Cambio del gestore telefonico. I costi di disattivazione

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Cambio del gestore telefonico. I costi di disattivazione.

La legge n.40 del 02.04.2007 (legge Bersani-bis), che ha convertito, con modifiche, il Decreto Legge n. 7/2007, al comma 3 dell’art. 1 prevede che «I contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell’operatore e non possono imporre un obbligo di preavviso superiore a trenta giorni».

In altri e più chiari termini, dal 2007 è prevista la facoltà di passare da un operatore telefonico ad un altro senza che vengano comminate penali in caso di disdetta o recesso anticipato, salvi i cosiddetti ‘costi dell’operatore’ che attengono [o dovrebbero attenere] alle spese reali che l’operatore sopporta in caso di disattivazione del servizio o di trasferimento dell’utenza.

Ho detto tra parentesi ‘dovrebbero attenere’ in quanto proprio l’espressione ‘costi dell’operatore’ ha consentito alle compagnie di aggirare la legge; ed infatti, una volta cambiato operatore, nel dettaglio dei costi contenuto nell’ultima fattura è frequente riscontrare tra gli importi ‘una tantum’ il ‘costo disattivazione linea e servizio’, che, a ben vedere, altro non è che la penale.

La Legge Bersani e soprattutto le successive Linee guida della Direzione Tutela dei consumatori diramate ad hoc dalla Agcom, intervenuta quest’ultima più volte per disciplinare le procedure di passaggio da un operatore ad un altro, riconoscono la legittimità di tali costi solo «se la previsione di essi sia ritenuta indispensabile dall’operatore in vista delle attività da compiersi e ferma restando la necessità di fornirne comunque la prova».

Il Consiglio di Stato, tuttavia, con la sentenza, n. 1442 dell’11 marzo 2010, ha fatto emergere nuovi margini per la legittimità dei costi di disattivazione. Secondo i Giudici di Palazzo Spada, non soltanto è legittima la clausola contrattuale che, in riferimento ad un’offerta promozionale, impone all’utente il pagamento di un importo in caso di recesso anticipato, ma una diversa interpretazione della legge Bersani violerebbe il principio di autonomia negoziale delle parti: «(..) Il contratto in questione, in altri termini, ha una sua intrinseca e sostanziale natura sinallagmatica, nel senso che l’impegno di non recedere prima di una certa data è il “prezzo” che, di fatto, l’utente paga al fine di godere del vantaggio rappresentato dallo sconto sui servizi acquistati. La soluzione prospettata dall’Autorita’ nel provvedimento impugnato travolge l’equilibrio sinallagmatico su cui si basa l’offerta promozionale, finendo in definitiva, per mortificare l’autonomia negoziale delle parti in nome di una iperprotezione dell’utente – da tutelare sempre e comunque, anche in assenza di profili di possibile abuso – che certamente trascende gli obbiettivi perseguiti dal legislatore».

Nonostante la pronuncia del Consiglio di Stato a favore dei costi di disattivazione, vi è da dire che essi devono essere reali e documentati ed è sulla compagnia telefonica che incombe l’onere della prova circa la loro sussistenza.

Pertanto, ricevuta la fattura con l’addebito dei ‘costi di disattivazione’, si palesano le seguenti opportunità, sia per chi abbia effettuato il pagamento dell’intera somma fatturata, richiedendo la restituzione dell’importo corrispondente ai costi di disattivazione, sia per chi non abbia proceduto con il pagamento, contestando detto importo e richiedendone lo storno.

Anzitutto, andrà inviata una lettera alla compagnia richiedendo siano dettagliatamente indicati i costi di disattivazione, se e come effettivamente sostenuti. In caso di mancato riscontro, sarà opportuno inviare alla stessa compagnia un reclamo scritto, tramite raccomandata A.R. o PEC, in cui andrà indicato che si ritengono non dovuti i costi di disattivazione e che, ove necessario, verrà proposto ricorso presso il CoReCom (acronimo di Comitato Regionale per le Comunicazioni, è un organo funzionale dell’AGCOM – l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – che si occupa di vigilare e garantire il rispetto delle normative nazionali, tutelando i diritti dei cittadini italiani).

Per chi abbia effettuato il pagamento, nella raccomandata andrà richiesta la restituzione di quanto si ritiene non dovuto, ovverosia il rimborso dei costi di disattivazione.

Ove anche la raccomandata non abbia riscontro, ovvero la compagnia insista nel richiedere il pagamento, non resta che proporre ricorso al CoReCom (presente nel territorio di residenza o domicilio del richiedente).

 

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