In diritto. Gli Ermellini, nel motivare la conferma della decisione della Corte di Appello, hanno chiarito che l’art. 40, comma 2, cod. pen. prevede che “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo” e non può esservi dubbio che tra gli obblighi giuridici richiamati da tale norma debba ricomprendersi anche quello discendente dalla responsabilità genitoriale nei confronti dei figli minori, essendo i genitori “responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori…” secondo quanto previsto dall’art. 2048 cod. civ.. «Va infatti chiarito come da tale disposizione discenda un obbligo di sorveglianza (cfr. Sez. 4, n. 43386 del 07/10/2010, dep. 07/12/2010, Oriti, Rv. 248953) che, senza escludere la concorrente responsabilità del minore ultraquattordicenne e capace di intendere e di volere, non può non radicare una responsabilità anche del genitore in tutti i casi in cui un tale obbligo sia rimasto inadempiuto, solo restando salva la possibilità, espressamente consentita dal comma 3 dell’art. 2048 cit., di provare di non avere potuto impedire il fatto». Si è del resto ulteriormente chiarito che la responsabilità dei genitori per i fatti illeciti commessi dal minore con loro convivente, prevista dall’art. 2048 cod. civ., è correlata ai doveri inderogabili posti a loro carico all’art. 147 cod. civ. e alla conseguente necessità di una costante opera educativa, tesa a correggere comportamenti non corretti e a consentire la formazione di una personalità quanto più equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria ed altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito.

Il ricorso è stato, dunque, rigettato.

 

 

 

caldaia1

Distacco dall’impianto centralizzato di riscaldamento. Onere della prova.

Distacco dall’impianto centralizzato di riscaldamento. Il condomino deve fornire la prova che dal suo distacco non derivino notevoli squilibri all’impianto o aggravi di spesa per gli altri condòmini

Cassazione Civile, sezione VI, 03.11.2016 n. 22285

In fatto. Il Sig. [X] impugnava la delibera condominiale con la quale l’assemblea aveva deciso di non concedere il richiesto distacco dall’impianto di riscaldamento condominiale, asseritamente in quanto avrebbe danneggiato le altre unità immobiliari sia dal piano economico sia di rendimento del riscaldamento. Costituitosi in giudizio, il Condominio [Y] reclamava la piena legittimità della delibera. Il Giudice di Pace, accogliendo la domanda del Sig. [X], dichiarava la nullità della delibera sul punto relativo al distacco del riscaldamento, confermando il diritto di [X] di procedervi. Ricorso il Condominio in appello dinanzi al Tribunale, questo, in riforma della sentenza impugnata, accoglieva l’appello, sulla base della mancata dimostrazione, da parte del Sig. [X], della sussistenza dei requisiti necessari per operare il distacco del proprio appartamento dal riscaldamento condominiale, ovverosia, che da detto distacco non sarebbero derivati notevoli squilibri di funzionamento od aggravi di spesa per gli altri condomini, non essendo stata a riguardo prodotta la [necessaria] relazione termotecnica. Non è restato al Sig. [X] che adìre la Suprema Corte di Cassazione, affidando il proprio ricorso ad un unico motivo.

In diritto. Gli Ermellini confermano la sentenza della Corte di Appello giudicando infondato il motivo avanzato dal ricorrente. La Suprema Corte anzitutto ricorda che la questione relativa al distacco di un condomino dall’impianto centralizzato condominiale trova la sua immediata disciplina nella normativa di cui all’art. 1118 cod. civ., come modificata dalla legge n. 220 del 2012, in vigore dal 18 giugno 2013 (cc. dd. riforma del condominio). «Tale normativa ha, espressamente, ammesso la possibilità del singolo condomino di distaccarsi dall’impianto centralizzato di riscaldamento o di raffreddamento ma a condizione che dimostri che dal distacco non derivino notevoli squilibri di funzionamento dell’impianto od aggravi di spesa per gli altri condomini». In altri e più chiari termini, il condomino che intende distaccarsi deve provare che non vi siano aggravi di costi per gli altri condomini e che dal distacco non derivino notevoli squilibri di funzionamento, «e la preventiva informazione dovrà necessariamente essere corredata dalla documentazione tecnica attraverso la quale egli possa dare prova dell’assenza di “notevoli squilibri” e di “assenza di aggravi” per i condomini che continueranno a servirsi dell’impianto condominiale». Gli Ermellini aggiungono che il richiamato onere della prova in capo al condomino viene meno «soltanto nel caso in cui l’assemblea condominiale abbia effettivamente autorizzato il distacco dall’impianto comune sulla base di una propria autonoma valutazione della sussistenza dei presupposti di cui si è detto».

Specificano poi ulteriormente i giudici di Piazza Cavour che «colui che intende distaccarsi dovrà, in presenza di squilibri nell’impianto condominiale e/o “aggravi” per i restanti condòmini, rinunciare dal porre in essere il distacco perché diversamente potrà essere chiamato al ripristino dello status quo ante».

Né, il soggetto interessato, ai sensi dell’art. 1118 cod. civ., potrà effettuare il distacco e ritenere di essere tenuto semplicemente «a concorrere al pagamento delle sole spese per la manutenzione straordinaria dell’impianto e per la sua conservazione e messa a norma”» trattandosi, questa, di una possibilità prevista solo per quei soggetti che abbiano potuto distaccarsi, per aver dimostrato che dal loro distacco «non derivano notevoli squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri condomini».

Al Sig. [X], soccombente, la condanna alle spese di lite.

Awards

H&R Firm Awards Announced

Many colleges and universities already have MOUs in place with local law enforcement authorities covering a variety of areas.  Our conversations with campus administrators, campus police, and law enforcement have underscored the need for additional tools and strategies that are specifically tailored to the dynamics of sexual assault on campus, as well as the needs of sexual assault survivors.  The task force is providing this sample MOU with that in mind.

Continue reading “H&R Firm Awards Announced”