Allagamento del locale ad uso garage. di chi è la responsabilità ?

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Cass. Civ., Sez. III civ., 07.07.2016 n. 13945

Può succedere che a causa di piogge, che ultimamente scendono sempre più spesso copiose ed abbondanti, si allaghi il locale ad uso garage, di guisa risultando necessario capire su chi incomba la responsabilità.

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ribadisce che proprietario delle condotte fognarie (Comune) risponde dei danni provocati dall’allagamento per cattiva manutenzione della propria rete fognaria, in qualità di custode.

In fatto. A seguito dell’allagamento del locale ad uso garage, il proprietario dello stesso si rivolgeva al Tribunale per chiedere che l’Amministrazione comunale fosse condannare al risarcimento del danni sopportati, a suo dire dipesi dalla cattiva manutenzione della rete fognaria comunale alla quale era allacciata quella del fabbricato. Il Comune eccepiva in rito il proprio difetto di legittimazione passiva per essere la strada, ove si era verificato l’evento dannoso, di proprietà privata e non comunale, chiedendo nel merito il rigetto della domanda. Il Tribunale, che dava corso alla istruttoria con l’espletamento di apposita consulenza tecnica d’ufficio, accoglieva la domanda per quanto di ragione e condannava il convenuto al risarcimento dei danni, come liquidati. Il Comune soccombente impugnava la sentenza dinanzi alla Corte di Appello che, però, confermava la sentenza del giudice di primo grado, di guisa rigettando il gravame. In particolare, con riferimento al primo motivo di appello, con il quale parte appellante si lamentava del fatto che il giudice di primo grado non avesse considerato che la fognatura condominiale della società attrice non riversava i liquami direttamente in quella comunale, bensì in una fognatura consortile che correva lungo un’area privata della quale il Comune non aveva la manutenzione, la Corte territoriale rilevava, coerentemente con quanto motivato dal primo giudice, che da una lettera, in atti, del 2000 risultava che il «Direttore della XIX Circoscrizione aveva comunicato all’avvocatura comunale che la fognatura in questione era in manutenzione al Comune di Roma, come risultava dall’effettuazione, proprio nel 1999, di lavori di eliminazione delle ostruzioni dalla fogna stessa; i lavori cui si riferiva la lettera erano successivi ai fatti di causa, per cui la lettera suindicata conteneva un riconoscimento, da parte del Comune, dell’esistenza di un obbligo di manutenzione a suo carico della fognatura che aveva determinato il danno, e tanto a prescindere dal percorso compiuto da questa prima di immettersi nella fognatura comunale». A nulla valeva la successiva nota del 2001 della medesima Circoscrizione con la quale si attestava che la Via Sirleto non era nella manutenzione del Comune, giacché faceva riferimento, secondo i giudici di merito, ad un obbligo di manutenzione di una strada e non di una condotta fognaria. Con riferimento al secondo motivo di appello, col quale il Comune aveva contestato la mancata adozione, da parte del Condominio della società danneggiata, di un sistema antirigurgito, la Corte territoriale osservava che, trattandosi di una eccezione sollevata solo in sede di memoria istruttoria, quale eccezione in senso stretto e non una mera deduzione difensiva, non avrebbe dovuto essere neppure presa in esame dal Tribunale che, in ogni caso, non aveva ritenuto fondata nel merito la questione. Al Comune, ancora una volta soccombente, non rimaneva che ricorrere alla Suprema Corte per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello, affidandosi a quattro motivi di impugnazione.

In motivazione. Gli Ermellini rilevano che i primi due motivi si appuntano sulla portata probatoria da attribuire alla lettera del 2000: (i) «Vi sarebbe violazione dell’art. 2730 cit. perché la dichiarazione proveniente dal funzionario del Comune non era chiara nella sua portata, potendo riferirsi sia alla conduttura comunale che a quella consortile privata di Via Sirleto»: (ii) facendosi riferimento nella lettera alla Via Zenatello, non poteva risultare individuabile il luogo del sinistro e la Corte d’appello non avrebbe compiuto alcuna indagine «tesa a verificare l’esistenza dell’errore ai fini di invalidare la dichiarazione». La Corte ritiene infondati i due motivi, anzitutto rilevando come essi sottendano ad un riesame del materiale probatorio, inammissibile in sede di legittimità. In ogni caso gli Ermellini non rinvengono, nella motivazione della Corte d’appello, incongruità o vizi logici, avendo svolto, con riferimento alla lettera del 2000, «un giudizio globale sul contenuto di quel documento e gli ha attribuito un certo significato nel quadro complessivo della vicenda. A tale risultato la Corte è giunta valutando anche il successivo documento dell’8 giugno 2001 avente la medesima provenienza, documento che è stato ritenuto non in contrasto con quello precedente, in quanto faceva riferimento ad un obbligo di manutenzione di una strada e non di una condotta fognaria».

La Corte ritiene infondato anche il terzo motivo – con cui si lamenta, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 2734 e 2730 cod. civ., oltre ad insufficienza ed illogicità della sentenza su un fatto decisivo per il giudizio – ripetitivo dei primi due, non essendo in discussione il profilo giuridico astratto del riparto dell’onere di manutenzione del tratto di fognatura in questione tra il Comune ed il consorzio del quale faceva parte il condominio all’interno del quale si è verificato il danno, avendo la Corte territoriale dato per riconosciuto, da parte del Comune di Roma, l’esistenza di un obbligo di manutenzione a suo carico.

Infine, con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la mancata considerazione, da parte della Corte territoriale, della mancanza di un sistema antirigurgito in relazione alla fognatura condominiale. Al riguardo gli Ermellini, inserendosi nel solco della giurisprudenza costante, sentenziano che «gli impianti fognari, da chiunque realizzati, una volta inseriti nel sistema delle fognature comunali, rientrano nella sfera di controllo dell’ente pubblico che, come custode, risponde, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., dei danni causalmente collegati alla cosa, salva la prova del fortuito; il concorrente apporto causale di un terzo, rilevante soltanto in sede di eventuale regresso, in base ai principi della responsabilità solidale, non vale a diminuire la responsabilità del custode nei confronti del danneggiato, salvo che non integri il fortuito (sentenza 19 marzo 2009, n. 6665)».

Non può neppure ipotizzarsi un concorso di colpa del condominio per la mancata presenza di un sistema antirigurgito, circostanza che l’Amministrazione comunale potrà semmai far valere in un eventuale giudizio di regresso promosso da Roma Capitale nei confronti del condominio.

In conclusione, i danni devono essere risarciti dal Comune che può andare esente da colpe quando dimostri l’imprevedibilità e inevitabilità del caso (c.d. ‘caso fortuito’).

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