Categoria: giurisprudenza di merito

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Sulla risoluzione del contratto

Il Tribunale di Milano[1], in un fattispecie in cui l’attrice committente aveva contestato la corretta esecuzione dei lavori da parte della convenuta appaltatrice, così non ritenendo dovute le somme richieste dall’appaltatrice stessa, richiamando la decisione della Suprema Corte secondo cui «l’art. 1668 cod. civ., nell’enunciare il contenuto della garanzia prevista dall’art. 1667 cod. civ., attribuisce al committente, oltre all’azione prevista per l’eliminazione dei vizi dell’opera a spese dell’appaltatore o di riduzione del prezzo, anche quella di risoluzione del contratto, salvo il risarcimento del danno nel caso di colpa dell’appaltatore» (Cass. Civ. 3199/2016), non avendo la committente chiesto né l’eliminazione dei vizi dell’opera né la riduzione del prezzo né la risoluzione del contratto, ma soltanto l’accertamento della ‘non debenza’ della fattura emessa, ha ritenuto che una domanda siffatta, vòlta a negare l’intero compenso, «può qualificarsi ai sensi dell’art. 1668 secondo comma c.c., unica ipotesi in cui il committente può esimersi dall’integrale pagamento del compenso laddove si riscontrino difformità o vizi dell’opera tali da renderla del tutto inadatta alla sua destinazione».

E tuttavia, ritiene il Tribunale, che nella fattispecie non era emerso che i servizi prestati dalla appaltatrice fossero stati del tutto inidonei allo scopo ovverosia che le prestazioni effettuate dall’appaltatore, considerate nella loro unicità e complessità, non presentavano vizi tali da renderle del tutto inidonee alla loro destinazione e da giustificare l’integrale ‘non debenza’ del compenso della convenuta.

A conforto, il Tribunale ha richiamato la sentenza degli Ermellini (n. 5250/2004) secondo cui «Ai fini della risoluzione del contratto di appalto per i vizi dell’opera si richiede un inadempimento più grave di quello richiesto per la risoluzione della compravendita per i vizi della cosa, atteso che, mentre per l’art. 1668, secondo comma, cod. civ. la risoluzione può essere dichiarata soltanto se i vizi dell’opera sono tali da renderla del tutto inidonea alla sua destinazione, l’art. 1490 cod. civ. stabilisce che la risoluzione va pronunciata per i vizi che diminuiscano in modo apprezzabile il valore della cosa, in aderenza alla norma generale di cui all’art. 1455 cod. civ., secondo cui l’inadempimento non deve essere di scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse del creditore. Pertanto la possibilità di chiedere la risoluzione del contratto di appalto è ammessa nella sola ipotesi in cui l’opera, considerata nella sua unicità e complessità, sia assolutamente inadatta alla destinazione sua propria in quanto affetta da vizi che incidono in misura notevole  – sulla struttura e funzionalità della medesima sì da impedire che essa fornisca la sua normale utilità, mentre se i vizi e le difformità sono facilmente e sicuramente eliminabili, il committente può solo richiedere, a sua scelta, uno dei provvedimenti previsti dal primo comma dell’art. 1668 cod. civ., salvo il risarcimento del danno nel caso di colpa dell’appaltatore. A tal fine, la valutazione delle difformità o dei vizi deve avvenire in base a criteri obiettivi, ossia considerando la destinazione che l’opera riceverebbe dalla generalità delle persone, mentre deve essere compiuta con criteri subiettivi quando la possibilità di un particolare impiego o di un determinato rendimento siano dedotti in contratto» (Cass. sentenza n. 5250/2004).

Neppure i danni asseritamente subìti potrebbero comportare una riduzione del compenso, così come escluso dalla giurisprudenza secondo cui «In materia di appalto, la disciplina dettata dall’art. 1668 in tema di difetti dell’opera, in deroga a quella stabilita in via generale in tema di inadempimento del contratto, concede al committente la possibilità di domandare la risoluzione del contratto soltanto nel caso in cui i difetti dell’opera siano tali da renderla del tutto inadatta alla sua destinazione, mentre negli altri casi il committente può agire con le alternative azioni di eliminazione dei vizi o di riduzione del prezzo, soltanto nell’ottica del mantenimento del contratto. Pertanto, nel caso in cui il committente abbia domandato il risarcimento del danno in correlazione con la domanda di risoluzione e i difetti non siano risultati tali da giustificare lo scioglimento del contratto, la domanda di risarcimento non può essere accolta per difetto della “causa petendi”» (Cass. Civ., 9295/2006 e 4366/2015).

Non è restato al Tribunale che rigettare la domanda dell’attore.

[1] Sez. VII, 23.10.2018, n. 10713

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Intimazione di sfratto notificata a mezzo pec

Il Tribunale Ordinario di Roma[1], ritenendo che la notificazione di un atto giudiziario a mezzo di posta elettronica certificata è assimilabile alla notificazione a mani proprie, producendo effetti ad essa equipollenti quanto alla validità ed efficacia dell’intimazione di licenza o di sfratto senza necessità dell’invio della lettera raccomandata prevista dall’art. 660 c.p.c. producendo gli stessi effetti della notifica a mani, ha rigettato l’istanza di sospensione di sfratto per morosità del conduttore dell’immobile a uso non abitativo in locazione.

E ciò in adesione all’orientamento, successivo alla introduzione nel nostro ordinamento giuridico dell’art. 149 bis c.p.c. [secondo cui “Se non è fatto espresso divieto dalla legge, la notificazione può eseguirsi a mezzo posta elettronica certificata, anche previa estrazione di copia informatica del documento cartaceo”], in virtù del quale la notifica dell’intimazione di sfratto a mezzo pec senza l’invio della lettera raccomandata prevista dall’art. 660 c.p.c. è possibile in quanto produce gli stessi effetti della notifica a mani, così contravvenendo all’altro orientamento, invocato invece dall’opponente (peraltro non registrandosi al momento decisioni della Suprema Corte), secondo cui «la notifica dell’atto di intimazione di sfratto a mezzo pec non è paragonabile alla notifica “in mani proprie” e quindi, una volta eseguita, qualora l’intimato non dovesse comparire all’udienza si renderebbe necessaria la rinnovazione della notifica “tradizionale” dell’intimazione (Tribunale di Modena, ordinanza 23.7.204 e Tribunale di Catanzaro, ordinanza 22.7.2014) e ciò anche nel caso in cui non fosse eseguito l’avviso ai sensi dell’art. 660 c.p.c.».

Le Società sono infatti obbligate a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata da comunicare al registro delle imprese «avendo l’onere di curare con regolarità la consultazione della casella di posta elettronica messa a disposizione del gestore del servizio, trattandosi di uno strumento previsto dalla legge per consentire di inviare e ricevere comunicazioni con effetti legali […] comprese quelle che hanno ad oggetto atti giudiziari in materia civile…», e così per la convalida di sfratto.

Inutile per il conduttore sostenere che la pec non garantirebbe la piena prova della effettiva consegna della cartella al destinatario, che invece con il sistema tradizionale sarebbe assicurata dal postino, dall’ufficiale giudiziario o dall’avvocato munito di autorizzazione. Infatti, «Nel caso della pec l’attestazione della spedizione ed immissione dell’email nella casella del destinatario è fornita da un sistema automatizzato che garantisce la disponibilità del documento nella casella di posta elettronica del destinatario così come il postino attesta la consegna a mani: in entrambi i casi nessuno potrà garantire che il destinatario abbia aperto e letto effettivamente il contenuto della busta – cartacea o telematica – consegnata, né il postino (o ufficiale giudiziario) né il gestore del servizio di posta elettronica certificata».

E la ricevuta di avvenuta consegna non ha fede privilegiata, a differenza delle ricevute di ritorno della raccomandata. Ma poiché nella fattispecie non si contestava che il messaggio informatico fosse pervenuto nella casella di posta elettronica del destinatario, la notifica a mezzo pec corrispondeva – a tutti gli effetti – a una notifica a mani dell’interessato.

 

[1] Ord. 6^ Sez. Civ., 13.03.2018, Giudice, Dott.ssa Roberta Nardone

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Autovelox: segnalazione adeguata

Merita accoglimento l’opposizione a sanzione amministrativa, con conseguente annullamento del verbale di infrazione per eccesso di velocità rilevato da apparecchio autovelox, in presenza di segnalazione inadeguata.

E’ quanto emerge dalla sentenza n. 143/2018 del Giudice Onorario di Pace di Frosinone[1] che ha ricordato che «il legislatore prima e la prevalente Giurisprudenza di legittimità e di merito poi, hanno più volte posto l’evidenza sulla necessità di dare informativa agli utenti della strada circa l’esistenza dei limiti di velocità e l’utilizzo di mezzi di rilevamento elettronico, informativa di carattere preventivo che consista in una divulgazione con i requisiti della congruità, dell’idoneità e della correttezza».

Si tratta di un principio, ricorda il giudicante, ribadito con la legge n.160/2007 che ha introdotto, nell’art. 142 CdS, il comma 6 bis, secondo cui “Le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all’impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazione luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del presente codice. Le modalità di impiego sono stabilite con decreto del Ministro dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’interno”.

In altri e più chiari termini, la segnaletica deve essere idonea per «dimensionamento, visibilità, leggibilità e posizionamento» tanto che la violazione anche di uno solo di detti parametri può provocare l’illegittimità dell’accertamento.

Nella specie, la Prefettura non ha provveduto al deposito di alcuna documentazione, anche fotografica, idonea a dare conferma del rispetto del principio sopra ricordato, così come non ha dato dimostrazione che l’apparecchio è stato sottoposto al controllo periodico sul funzionamento, pur a conoscenza della contestazione a riguardo svolta dal trasgressore.

Spese di giudizio compensate.

 

[1] 07.03.2018

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Violazione del Codice della Strada. Mancanza di adeguata segnalazione dell’apparecchiatura utilizzata per il rilevamento della velocità

Con la sentenza in commento[1] viene accolta l’opposizione avverso il verbale di accertamento per violazione dell’art. 142, comma 8, del Codice della Strada, accertata a mezzo autovelox in postazione fissa, per la mancanza di adeguata segnalazione dell’apparecchiatura utilizzata per il rilevamento della velocità.

Il dispositivo, nella specie installato in una strada extraurbana secondaria, in relazione alla quale l’art. 142 del CdS prescrive una velocità massima di 90 km/h, nonché di dispositivo collocato fuori dal centro abitato su strada con imposizione di un limite diverso (80 km/h) da quello fissato in via generale dal CdS, dà origine ad una violazione della norma richiamata, trovandosi il dispositivo collocato ad una distanza inferiore ad un chilometro dal segnale che impone il limite di velocità. Il Giudice inoltre rileva una ulteriore illegittimità in quanto «pur trattandosi di dispositivo per il rilevamento della velocità su entrambi i sensi di marcia, sia pure approvato per tale utilizzo, e collocato su un solo lato della strada, lo stesso non risulta segnalato con un segnale a doppia faccia visibile dalle due direzioni».

La collocazione del dispositivo di rilevamento della velocità in violazione della legge n.120/2010 – il cui art. 25, comma 2, ha prescritto che i dispositivi per il rilevamento della velocità, collocati fuori dai centri abitati, non possono essere utilizzati od installati ad una distanza inferiore ad un chilometro dal segnale che impone il limite di velocità – nonché la non conformità della segnaletica alle prescrizioni di cui al D.M. 282/2017, rendono illegittimo l’opposto verbale.

E ciò in quanto l’intenzione del legislatore, ricorda il Giudice, è quella di «privilegiare la funzione preventiva degli strumenti di rilevazione elettronica delle velocità su quella repressiva. Anche la giurisprudenza è univoca nell’affermare che : “dell’utilizzazione ed installazione dei dispositivi di rilevamento elettronico della velocità deve essere data informazione all’automobilista”… il suddetto obbligo di informazione agli utenti della strada è altresì finalizzato a portare gli automobilisti a conoscenza dei dispositivi di controllo, onde orientarne la condotta di guida e a preavvertirli del possibile accertamento di violazioni con metodiche elettroniche. Si tratta, dunque, di norma di garanzia per l’automobilista, la cui violazione cagiona la nullità della sanzione. Ed ancora, la ratio della preventiva informazione si rinviene nell’obbligo di civile trasparenza gravante sulla P.A., il cui potere sanzionatorio in materia di circolazione stradale non è tanto ispirato dall’intento della sorpresa ingannevole dell’automobilista indisciplinato, in una logica patrimoniale captatoria, quanto da uno scopo di tutela della sicurezza stradale e di riduzione dei costi economici, sociali ed ambientali derivanti dal traffico veicolare nonché di fluidità della circolazione, anche mediante l’utilizzo di nuove tecnologie».

Il Giudice insiste rilevando altresì che: «l’elevato numero di verbali elevati dalla data di installazione ad oggi per la violazione, in gran parte dei casi, dell’art. 142 co. 8, e, quindi, per violazioni in gran parte comprese nella fascia dell’eccedenza di oltre 10 km/h in più e non oltre 40 km/h del limite massimo consentito di 80 km/h, per cui la velocità predominante nel tratto di strada in oggetto, intesa in senso quantitativo, ossia quella che per valore predomina sulle altre deve intendersi compresa nella fascia suddetta, e cioè nel limite massimo di 120 km/h, costituisce prova sufficiente dell’inidoneità della segnaletica ad assolvere adeguatamente alla funzione di preavvertire gli automobilisti circa l’utilizzo dei dispositivi di controllo della velocità. Pertanto, in relazione alla velocità predominante (tra i 90 ed i 120 km/h), la segnaletica appare inadeguata sia con riferimento alle dimensioni, che all’assenza di segnali con scritte luminose in grado di maggiormente richiamare l’attenzione degli automobilisti circa l’utilizzo del dispositivo elettronico di rilevamento delle infrazioni, oltre che rendere maggiormente visibili le indicazioni in essi contenute e ciò anche in condizioni di scarsa visibilità (orario notturno, etc.)».

Spese di giudizio compensate.

[1] Giudice di Pace di Sessa Aurunca, 28.03.2018 n. 341

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Compenso professionale. Il professionista deve provare la relativa pattuizione.

Il professionista che agisce per il pagamento del proprio compenso, conseguente allo svolgimento di una prestazione d’opera, nel caso in cui vi sia contestazione in ordine all’avvenuto conferimento dell’incarico, deve provare la relativa pattuizione, la quale può sì rivestire qualsiasi forma, sempreché risulti idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà del committente di avvalersi dell’attività e dell’opera del professionista.

E’ quanto emerge dalla sentenza 701/2018 pubblicata dalla Sezione XI del Tribunale Civile di Roma[1] che ha respinto, siccome infondata, la domanda del praticante avvocato che aveva chiesto (con ricorso ex art. 702 bis c.p.c.) il pagamento dei compensi maturati in relazione alla attività professionale prestata in favore della convenuta che si era costituita in giudizio contestando decisamente l’espletamento delle attività giudiziali di cui l’attore richiedeva il pagamento, ed adducendo di aver incaricato il praticante avvocato soltanto di assisterla stragiudizialmente in seguito ad un incidente stradale alla stessa occorso.

Non è emerso alcun elemento probatorio, spiega il giudice, vòlto a dimostrare un accordo intervenuto tra le parti del giudizio, «nemmeno verbale», in ordine alle richieste delle ulteriori voci indicate nel prospetto di parcella, oltre a quelle corrisposte per l’espletamento della attività stragiudiziale sul quale il convenuto concordava («All’esito delle emergenze istruttorie, dalla documentazione in atti versata nonché dalle prove testimoniali, non è emerso alcun elemento a sostegno della tesi prospettata da F in ordine all’espletamento dell’attività di cui oggi chiede il compenso»).

In sintesi, il professionista che agisce in giudizio, in caso di contestazione, per ottenere il soddisfacimento del credito professionale ha l’onere di dimostrare tanto l’avvenuto conferimento dell’incarico quanto l’effettivo espletamento della prestazione.

[1] 11.01.2018

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Oltrepassa la linea semaforica a lampeggiante rosso per salvare il cane che giace a terra ferito: niente perdita dei punti patente

Un dipendente della Società appaltatrice del servizio di accalappiacani di una ULSS, chiamato a recuperare un cane smarrito, avvistato il cane in mezzo all’incrocio sorvegliato dal Vista Red, che giaceva a terra ferito, immobile perché investito, lo oltrepassava a lampeggiante rosso, asseritamente per impedire che fosse nuovamente investito, con l’irrogazione della multa oltre alla perdita di alcuni punti della patente.

Il dipendente ricorreva dinanzi al Giudice di Pace di Rovigo[1] che dichiarava inefficace la sanzione accessoria della perdita dei punti patente; la sanzione pecuniaria era già stata pagata dalla società coobbligata, proprietaria del mezzo, che, pagando nelle more del giudizio la sanzione anche a lei notificata, aveva prestato quiescenza, rendendo irreversibile il pagamento.

Il Giudice ha riconosciuto l’esimente dello ‘stato di necessità’ di cui all’art. 4 della legge 689/1981 [“Non risponde delle violazioni amministrative chi ha commesso il fatto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità o di legittima difesa”].

Così in motivazione: «va osservato che l’essere per cui si invoca lo stato di necessità non è umano, ma animale, nel caso specifico, ricorre l’ipotesi di necessità di ricorso urgente alle cure di un cane investito da un’auto, essere vivente capace di provare dolore. In passato il comune sentire non era sufficientemente sensibilizzato dalle tematiche ambientaliste ed animaliste, anche perché ancora dipendente da una cultura che ammetteva lo sfruttamento degli animali a soli fini utilitaristici, incurante delle conseguenze. Nel corso degli ultimi anni, viceversa, ha avuto ingresso sia nella coscienza comune più diffusa, che in diritto, un diverso concetto che tiene conto da una parte del fatto che tutti gli esseri viventi sono capaci di provare dolore, e dall’altra che gli umani provano dolore nel riscontrare le sofferenze altrui, comprese le sofferenze degli animali. Questa mutata sensibilità a valutare come giuridicamente rilevante la sofferenza degli animali, condivisa dal comune sentire, è concetto sempre più fatto proprio dalla giurisprudenza della Suprema Corte in sede penale, dal legislatore stesso (si fa riferimento alla introduzione dei reati contro il maltrattamento di animali), e viene fatto proprio da questo giudice…».

Spese di giudizio compensate.

[1] Sez. Civ., del 29.11.2017, n. 634

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Chi paga per l’auto finita nella buca: il Comune o la Società a cui era stato affidato in appalto il servizio di manutenzione della strada in cui è avvenuto il sinistro ?

Il Tribunale di Roma[1], in sede di appello, ha accolto le richieste degli appellanti che si erano visti rigettata dinanzi al Giudice di Pace la domanda da loro proposta per ottenere il risarcimento dei danni subìti dalla loro autovettura, a causa della rottura del semiasse e dello pneumatico anteriore sinistro, provocati da una buca esistente nel manto stradale.

La responsabilità oggettiva è sì del proprietario/custode della strada, riconosce il Tribunale, ma sarà la Società chiamata in causa da Roma Capitale a manlevarla dal risarcimento dei danni sopportati dall’appellante. Infatti, come si legge nella sentenza, l’Ente locale aveva stipulato con una Società un contratto di appalto con cui era stato affidato a quest’ultima «l’obbligo di sorveglianza sulle strade affidate in manutenzione della ditta appaltatrice nonché la responsabilità della società per eventuali danni derivanti a terzi dalla mancata osservanza degli obblighi di manutenzione».

Rileva il giudice che «l’avvallamento determinato dalla buca di vaste dimensioni descritta (50×40) in una parte della strada di piena percorrenza, configura, in assenza di ogni dimostrazione di un eccesso di velocità del conducente dell’autovettura, una condizione dei luoghi invisibile ed imprevedibile tale da determinare una situazione di pericolo e, conseguentemente, la fattispecie insidiosa dedotta. La mancanza di qualsiasi segnalazione relativamente alla presenza dell’infossamento e della condizione di dissesto della strada, evidentemente presente da tempo, sono le ragioni che non hanno consentito all’attore di adottare alcuna cautela al fine di evitare il passaggio in quel punto della strada: risulta pertanto insussistente l’ipotesi di caso fortuito prospettata dalle parti appellate».

Da ciò la responsabilità oggettiva del proprietario/custode della strada, ovverosia di Roma Capitale a cui, tuttavia, il Tribunale accoglie  l’appello incidentale proposto e legato al contratto di appalto stipulato con la Società, i cui artt. 29 e 30 prevedevano, in capo a detta Società, l’obbligo di sorveglianza sulle strade affidate in manutenzione.

cane

Risarcimento del danno da perdita di animale d’affezione

Con la pronuncia in esame il Tribunale di Vicenza[1] riconosce la risarcibilità anche del danno non patrimoniale patito dagli attori, derivato dalla perdita dell’animale d’affezione, nonostante il noto pronunciamento delle Sezioni Unite (26972/2008) che avevano affermato che non può essere accordato il ristoro del danno non patrimoniale al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge in quanto solo la lesione di un diritto inviolabile della persona concretamente individuato è fonte di responsabilità risarcitoria non patrimoniale.

In primo piano, la perdita del cane da parte di una Clinica Veterinaria a cui l’animale era stato affidato dagli attori per essere sottoposto ad un intervento chirurgico a seguito della lesione del legamento crociato della zampa sinistra. Il Direttore Sanitario della Clinica, però, nella tarda serata del giorno successivo al ricovero del cane contattava gli attori per informarli “che già dal mattino F. era fuggita dalla struttura”. Nonostante le varie denunce di smarrimento e le approfondite ricerche il cane non veniva più ritrovato. “Rilevavano gli attori”, si legge in sentenza, “che la fuga e la presumibile morte di F., considerate le sue precarie condizioni di salute legate all’intervento chirurgico appena effettuato, dovevano essere ricondotte all’omessa vigilanza e negligenza del personale di turno, preposto alla custodia del cane, che era stato lasciato libero di circolare all’interno dei locali dell’ambulatorio durante la pulizia della cuccia e di uscire dalla porta d’ingresso rimasta aperta”.

La sentenza in commento richiama, aderendovi, le pronunce della giurisprudenza di merito che ripropongono una rimeditazione della decisione della Cassazione a Sezioni Unite del 2008, «molte delle quali elevando al rango di “diritto inviolabile” ex art. 2 Cost. la tutela dell’animale d’affezione, anche sulla scorta dei recenti interventi legislativi (prima fra tutte la legge n.189/2004) tendenti ad assicurare speciale protezione agli animali mediante lo strumentario repressivo penalistico. Nel dettaglio si è osservato che i diritti inviolabili della persona non costituiscono un numero chiuso, in quanto, come affermato dalle stesse Sezioni Unite, “la tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell’apertura dell’art. 2 Cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complessivo sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana”. In tal senso, proprio tenendo conto delle indicazioni fornite dalle SS.UU., l’accostamento della morte dell’animale di affezione a fattispecie come la rottura del tacco di una scarpa da sposa o l’errato taglio di capelli, non può ritenersi fedele alla realtà sociale. Il rapporto con gli animali domestici non può essere paragonato a quello con una cosa, trattandosi di una relazione con esseri viventi, prevalentemente fonti di compagnia e nella maggior parte dei casi considerati dai loro padroni come “membri della famiglia”».

Ai danneggianti non resta che pagare, financo le spese di giudizio.

 

 

[1] 03.01.2017 n. 24

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Il Tutor e la soglia di tolleranza

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Il Giudice di Pace di Porretta Terme[1], in Provincia di Bologna, nell’accogliere il ricorso dell’automobilista che aveva proposto opposizione avverso l’ordinanza ingiunzione del Prefetto nonché avverso il verbale elevato dalla Polizia Stradale, ha spiegato, per quel che qui interessa, il limite di tolleranza da applicare ai tutor, che differisce da quello del 5% previsto per gli autovelox essendo, il secondo, un sistema di accertamento particolarmente sofisticato – che funziona tenendo conto di diverse variabili, quali la lunghezza del tratto percorso dalla vettura, il tempo impiegato per percorrerla, la pendenza della strada, la presenza di più corsie, etc, – a cui dovrebbe pertanto essere applicato il limite del 5% per ogni apparecchiatura (ovverosia per le due unità di rilevazione e per l’unità di calcolo con cui sono trasmessi i dati), per un totale del 15%.

Peraltro, il Giudice ha ritenuto il verbale redatto in violazione del diritto di difesa non riportando i dati relativi: (i) alla chilometrica della prima postazione di controllo; (ii) all’ora ed ai minuti relativi al passaggio davanti a detta postazione; (iii) alla chilometrica della seconda postazione; (iv) all’ora ed ai minuti relativi al passaggio avanti alla seconda postazione, omissione che ha impedito di fatto al ricorrente di verificare l’esattezza del calcolo che ha portato alla velocità.

E’ comunque lo stesso Regolamento di attuazione CDS, ricorda il Giudice di Pace, a imporre la tolleranza del 15% quando la velocità è pari o superiore a 130 chilometri l’ora.

Spese compensate.

[1] Sezione P1 VIA, 27.03.2017 n. 12

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Danno da vacanza rovinata per forte ritardo del volo

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In tempo di vacanze, sentenze come quella ora all’esame[1], che riconosce la responsabilità del tour operator da vacanza rovinata, farà tirare ai più un sospiro di sollievo.

Il fatto. Gli attori convenivano in giudizio il tour operator per sentir dichiarare la sua responsabilità quale organizzatore del viaggio, ai sensi dell’art. 43 del D.Lgvo 79/2011 (Codice del Turismo), nonché la responsabilità solidale dello stesso con il vettore aereo per inadempimento, determinato, nella specie, dal forte ritardo del volo.

La decisione. Il Giudice di Pace ha ritenuto fondata la domanda, avendo gli attori provato a mezzo di contratto di aver acquistato un pacchetto turistico tutto compreso e la circostanza relativa al ritardo aereo di quasi nove ore e mezzo dei biglietti depositati. A riguardo, il Giudice ha motivato ricordando che «Ai sensi dell’art. 43 del D.Lgs. n. 79/2011 delle obbligazioni assunte con la vendita del pacchetto turistico, l’organizzatore e l’intermediario sono tenuti al risarcimento del danno ed ancora che l’organizzatore o l’intermediario che si avvale di altri prestatori di servizi è comunque tenuto a risarcire il danno sofferto dal turista, salvo il diritto di rivalersi nei loro confronti».

Con riferimento poi alla clausola di esonero da responsabilità per ritardi dovuta al vettore contenuta nel contratto di acquisto del pacchetto turistico, il Giudice ne riconosce la natura vessatoria e, dunque, la sua nullità.

La stessa Corte di Giustizia, scrive il Giudice, «ha recentemente osservato come, posta a confronto con la gravità dei danni e dei disagi subiti dai passeggeri, la situazione del volo ritardato non differisca da quella del volo cancellato. Il silenzio del regolamento sul diritto alla compensazione pecuniaria nel caso di volo ritardato è stato di conseguenza ritenuto colmabile alla luce degli obiettivi per cui il regolamento medesimo è stato adottato: poiché le situazioni da trattare allo stesso modo riguardano danni risultanti da una “perdita di tempo” e poiché la compensazione pecuniaria per volo ritardato sussiste alle stesse condizioni di quella per volo cancellato, la “perdita di tempo” rilevante al riguardo si ha quando i passeggeri giungono alla loro destinazione finale tre ore o più dopo l’orario di arrivo originariamente previsto dal vettore aereo. La Corte comunitaria ha invero evidenziato che la circostanza che in tema di voli ritardati il regolamento n. 261/2004 preveda particolari forme di assistenza non incide sull’idoneità della compensazione pecuniaria a risarcire i danni causati al passeggero in quanto assistenza e risarcimento hanno finalità diverse. Gli artt. 5, 6 e 7 del regolamento n. 261/2004 devono dunque essere interpretati nel senso che i passeggeri di voli ritardati possono essere assimilati ai passeggeri di voli cancellati ai fini dell’applicazione del diritto alla compensazione pecuniaria e che essi possono pertanto reclamare il diritto alla compensazione pecuniaria previsto dall’art. 7 di tale regolamento quando, a causa di un volo ritardato, subiscono una perdita di tempo pari o superiore a tre ore, ossia quando giungono alla loro destinazione finale tre ore o più dopo l’orario di arrivo originariamente previsto dal vettore aereo. Tuttavia, un siffatto ritardo non implica il diritto alla compensazione pecuniaria per i passeggeri se il vettore aereo è in grado di dimostrare che il ritardo prolungato è dovuto a circostanze eccezionali che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso, ossia circostanze che sfuggono all’effettivo controllo del vettore aereo».

 

[1] Giudice di Pace di Roma, Sez. III, 03.05.2017, n. 12779