Categoria: giurisprudenza di legittimità

cassazione

Attività stragiudiziale. Il conferimento dell’incarico può essere provato a mezzo di testimoni?

La prima sezione della Cassazione, con la sentenza n. 29614/2018, pubblicata il 16 novembre 2018, ha concluso rispondendo affermativamente al quesito, ovverosia che “il mandato professionale per l’espletamento di attività di consulenza e, comunque, di attività stragiudiziale non deve essere provato necessariamente con la forma scritta, ad substantiam ovvero ad probationem, poiché può essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti e il giudice, in sede di accertamento del relativo credito nel passivo fallimentare, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza, può ammettere l’interessato a provare, anche con testimoni, sia il contratto che il suo contenuto”.

Inoltre, hanno concluso gli Ermellini, non “osta all’ammissione di una simile prova il disposto dell’art. 2233, comma 3, cod. civ., che prescrive la forma scritta per i patti che stabiliscono i compensi professionali degli avvocati, in quanto questa prescrizione riguarda non l’esistenza del mandato professionale, ma la sola misura del compenso”.

A riguardo, utile ricordare anche altra giurisprudenza di legittimità secondo cui “il rapporto di prestazione d’opera professionale, la cui esecuzione sia dedotta dal professionista come titolo del diritto al compenso, postula l’avvenuto conferimento del relativo incarico in qualsiasi forma idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà di avvalersi della sua attività e della sua opera da parte del cliente convenuto per il pagamento di detto compenso” (Cass. Civ., Se. II, 24.01.2017, n. 1792). In altri e più chiari termini, il professionista può dimostrare il ricevimento dell’incarico – presupposto del diritto al compenso – anche attraverso la produzione di e-mail o di fax, perché il conferimento può avvenire in qualsiasi forma, inclusa quella verbale, purché idonea a esplicitare il consenso delle parti sullo stesso.

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Compenso. Liquidazione equitativa in caso di attività ‘modesta’

La liquidazione del compenso va effettuata in via equitativa quando l’attività prestata dall’Avvocato è modesta.

E’ quanto ha affermato la Sezione VI della Suprema Corte[1] che ha rigettato il ricorso proposto da uno studio associato di consulenza societaria e tributaria che si era visto ridurre, dalla Corte di Appello, il compenso spettante per l’attività espletata, sulla scorta della considerazione che «ed in difetto, inoltre, di qualsivoglia altro idoneo documento, poteva “ritenersi provata (…) la sola partecipazione di […] e del suo studio alla redazione da parte di Tecnologie & Spazio s.r.l. della brochure informativa” (così sentenza d’appello, pag. 10). Esplicitava altresì che in considerazione della modesta consistenza della brochure informativa – “modesta comunicazione aziendale circa le caratteristiche generali dell’iniziativa, la sua localizzazione e le potenzialità della regione prescelta per l’investimento e nulla più” (così sentenza d’appello, pag. 9) – risultava congruo determinare in via equitativa in euro 20.000,00, oltre accessori, il compenso spettante per siffatta attività».

Spiegano, a riguardo, gli Ermellini che «la predisposizione dello “scarno documento” costituente l’allegato n. 18 al fascicolo di […] è di natura e valenza tale che difficilmente avrebbe consentito e reso possibile il ricorso al parametro degli usi ed, ancor prima, al parametro tariffario, segnatamente, alle prefigurazioni dell’art. 53 del d.p.r. n. 645/1994, per giunta con riferimento all’asserito quantum di euro 35.000.00,00. In pari tempo, al cospetto del carattere omnicomprensivo e complessivo della liquidazione equitativa cui la corte di Milano ha atteso, per nulla è pertinente il rilievo dei ricorrenti a tenor del quale “il giudice ha sempre l’onere di indicare dettagliatamente le singole voci che riduce (…) o elimina (…)”».

 

[1] 17.12.2018, ord. 32551

cassazione1

Il vizio di legittimità di cui all’art. 360 co. 1 n. 5 dopo la novella del 2012

Come noto, l’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, convertito in legge n. 134 del 2012 ha riformulato l’art. 360, n. 5, cod. proc. civ. che prevede, quale specifico vizio denunciabile per cassazione, l’omesso esame di un “fatto storico”, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che sia stato discusso tra le parti e abbia carattere decisivo.

A riguardo, la Suprema Corte, con ordinanza n. 22786/2018, pubblicata il 25.09.2018, si è così pronunciata: «Merita, altresì, di essere ricordato che oggetto del vizio di cui al novellato art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ. è l’omesso esame circa un «fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti». Costituisce, allora, un “fatto”, agli effetti della citata norma, non una “questione” o un “punto”, ma: i) un vero e proprio “fatto”, in senso storico e normativo, ossia un fatto principale, ex art. 2697 cod. civ., cioè un “fatto” costitutivo, modificativo impeditivo o estintivo, o anche un fatto secondario, vale a dire un fatto dedotto ed affermato dalle parti in funzione di prova di un fatto principale (cfr. Cass. n. 16655 del 2011; Cass. n. 7983 del 2014; Cass. n. 17761 del 2016; Cass. n. 29883 del 2017); li) un preciso accadimento ovvero una precisa circostanza da intendersi in senso storiconaturalistico (cfr. Cass. n. 21152 del 2014; Cass., SU, n. 5745 del 2015); iii) un dato materiale, un episodio fenomenico rilevante, e le relative ricadute di esso in termini di diritto (cfr. Cass. n. 5133 del 2014); iv) una vicenda la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali (cfr. Cass., SU, n. 8053 del 2014). Il “fatto” controverso il cui esame sia stato omesso deve, inoltre, avere carattere “decisivo”, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia. Non costituiscono, viceversa, “fatti”, il cui omesso esame possa cagionare il vizio ex art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ.: i) le argomentazioni o deduzioni difensive (cfr. Cass. n. 14802 del 2017; Cass. n. 21152 del 2015); il) gli elementi istruttori in quanto tali, quando il fatto storico da essi rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti (cfr. Cass., SU, n. 8053 del 2014); iii) una moltitudine di fatti e circostanze, o il “vario insieme dei materiali di causa” (cfr. Cass. n. 21439 del 2015); iv) le domande o le eccezioni formulate nella causa di merito, ovvero i motivi di appello, i quali costituiscono i fatti costitutivi della “domanda” in sede di gravame».

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Illegittima la sanzione elevata con l’autovelox se il prefetto ha autorizzato la rilevazione soltanto nel senso opposto di marcia

Importare decisione, quella della Cassazione[1], che riguarda gli apparecchi per la rilevazione della velocità dei veicoli in grado di leggere le infrazioni in entrambi i sensi di marcia.

In fatto. Il Comune di [X] proponeva ricorso per cassazione avverso l’ordinanza emessa dal Tribunale con la quale veniva respinto l’appello formulato dal predetto Ente comunale nei confronti della sentenza del Giudice di Pace con cui era stata accolta l’opposizione avanzata da [Y] avverso un verbale di accertamento elevato a suo carico in ordine alla violazione di cui all’art. 142 c.d.s. approvato con Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n.28.

In diritto. Gli Ermellini, dopo aver affermato che sull’ente proprietario della strada incombe l’assunzione di una serie di obblighi che prevedono, in particolare, la necessità del preventivo avviso dell’installazione dell’autovelox posizionato ad una congrua distanza dal prescritto segnale che lo deve anticipare, della leggibilità e immediata percepibilità della relativa segnalazione, della preventiva adozione di apposito decreto prefettizio per l’autorizzazione all’installazione degli autovelox sulle strade in cui è propriamente consentito al fine di rendere legittima la contestazione differita delle violazioni riferite all’art. 142 c.d.s., hanno stabilito che: «qualora il decreto amministrativo autorizzi il posizionamento di un apparecchio autovelox (appositamente omologato e sottoposto alla necessaria taratura) lungo il lato di una sola carreggiata di un tipo di strada riconducibile ad uno di quelli previsti dal citato art. 4 del d.l. n. 121/2002 (al quale appartiene la S.S. “Venafrana” di cui al caso di specie oggetto della controversia), diventa, conseguentemente, obbligatorio — in funzione della legittimità della complessiva attività di accertamento delle indicate violazioni amministrative — che l’ente proprietario della strada appronti i predetti necessari adempimenti di garanzia per gli utenti (circa la preventiva segnalazione dell’installazione dell’apparecchio elettronico e la visibilità del segnale che lo preannuncia sullo stesso lato e, quindi, per il corrispondente senso di marcia), anche al fine di tutelare le indispensabili esigenze di sicurezza pubblica connesse a siffatta attività di rilevamento. Pertanto, qualora — come verificatosi nella fattispecie — il decreto prefettizio abbia previsto la legittima installazione lungo un solo senso di marcia (che nel caso in esame avrebbe dovuto essere posizionato nella direzione Venafro-Isernia) ed, invece, l’accertamento sia stato effettuato mediante la rilevazione di un autovelox posizionato sul contrapposto senso di marcia, ne consegue che — difettando a monte l’adozione di uno specifico provvedimento autorizzativo — il relativo verbale di contestazione differita della violazione di cui all’art. 142 c.d.s. debba ritenersi affetto da “illegittimità derivata”, come statuito dal Tribunale di Isernia con la sentenza qui impugnata (senza che possano assumere rilevanza, al riguardo, eventuali note chiarificatrici successivamente approntate dalla competente P.A., a fronte di una precisa indicazione sulle modalità e sul punto di installazione dell’autovelox rinvenibile direttamente nel decreto autorizzativo)».

Infatti, ha concluso la Suprema Corte, la legge attribuisce al prefetto la competenza ad individuare le strade o i tratti di strada in cui possono essere installati dispositivi di controllo della velocità, precisandosi che detta norma non richiede che il provvedimento prefettizio specifichi necessariamente il senso di marcia interessato dalla rilevazione; di talché, argomentando a contrario si desume che se nel decreto prefettizio è contenuto specificamente il riferimento ad un determinato senso di marcia (come accaduto nel caso sottoposto all’esame del giudice di appello), il rilevamento elettronico della velocità e la correlata attività di accertamento (con contestazione differita) degli agenti stradali intanto potranno ritenersi legittimi se riferiti all’autovelox come posizionato in conformità al decreto autorizzativo e non, invece, con riguardo ad altro autovelox posizionato sulla stessa strada e in prossimità dello stesso punto chilometrico ma sulla carreggiata o corsia opposta, che non abbiano costituito oggetto di previsione da parte dello stesso o di altro provvedimento autorizzativo.

[1] Civ., Ord. Sez. 6^, 01.10.2018 n.23726

A.T.I.

A.T.I. costituita. La mandataria rinuncia unilateralmente alla partecipazione alla gara. Conseguenze.

Citata, la mandataria, in giudizio, dalle mandanti che chiedevano il risarcimento dei danni cagionati dalla rinuncia alla partecipazione alla gara, unilateralmente comunicata all’Amministrazione appaltante dalla stessa mandataria, mentre il Tribunale accoglieva le domande delle attrici, la Corte di Appello accoglieva invece l’impugnazione della mandataria, rigettando dunque le domande delle mandanti alle quali non restava altro che proporre ricorso in Cassazione, a cui era seguito il controricorso della mandataria.

La Suprema Corte[1] ha negato il risarcimento del danno a carico della mandataria, seppure responsabile, come appresso si dirà, a fronte della impossibilità di ricollegare alla condotta tenuta da quest’ultima i danni lamentati dalle attrici, in virtù di un ragionamento controfattuale imperniato da un lato sull’incoercibilità della volontà della mandataria stessa e sulla conseguente immodificabilità della sua determinazione di ritirarsi dalla gara, e, dall’altro, sulla mancata dimostrazione, sia pure in via prognostica, dell’idoneità dell’offerta formulata dalle imprese riunite ad ottenere il punteggio più alto in sede di valutazione da parte dell’Amministrazione, e quindi a determinare l’aggiudicazione dell’appalto in favore del raggruppamento.

E ciò nonostante, come cennato, la responsabilità della mandataria che ha comunque violato l’obbligo di diligenza che le avrebbe imposto di comunicare preventivamente le proprie intenzioni alle imprese associate, interessate alla partecipazione alla gara, e di concordare con le stesse le iniziative da assumere, tenuto conto che alla data in cui aveva comunicato alla Stazione Appaltante la propria intenzione di svincolarsi dalla partecipazione alla gara le relative operazioni erano ancora in corso, benché il termine di efficacia delle offerte fosse scaduto da oltre otto mesi.

Il risarcimento è escluso in virtù della facoltà della mandataria di svincolarsi unilateralmente dalla gara e perché non risulta dimostrato il danno da perdita di chances: è il creditore, infatti, che deve provare la «realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato ed impedito dalla condotta illecita, della quale il danno risarcibile deve rappresentare una conseguenza immediata e diretta».

Spese compensate per la reciproca soccombenza.

[1] 1^ Sez. Civ., 16.05.2018 n. 11940

giudice-pace

La riconvenzionale dinanzi al Giudice di Pace

«…il convenuto non doveva costituirsi 20 giorni prima per proporre domanda riconvenzionale. Nel procedimento avanti al giudice di pace, l’art. 319 cod. proc. civ. consente alle parti di costituirsi in cancelleria o in udienza, garantendo loro libertà di forme…».

Libertà di forme nel giudizio dinanzi al Giudice di Pace: in altri e più chiari termini, nei giudizi dinanzi al giudice di pace non è applicabile l’articolo 166 c.p.c., che impone al convenuto la costituzione almeno 20 giorni prima dell’udienza, e dunque la decadenza ex art. 167, comma secondo c.p.c., di talché la domanda riconvenzionale può essere proposta alla prima udienza, ma non oltre questa. Infatti, a norma dell’art. 320 c.p.c., la prima udienza rappresenta il limite ultimo per le deduzioni delle parti, salvo il rinvio ad una nuova udienza “quando sia reso necessario dalle attività delle parti” nella prima.

E’ quanto emerge dalla ordinanza della 6^ Sezione della Suprema Corte[1] che ha cassato con rinvio la sentenza di merito con la quale il giudice dell’appello era caduto in errore ritenendo inammissibile la domanda riconvenzionale, perché tardiva, in quanto il convenuto si era costituito in primo grado solo all’udienza di prima comparizione e così la riconvenzionale risultava proposta, riteneva il giudice dell’appello, oltre il termine prescritto a pena di decadenza dall’articolo 167 secondo comma c.p.c..

Ancora, non distinguendo tra udienza di prima comparizione e udienza di prima trattazione, «l’art. 320 cod. proc. civ. concentra nella prima udienza tutta l’attività processuale delle parti (quali la precisazione dei fatti, la produzione dei documenti e le richieste istruttorie), consentendo (ai sensi del quarto comma) il rinvio a successiva udienza solamente quando, in relazione all’attività svolta, risultino necessarie ulteriori produzioni o richieste di prove».

Parola dunque al giudice del rinvio.

[1] 09.05.2018 n. 11025

ctu

Sui limiti alla acquisizione dei documenti da parte del Consulente Tecnico d’Ufficio

Con la sentenza in esame la Suprema Corte[1], in ordine alle censure svolte da parte ricorrente circa l’impossibilità, da parte del C.T.U., di acquisire aliunde la documentazione necessaria ad elaborare la consulenza, ha stabilito i limiti entro i quali è ammessa, nel corso dell’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio, l’acquisizione diretta di documentazione da parte del perito d’ufficio.

Secondo gli Ermellini, i giudici di merito hanno fatto corretto governo del principio di diritto secondo cui rientra nel potere del perito «attingere “aliunde” notizie e dati, non rilevabili dagli atti processuali e concernenti fatti e situazioni formanti oggetto del suo accertamento, quando ciò sia necessario per espletare convenientemente il compito affidatogli, e che dette indagini possono concorrere alla formazione del convincimento del giudice purché ne siano indicate le fonti, in modo che le parti siano messe in grado di effettuarne il controllo, a tutela del principio del contraddittorio (Cass. n. 13686 del 2001; Cass. n. 3105 del 2004; Cass. n. 13428 del 2008; Cass. n. 1901 del 2010)». Tuttavia, prosegue la Suprema Corte, «occorre chiarire entro che limiti è legittimo l’esercizio di tale facoltà da parte del consulente e quali siano i dati, le notizie, i documenti che egli può acquisire aliunde. Il criterio guida è che si tratta di un potere funzionale al corretto espletamento dell’incarico affidato, che non comporta alcun potere di supplenza, da parte del consulente, rispetto al mancato espletamento da parte dei contendenti al rispettivo onere probatorio. Esso viene legittimamente esercitato in tutti i casi in cui al consulente sia necessario, per portare a termine l’indagine richiesta, di acquisire documenti in genere pubblici non prodotti dalle parti e che tuttavia siano necessari per verificare sul piano tecnico se le affermazioni delle parti siano o meno corrette. Potrà anche, nel contraddittorio delle parti, acquisire documenti non prodotti e che possano essere nella disponibilità di una delle parti o anche di un terzo qualora ne emerga l’indispensabilità all’accertamento di una situazione di comune interesse. Può acquisire, inoltre, dati tecnici di riscontro alle affermazioni e produzioni documentali delle parti, e pur sempre deve indicare loro la fonte di acquisizione di questi dati per consentire alle medesime di verificarne l’esatto e pertinente prelievo. Quindi l’acquisizione di dati e documenti da parte del consulente tecnico ha funzione di riscontro e verifica rispetto a quanto affermato e documentato dalle parti; mentre non è consentito al consulente sostituirsi alla stessa parte, andando a ricercare aliunde i dati stessi che devono essere oggetto di riscontro da parte sua, che costituiscono materia di onere di allegazione e di prova (ovvero gli atti e i documenti che siano nella disponibilità della parte che agisce e dei quali essa deve avvalersi per fondare la sua pretesa) che non gli siano stati forniti, in quanto in questo modo verrebbe impropriamente a supplire al carente espletamento dell’onere probatorio, in violazione sia dell’art. 2697 c.c., che del principio del contraddittorio».

(Nella specie, gli Ermellini hanno ritenuto rientrante nel potere d’indagine del C.T.U. l’acquisizione della circolare della casa produttrice di un escavatore, dovendone, il perito, verificare le modalità di funzionamento).

[1] Sez. II, 14.11.2017 n. 26893

ATTO DI APPELLO. per. il sig. Tizio, nato a __________ il _________, C.F. ___________, residente in ________, via _______, n. ___, rappresentato e difeso, giusta procura in calce al presente atto dall’avv. ___________ (C.F. __________, telefax n. __________, PEC _______) ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in ____________, via _____, ___. - appellante -

La formulazione dell’atto di appello

«[….] la tesi ricorrente secondo cui «l’atto di appello, ai sensi dell’art. 342 cpc, deve essere costruito come una proposta di sentenza» non incontra il favore di questa Corte. Come, infatti, si era già divisato a sezioni semplici, sconfessandosi a più riprese, sul filo dell’opinione che la novella non avesse mutato la natura del giudizio d’appello e si ponesse perciò in linea di continuità con la pregressa giurisprudenza di questa Corte (Cass., Sez. III, 16/05/2017, n. 11999), l’idea che l’individuazione di «un percorso logico alternativo a quello del primo giudice» (Cass., Sez. IV, 5/02/2015, n. 2143), cui deve tendere l’atto di gravame secondo la nuova formulazione dell’art. 342 cod. proc. civ. non deve necessariamente tradursi in un «progetto alternativo di sentenza» (Cass., Sez. VI-III, 12/9/2017, n. 21134) e diffidandosi segnatamente, in questa chiave, dall’accedere a linee di lettura che ostino alla piena espansione sul piano interno del principio di effettività della tutela giurisdizionale (Cass., Sez. III, 5/05/2017, n. 10916), è ora convinzione che si vale del superiore conforto delle SS.UU. (Cass., Sez. U, 16/11/2017, n. 27199) che le modifiche introdotte dalla novella del 2012, lungi dallo sconvolgere i tradizionali connotati del giudizio d’appello, abbiano in effetti «recepito e tradotto in legge» i consolidati orientamenti della giurisprudenza di legittimità in materia, ribadendo in particolare l’esigenza che l’atto introduttivo di esso contenga «una chiara individuazione delle questioni e dei punti contestati della sentenza impugnata e, con essi, delle relative doglianze, affiancando alla parte volitiva una parte argomentativa che confuti e contrasti le ragioni addotte dal primo giudice». Ciò però esclude che l’individuazione di un «percorso logico alternativo a quello del primo giudice», debba necessariamente tradursi in un «progetto alternativo di sentenza».

Gli Ermellini, con la decisione in commento[1], evidenziano che il nuovo testo degli artt. 342 e 434 c.p.c. impone che i punti contestati della sentenza impugnata siano esplicitamente enucleati, insieme alle relative doglianze, ovverosia che la parte appellante ponga il magistrato superiore in condizione di comprendere esattamente qual è il contenuto della censura proposta, dimostrando di aver compreso le ragioni del primo giudice e indicando il perché queste siano censurabili.

«Se, dunque, come già in passato, il nuovo dettato dell’art. 342 cod. proc. civ., impone all’appellante di individuare con la dovuta chiarezza, per mezzo dell’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare, i temi decisionali da sottoporsi al vaglio del decidente d’appello, in modo tale da delimitare l’area del giudizio di impugnazione in ossequio al principio tantum devolutum quantum appellatum …. da ciò segue che anche alla luce del testo novellato la postulazione appellante dovrà procedere ad una propria rivisitazione del materiale istruttorio, ove la contestazione abbia ad oggetto la ricostruzione dei profili fattuali della vicenda, mentre dovrà curarsi di indicare le circostanze di fatto che rendono possibile una diversa soluzione giuridica di essa nel caso in cui oggetto di critica siano i profili in diritto della decisione…».

[1] Ord., Sez. 1^, 06.04.2018 n. 8571

notifica

Notifica tardiva, e conseguente inammissibilità del ricorso, se effettuata l’ultimo giorno utile ma dopo le ore 21.00

Sulla base del combinato disposto dell’art. 147 c.p.c. nonché dell’art. 45 bis del d.l. 24.6.2012, n. 90, conv. con modifiche dalla 1. 17.12.2012, n. 221 che ha introdotto l’art. 16 septies, se la spedizione della notifica effettuata a mezzo posta elettronica certificata è stata eseguita — come nella specie non è contestato – oltre le ore 21, la notifica si considera perfezionata alle sette del giorno successivo, e di conseguenza, se essa è stata eseguita l’ultimo giorno utile ma dopo le ore 21, si considera perfezionata alle ore sette del giorno successivo. Pertanto, qualora il compimento dell’attività notificatoria della impugnazione sia avvenuto l’ultimo giorno utile previsto dalla legge, ma al di là dei limiti di tempo dalla stessa fissati, l’impugnazione stessa deve ritenersi tardiva.

La Suprema Corte torna sull’argomento[1], dichiarando inammissibile il ricorso, in accoglimento della doglianza avanzata dai controricorrenti che avevano eccepito la tardività del ricorso di legittimità in quanto notificato oltre il termine di sessanta giorni applicabile a decorrere dalla notificazione della sentenza impugnata.

Gli Ermellini ricordano che “Non si può prescindere dall’osservare che, nel nostro ordinamento, deve ormai considerarsi principio generale di diritto vivente il principio della scissione degli effetti delle notifiche tra notificante e destinatario della notifica. Si tratta di principio elaborato dalla Corte costituzionale, fatto proprio ed affermato da questa Corte in numerose decisioni…[…]… Moltissime sono le sentenze di legittimità che hanno confermato tale principio, contemperato dall’onere e l’obbligo per il notificante di riattivare in un tempo ragionevole il procedimento notificatorio (tra le altre, Cass. n.18074 del 2012). Potrebbe pertanto dubitarsi perfino della legittimità costituzionale di una norma che non riconoscesse il principio della scissione in presenza delle esigenze di tutela per le quali essa è stato elaborato, ovvero in una situazione in cui non sia legittimo far ricadere sul notificante incolpevole gli effetti negativi di un ritardo nel procedimento notificatorio in riferimento ad attività in esso comprese ma sottratte al controllo del notificante. E’ un principio elaborato a tutela di chi, in buona fede, compia una attività dovuta che necessiti, per il suo completamento, dell’intervento di un terzo, per evitare che possa essere pregiudicato dal mancato perfezionamento nei termini dell’attività procedimentale da lui correttamente avviata e non portata a termine tempestivamente per cause al di fuori della sua volontà e della sua sfera di controllo (v. Cass. n. 9528 del 2015). In riferimento all’art. 147 c.p.c., però, il principio della scissione degli effetti della notificazione per il notificante e per il destinatario non opera perché siamo al di fuori delle ipotesi a tutela delle quali esso è stato creato. Il principio non ha ragione di operare, infatti, laddove la legge espressamente disciplina i tempi per il corretto ed efficace svolgimento di una attività ( a tutela del diverso interesse, rafforzato dalle possibilità tecniche offerte dalla notifiche telematiche, di non costringere i professionisti alla continua verifica, a qualsiasi ora del giorno e della notte, dell’arrivo di atti processuali), qualora, come nella specie, è lo stesso notificante che ha iniziato a compiere l’attività attività notificatoria quando il margine di tempo a sua disposizione si era già consumato”.

 

[1] Sez. 3, 21.09.2017 n. 21915

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Avvocati: come recuperare il credito dal cliente

Le Sezioni Unite della Suprema Corte sono intervenute recentemente[1], in una controversia in cui l’Avvocato chiedeva la liquidazione delle spettanze correlate alla sua attività professionale, per stabilire che solo due sono le strade alternative che l’Avvocato ha a disposizione: «a) o con un ricorso ai sensi dell’art. 702-bis, cod. proc. civ., che dà luogo ad un procedimento sommario “speciale”, disciplinato dal combinato disposto dell’art. 14 e degli artt. 3 e 4 del citato d.lgs. [decreto legislativo numero 150/2011]; b) o con il procedimento per decreto ingiuntivo ai sensi degli artt. 633 e segg. cod. proc. civ., l’opposizione avverso il quale si propone con ricorso ai sensi dell’art. 702-bis e segg. cod. proc. civ. ed è disciplinata come sub a), ferma restando l’applicazione delle norme speciali che dopo l’opposizione esprimono la permanenza della tutela privilegiata del creditore e segnatamente degli artt. 648, 649 e 653 cod. prov. civ. (quest’ultimo da applicarsi in combinato disposto con l’ultimo comma dell’art. 14 e con il penultimo comma dell’art. 702-ter cod. proc. civ.)».

In altri e più chiari termini, è esclusa la possibilità di introdurre l´azione di cui all’art. 28 della legge n.794 del 1942, tanto con il rito ordinario quanto con quello sommario codicistico di cui agli artt. 702 bis e segg. c.p.c..

«La controversia di cui all’art. 28 della l. n. 794 del 1942, tanto se introdotta con ricorso ai sensi dell’art. 702-bis cod. proc. civ., quanto se introdotta con ricorso per decreto ingiuntivo, ha ad oggetto la domanda di condanna del cliente al pagamento delle spettanze giudiziali dell’avvocato tanto se prima della lite vi sia una contestazione sull’an debeatur quanto se non vi sia e, una volta introdotta, resta soggetta (nel secondo caso a seguito dell’opposizione) al rito indicato dall’art. 14 del d.lgs. n.150 del 2011 anche quando il cliente dell’avvocato non si limiti a sollevare contestazioni sulla quantificazione del credito alla stregua della tariffa, ma sollevi contestazioni in ordine all’esistenza del rapporto, alle prestazioni eseguite ed in genere riguardo all’an. Soltanto qualora il convenuto svolga una difesa che si articoli con la proposizione di una domanda (riconvenzionale, di compensazione, di accertamento con efficacia di giudicato di un rapporto pregiudicante), l’introduzione di una domanda ulteriore rispetto a quella originaria e la sua esorbitanza dal rito di cui all’art. 14 comporta – sempre che non si ponga anche un problema di spostamento della competenza per ragioni di connessione (da risolversi ai sensi delle disposizioni degli artt. 34, 35 e 36 cod. proc. civ.) e, se è stata adita la corte di appello, il problema della soggezione della domanda del cliente alla competenza di un giudice di primo grado, che ne impone la rimessione ad esso – che, ai sensi dell’art. 702-ter, quarto comma, cod. proc. civ., si debba dar corso alla trattazione di detta domanda con il rito sommario congiuntamente a quella ex art. 14, qualora anche la domanda introdotta dal cliente si presti ad un’istruzione sommaria, mentre, in caso contrario, si impone di separarne la trattazione e di procedervi con il rito per essa di regola previsto (non potendo trovare applicazione, per l’esistenza della norma speciale, la possibilità di unitaria trattazione con il rito ordinario sull’intero cumulo di cause ai sensi dell’art. 40, terzo comma, cod. proc. civ.)».

Spese di giudizio compensate per la novità delle questioni esaminate.

 

[1] 23.02.2018 n. 4485