Carcassa di un pneumatico in autostrada. Di chi è la responsabilità ?

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Cass. Civ.,  Sez. III, 26.05.2016, n. 10893

Il fatto alla attenzione degli Ermellini ha riguardato un incidente occorso ad un automobilista la cui auto, percorrendo l’autostrada, veniva urtata da parte della carcassa di uno pneumatico. Adìto il Giudice di pace, questo respingeva la domanda di risarcimento proposta dall’automobilista contro la Società Autostrade, con sentenza poi confermata dal Tribunale in grado d’appello che, quindi, ha rigettato l’impugnazione avanzata dall’automobilista soccombente in primo grado.

Non è restato all’automobilista che proporre ricorso dinanzi alla Suprema Corte, affidandolo a tre motivo, il primo dei quali relativo alla violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 e/o 2051, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n.3, c.p.c. tenuto conto che, al fine di dimostrare che il sinistro era derivato da causa a essa non imputabile, Autostrade per l’Italia S.p.A. avrebbe dovuto provare – e non lo ha fatto – di avere adempiuto ai propri obblighi di vigilanza, da intendersi non già come passiva attesa di segnalazione bensì come attività positiva.

In diritto. Gli Ermellini accolgono il primo motivo di ricorso ribaltando la decisione del giudice di secondo grado che salvava il custode dando per scontato il caso fortuito affermando che «può ritenersi sussistente il caso fortuito almeno finché non sia trascorso un tempo ragionevolmente sufficiente perché il custode venga a conoscere il pericolo e possa intervenire per eliminarlo». Peraltro, secondo il Tribunale, a determinare il caso fortuito aveva concorso la mancanza di segnalazioni circa la presenza dell’ostacolo, rilevando poi l’assenza di responsabilità del custode, come aveva correttamente ritenuto il giudice di prime cure, in quanto l’ostacolo era stato perduto sulla carreggiata “da un utente che precedeva sia pure di poco l’autovettura” dell’appellante: «e appunto per tale “brevità del tempo trascorso” di nulla il custode può ritenersi responsabile».

Ma così argomentando, afferma la Suprema Corte, viene messo in discussione l’onere della prova, tenuto conto che «il giudice di secondo grado non spiega sulla base di quali elementi si sarebbe dovuto ritenere praticamente immediato il rilascio dell’ostacolo sul manto stradale, né fornisce la minima concretezza alle pretese “considerazioni ed argomentazioni del tutto logiche” che attribuisce al giudice di pace: anzi, nella parte della motivazione di primo grado che aveva trascritto in precedenza non emerge alcun elemento probatorio in tal senso, bensì soltanto un argomento meramente ipotizzante che l’oggetto fosse “finito lungo la striscia di asfalto solo pochi istanti prima che il danneggiato lo investisse” per desumerne che in una simile ipotesi la responsabilità del gestore dell’autostrada sarebbe “avvertibilimente aberrante“». Peraltro, la Suprema Corte ravvisa la contraddizione in cui incorre il giudice d’appello quando afferma «che non è in alcun modo dimostrato che la presenza della carcassa…fosse dovuta ad un incidente accaduto pochi minuti prima“», con quanto asserito in precedenza come condivisibilmente accertato dal primo giudice.

Per gli Ermellini risulta evidente da parte del giudice d’appello una inversione dell’onere della prova, per aver liquidato come prova negativa quella che è la prova di un elemento positivo, cioè del caso fortuito, in tal guisa giungendo a gravare il danneggiato di un onere probatorio più ampio di quello a lui imposto dalla legge, proprio perché erroneamente assorbente l’onere probatorio del custode: «sarebbe stato il danneggiato, in ultima analisi, a dovere dimostrare quando e da chi fosse stato lasciato sul manto stradale l’oggetto che ha causato il suo danno, laddove, secondo l’articolo 2051 c.c., nel caso di responsabilità oggettiva, il danneggiato deve dimostrare soltanto l’esistenza dell’elemento danneggiante e il nesso causale tra questo e il suo danno».

L’onere della prova, sia del caso fortuito sia dell’adempimento dei doveri di diligente manutenzione, spetta al custode che, senza la dimostrazione del caso fortuito – e il caso fortuito «può ritenersi sussistente finché non sia trascorso un tempo ragionevolmente sufficiente perché il custode venga a conoscere il pericolo e possa intervenire per eliminarlo» – è tenuto a risarcire i danni sopportati dall’automobilista.

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