Ausiliario del traffico

Ausiliario del traffico: insultarlo non è oltraggio a pubblico ufficiale

Corte di Cassazione, Sez. V Pen., 28.10.2015/22.02.2016 n. 6880

A chi non è mai capitato di pronunciare una parola di troppo nei confronti di chi ci sta elevando una contravvenzione perché, ad esempio, la nostra autovettura è stata malamente parcheggiata, ovvero magari solo pensare di volerlo fare ? e quando ciò si verifica, quali sono le relative conseguenze, ovverosia a quali sanzioni incorreremmo ?

Sull’argomento, ha fatto chiarezza la sentenza della Corte di Cassazione in commento (n.6880/2016), intervenendo in ordine alla qualificazione giuridica soggettiva della figura dei cd. ausiliari del traffico, allorquando accertano e contestano le violazioni che attengono al divieto di sosta nelle aree oggetto di concessione.

Il fatto. La Corte di Appello aveva confermato la condanna di un automobilista per i reati di oltraggio a pubblico ufficiale e violenza privata commessi ai danni di un ausiliario del traffico che aveva proceduto ad elevare una contravvenzione per l’autovettura malamente parcheggiata in zona a pagamento, in modo da ingombrare parzialmente il passaggio sul marciapiede. Il soccombente ricorreva dinanzi alla Suprema Corte affidando il proprio ricorso a due motivi di impugnazione: (i) mancato riconoscimento della scriminante di cui all’art. 4 D.Lvo n. 288/1944 quale conseguenza della omessa verifica dell’effettiva titolarità da parte dell’ausiliario del traffico del potere di procedere a constatare la presunta violazione al Codice della Strada contestata all’imputato atteso che, ai sensi dell’art. 12 dello stesso Codice, il suddetto ausiliario non potrebbe sanzionare violazioni che non riguardano il parcheggio in area data in concessione; (ii) pretesi vizi circa la ritenuta configurabilità del reato di violenza privata, non avendo la Corte tenuto conto dell’illegittimo comportamento dell’ausiliario del traffico in grado di scriminare anche la seconda condotta contestata all’imputato, contraddittoriamente ricondotta dai giudici dell’appello allo schema di cui all’art. 610 c.p. anziché a quello di cui all’art. 336 c.p. una volta qualificata la vittima del reato come pubblico ufficiale.

Gli Ermellini hanno ritenuto il ricorso parzialmente fondato, nei termini che seguono.

In diritto. In particolare, gli Ermellini hanno ritenuto fondato il primo motivo sopra sinteticamente riportato, anche se per ragioni parzialmente diverse da quelle individuate dal ricorrente. I Giudici di legittimità hanno sancito che, «pur registrandosi qualche incertezza interpretativa in passato…il suddetto ausiliario, nell’atto dell’accertamento e contestazione delle violazioni attinenti al divieto di sosta nella aree oggetto di concessione – e cioè nell’ambito dell’esercizio dei compiti che gli sono espressamente attribuiti ai sensi dell’art. 17 comma 132 I. n. 127/1997 come interpretato dall’art. 68 I. n. 488/1999 – riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio».

In ragione di ciò, gli insulti rivolti all’ausiliario potrebbero integrare giammai il reato di oltraggio, per il quale l’imputato era stato condannato, ma soltanto il reato di ingiuria, nella specie non sussistente in quanto reato non è stato contestato, non risultando essere stata proposta querela.

Corretta è la condanna dell’imputato al reato di violenza privata, continuano gli Ermellini, «atteso che la condotta accertata nei suoi confronti – sostanzialmente consistita nell’impedire alla persona offesa di allontanarsi – è stata pacificamente posta in essere dopo che quest’ultima aveva già provveduto ad elevare la contravvenzione».

Per questi motivi. La Corte quindi, annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all’art. 341 bis c.p. perché il fatto non sussiste ed elimina la relativa pena di giorni quindici di reclusione.

In aggiunta ed in disparte a tutto quanto sopra considerato, giova in questa sede ulteriormente ribadire che la nozione di pubblico ufficiale va attribuita a tutti quei soggetti che concorrono a formare la volontà della P.A. e che esercitano poteri decisionali e di certificazione.

A seguito della riforma dettata dalla legge n.86/1990, il legislatore ha accolto la concezione c.d. funzionale-oggettiva della nozione di pubblico ufficiale, a prescindere dall’eventuale rapporto di dipendenza del singolo dallo Stato o da altro ente pubblico che, nella disciplina legislativa precedente, costituiva invece un elemento centrale. Di conseguenza, ciò che rileva ai fini della definizione di pubblico ufficiale risiede nell’effettivo svolgimento di un’attività pubblicistica, indipendentemente dalla natura dell’eventuale rapporto di impiego che intercorre fra il soggetto e l’ente.

Con la pronuncia in esame è stato affermato che l’ausiliario del traffico deve considerarsi un incaricato di pubblico servizio, considerate le diverse funzioni da esso svolte rispetto a quelle del pubblico ufficiale, sovvenendo, per la definizione del primo, l’art. 358 c.p. che stabilisce: «Agli effetti della legge penale, sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio. Per pubblico servizio deve intendersi un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione, ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri tipici di questa ultima, e con esclusione dello svolgimento di semplici mansioni di ordine e della prestazione di opera meramente materiale».

Resta da dire, e a conclusione, che nel nostro ordinamento penale non mancano però fattispecie di reato in cui la qualifica di pubblico ufficiale viene equiparata a quella di incaricato di pubblico servizio, come quelle previste dagli artt. 336 e 337 c.p., che puniscono allo stesso modo chiunque usi violenza o minacce, o chiunque opponga resistenza tanto ad un pubblico ufficiale quanto ad un incaricato di pubblico servizio.

Tutto quanto sopra precisato non vuole essere un incentivo ad assumere comportamenti deprecabili nei confronti di chi sta svolgendo, che ci piaccia o no, il proprio lavoro, magari perché ci sentiamo legittimati ad alzare la voce per far valere le nostre ragioni, specie in una Società, come la nostra, in cui il sopruso e l’ingiustizia sono la regola, ma ha lo scopo di ricordare che, se insultare un ausiliario del traffico non è oltraggio a pubblico ufficiale, potrà eventualmente integrare altre fattispecie di reato, come quello di ingiuria o di violenza privata. Est modus in rebus, per scomodare il grande poeta latino Orazio!

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